Via dalla pazza folla, verso «il paesaggio vivente» nei paesi scartati dalla crescita economica

Il 25% della popolazione italiana vive oggi in piccoli comuni nel 60% del territorio nazionale, abbandonato spesso a se stesso. Gli investimenti del Recovery Plan possono creare nuova occupazione giovanile per la riqualificazione dell’esistente, l’agricoltura innovativa e la tutela dell’ambiente; possono ridurre sperequazioni territoriali e disuguaglianze sociali. Con servizi territoriali avanzati può crescere lo smart working dei cittadini disposti a trasferirsi nelle aree marginalizzate da decenni e può ripartire una ripresa economica e sociale più equa dopo la pandemia


di LAURANA LAJOLO, saggista e scrittrice

¶¶¶ Se una persona potesse vivere in una comoda abitazione, con un lavoro utile e con un paesaggio identitario intorno a sé, continuerebbe ad abitare in luoghi non confortevoli della periferia urbana anonima, senza verde e senza servizi? Eppure il processo economico dell’industrializzazione prima e, ora, della globalizzazione ha concentrato nelle metropoli troppa popolazione rispetto alla superficie a disposizione. E qui il virus si è sviluppato in modo più diffuso che in campagna. Ma già prima del virus l’inquinamento nelle grandi città ha superato i limiti, essendo uno degli elementi scatenanti dei cambiamenti climatici.

Sull’opzione di immaginare una nuova residenzialità nei paesi, proprio in quei luoghi che sono stati abbandonati o scartati dalla crescita economica, ragionano oggi lungimiranti professionisti. L’Italia è fatta da villaggi, da alcune città piccole e medie e da pochissime metropoli, su cui, però, si è concentrata l’attenzione del potere politico ed economico e i relativi interventi per lo sviluppo.

Nelle nostre campagne il declino demografico è iniziato alla fine dell’800 con le migrazioni in paesi europei e in altri continenti. E a partire dagli anni ’50 del ’900 la trasmigrazione di giovani dal Sud contadino al Nord industriale ha impoverito definitivamente il tessuto sociale e economico dei paesi, avviando la modernizzazione della società. Allora le giovani famiglie lasciavano una condizione di povertà e di arretratezza per una vita migliore, ma ora è la città a togliere opportunità di miglioramento ai meno avvantaggiati con nuove sacche di povertà e di emarginazione. Nel 1950 il 70%  della popolazione viveva ancora in aree rurali, mentre l’incremento della globalizzazione fa prevedere che nel 2050 il 70% della popolazione sarà concentrato nelle megalopoli, provocando lo  spopolamento fino al 50% di aree ancora produttive, ma svalutate a residuali. 

Sono, dunque, profondi i cambiamenti strutturali e culturali intervenuti nei piccoli agglomerati abitativi e serve un significativo intervento progettuale con la partecipazione attiva delle comunità per la loro ri-funzionalizzazione con servizi efficienti e opportunità di lavoro. Le criticità dovute ai cambiamenti climatici sono presenti anche nelle campagne; e quindi sono necessari, ad esempio, nuovi orientamenti di gestione del territorio. Si può cominciare dal realizzare la mappa degli immobili vuoti e del dettaglio del territorio per mantenere (o ripristinare) i caratteri identitari dei paesaggi rurali, che sono le stratificazioni dell’intervento umano e degradano facilmente se improduttivi.  

I sindaci dei piccoli paesi, che amministrano circa il 25% della popolazione, devono gestire con risorse del tutto insufficienti circa il 60% del nostro territorio, poco protetto e in parte improduttivo. In queste condizioni è inevitabile il dissesto idrogeologico. La finalità della revisione della pianificazione dovrebbe, pertanto, essere indirizzata alla manutenzione e alla riqualificazione dell’esistente, all’agricoltura innovativa, alla tutela dell’ambiente creando nuova occupazione giovanile, alla strategia forestale, a miglioramento della qualità dei servizi sociosanitari, educativi e amministrativi così da valorizzare “il paesaggio vivente” dei paesi, fatto di case, di lavoro, di relazioni sociali. 

Molte aree potrebbero essere protette con parchi e strutture per il tempo libero, percorsi naturalistici, attività motorie, itinerari culturali, ecc.. Nel campo del turismo rurale sostenibile ci sono concrete opportunità di nuovi posti di lavoro. I piccoli comuni sono cantieri di diversità culturale e territoriale, dove l’accoglienza diventa una risorsa anche per ridurre le sperequazioni territoriali e le disuguaglianze sociali, che oggi stanno anche nello scarto di sviluppo rispetto alle aree urbane soprattutto al Nord. I piccoli Comuni sono delle green communities naturali. Ma, per essere mantenute, hanno bisogno di risorse e competenze. La loro configurazione di insieme di risorse naturali e di comunità sociale li ha resi naturalmente sostenibili finché non sono stati abbandonati. I piccoli paesi sarebbero, dunque, una risorsa imprescindibile per la ripresa economica dopo la pandemia, se si attuassero provvedimenti organici. 

Se si investissero fondi e si programmassero azioni specifiche sugli assi della sostenibilità e dell’innovazione, si genererebbe la crescita nei territori rurali e montani  a vantaggio anche della coesione sociale. La legge 158/2017, attribuendo ai Comuni associati la funzione operativa, può favorire lo sviluppo locale ed essere anche  a cornice giuridica per convogliare investimenti  del Recovery Plan. Attuando una strategia programmatoria di servizi territoriali avanzati è possibile recuperare in senso ecologico le attività produttive esistenti favorendo l’agricoltura biologica, il ciclo integrato delle acque, il risparmio energetico, migliorando la qualità del territorio e del clima insieme alla qualità della produzione e della gestione dell’ambiente. In sostanza la qualità della vita delle persone e delle comunità.

Non si sta parlando soltanto di possibilità di avere la tecnologia adeguata per lo smart working per cittadini disposti a trasferirsi in un paese, ma dotare i Comuni delle risorse anche amministrative necessarie e creare nuovi posti di lavoro. Dobbiamo ricordarci che le comunità sono sistemi culturali complessi storicamente stratificati, che hanno i loro fondamenti in abitazioni, lavoro, saperi trasmessi da una generazione all’altra. Ogni paese può essere anche considerato come un meta-paese, un contenitore di piccole storie e di grande storia e, quindi, una specifica risorsa culturale e sociale, estremamente necessaria per la ricostruzione di nuovi/antichi stili di vita dopo la crisi pandemica, che ha messo in crisi il modello di sviluppo contemporaneo. 

Per dare uno sbocco alla profonda crisi economica, sociale e anche psicologica, che stiamo attraversando, è urgente ripensare le città congestionate e inquinate, che non possono più garantire nel lungo periodo i bisogni della popolazione, e rigenerare il  senso dell’abitare con impronta ecologica. Ricordiamoci che le città e i paesi vanno considerati come esseri viventi, e che la cooperazione tra i due mondi rappresenta una convenienza reciproca. © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Ha insegnato filosofia e scienze umane, è stata presidente nazionale dell’Istituto per la storia del movimento di liberazione. È presidente dell’Associazione culturale “Davide Lajolo”. Cura l’ideazione e la progettazione del Festival del paesaggio agrario. Dirige le riviste www.adlculture.it, e “Quaderno di storia contemporanea” dell’Istituto per la storia della Resistenza della provincia di Alessandria. Cura una rubrica settimanale su “La Stampa” e ha allestito i musei “Vinchio è il mio nido” a Vinchio, “La casa di Nuto” a Santo Stefano Belbo, Art ‘900 Palazzo Crova, a Nizza Monferrato. Narratrice e autrice di saggi storici. Tra le sue opere “Gramsci un uomo sconfitto” (1980), “Mammissima - Cronaca tra ragione e amore di una donna e di una bambina” (1983), il romanzo “Catterina” (2002) e i racconti “Socrate e gli altri - Racconti di gatti, cani e casi della vita” (2006), “Taccuino sul paesaggio rurale - Le colline del vino” (2014).