Giorno della Memoria, il principino chiede scusa e mischia la tragedia con la farsa

Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria Savoia ha chiesto scusa alla comunità ebraica italiana per le firme apposte da Vittorio Emanuele III alle leggi razziali: lasci perdere la Shoah. Si dedichi, il principino (ma de ché?), al karaoke e alle cicliche materializzazioni in reality periferici. Si dia alla ristorazione itinerante in California, alla filatelia e numismatica, come il bisnonno Sciaboletta, o alla malacologia, come il padre visconte-arciduca-principe (anche dei faccendieri) tessera P2 n. 1621


La memoria di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ Questi ebrei non si accontentano mai: il conte-duca (direbbe Fantozzi) nonché principe di Venezia e (ma solo un po’, perché contestato dagli Aosta, l’altro ramo della famiglia) principe di Piemonte, ossia Emanuele Filiberto Umberto Reza Ciro René Maria Savoia, ha chiesto scusa alla comunità ebraica italiana per le firme apposte da Vittorio Emanuele III alle leggi razziali; ma loro, irriconoscenti, lo hanno snobbato. Anzi, duramente criticato. I soliti ebrei, con quella fissazione della memoria, con quei ricordi puntigliosi, minuziosi, cavillosi. E poi è tanto che è stato, chissà pure se è vero… Che c’entra, vero magari sarà stato, ma con un po’, anzi un bel po’ di esagerazione da parte loro. Del resto, il visconte-arciduca padre, principe (anche dei faccendieri) Vittorio Emanuele, un tempo lo aveva detto che non aveva nulla di che scusarsi, perché lui non c’entrava niente con quelle leggi, che poi non erano neanche così terribili. 

Qualche anno dopo, invece, aveva corretto il tiro, lui che (capisciammé), di tiri se ne intende, e certo non in porta: forse gli era venuta in mente la prozia Mafalda, morta di stenti nel 1944 a Buchenwald, o l’altra prozia Maria Francesca, pure detenuta in un campo di concentramento nazista ma sopravvissuta; o forse aveva pensato che ingraziarsi la comunità ebraica poteva essere utile per recuperare un po’ i rapporti con l’Italia, invero piuttosto appannati, per quelle e forse per altre vecchie storie non precisamente edificanti. E così aveva detto che sì, effettivamente, le leggi razziali erano state un errore e una vergogna per l’Italia, ma senza precisare che, prima che per l’Italia, la vergogna era stata per la sua famiglia e segnatamente per il nonnino (diminutivo non vezzeggiativo, ma a cagione del suo metro e cinquanta circa, stivaleschi rialzi compresi). E comunque gli ebrei, quei cocciuti, non avevano affatto apprezzato il riconoscimento, ritenendolo fuori luogo, reticente e ambiguo.

Quasi 20 anni dopo, qualche giorno prima del Giorno della Memoria, che come ogni 27 gennaio in tutto il mondo civile commemora la Shoah, come ho detto ci ha riprovato il figlio. Questa volta è stato più esplicito del padre; ha proprio chiesto perdono, condannando le leggi razziali e dissociandosi da ciò che fece il bisnonno re Sciaboletta (uno degli alias del monarca). E ancora una volta, quando si parla di quella famiglia, l’ironia è consigliata. Non certo per fare dello spirito del tutto fuori posto sui terribili avvenimenti del ‘900, sul genocidio degli ebrei e sulle altre vittime del nazifascismo, ma perché, di fronte a tali enormità della storia, non si possono prendere sul serio espressioni di scusa o richieste di indulgenza, tanto più presentate da un ragazzotto vicino ai 50 anni. Egli forse saprà anche muoversi nei meandri genealogici della sua famiglia per come, a suo tempo, li ha registrati la Storia, ma sembra ignorare alcuni fondamentali, quasi banali nella loro ovvietà, riconducibili alla sua piccola storia personale, autoreferenziale e con la “s” minuscola. 

A parte quelli conferitigli (illegalmente) dal provvido padre, che titoli ha Emanuele Filiberto Savoia (il “di” è di troppo) per dichiarare il suo punto di vista di privato cittadino e spensierato cantante di karaoke approdato a Sanremo per meriti misteriosi (dinastici?), su fatti che hanno rappresentato l’abisso, l’abiezione senza aggettivi del genere umano? Come si permette di rappresentare una incongrua Casa reale, anzi una “Real Casa” che esiste solo nelle menti residuali di pochi sfaccendati della coscienza? E non sa, il maschietto di casa, che per gli ebrei è impensabile il concetto di “perdono per conto terzi” o per interposta persona? Chi più non è, non è. Chi ancora vive, non ha alcuna disposizione a “dimenticare il passato”; anzi, fa e farà (e vorrei aggiungere “faremo”) il possibile perché non se ne perda o affievolisca mai il ricordo. Comunque, anche a voler credere allo spirito, per così dire, oblativo della sua esternazione, Emanuele Filiberto avrebbe dovuto chiedere scusa anche alla discendenza dei militari della Grande Guerra, che a centinaia, migliaia, furono passati per le armi dai Reali Carabinieri o dagli stessi loro commilitoni per atti di insubordinazione a volte minimi, o comunque dettati dal terrore di finire massacrati dal nemico. Il re, nelle sue comode visite nelle retrovie, non risulta che abbia mai avuto parole di clemenza o di compassione per quei poveri soldati.  

Tornando al fascismo e alla Guerra mondiale successiva, poteva anche domandare perdono per conto del bisnonno “re e imperatore” per essersi mostrato acquiescente con i “manipoli” dei fascisti che nel 1922 confluirono su Roma. E perché allora non chiedere scusa anche per la fuga precipitosa e ben poco maestosa del reuccio a Brindisi? E perché no, per la massima decorazione concessa dal padre di “Curtatone” (un altro alias di V. Emanuele III), re Umberto I, al generale Fiorenzo Bava Beccaris, cannoneggiatore di una folla affamata che nel 1898 a Milano manifestava contro il caro-pane? Oppure, tre generazioni dopo, per la disinvoltura del padre, Vittorio Emanuele, nella conduzione di certi affarucci dalle parti di Malta, di Teheran (al tempo dello Scià) e in molte plaghe teatro di traffici bellici con triangolazioni, da far impallidire “Albertone” Sordi del film “Finché c’è guerra c’è speranza”? 

Ora che ha lasciato il canto e le cicliche quanto fantasmatiche materializzazioni in reality periferici, il principino pare si voglia dedicare alla politica e/o alla ristorazione itinerante in California. Dovesse stancarlo anche quest’altra attività, potrà anche darsi alla filatelia e numismatica, come il bisnonno, o alla malacologia, come il padre. Ma anche se non ha personalmente colpe, lasci perdere la Shoah, ché non si può mischiare la tragedia con la farsa. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio