La sentenza shock della Corte Suprema contro la libertà delle donne e la fine del sogno americano

È l’assurdo di un sistema istituzionale per cui un presidente può nominare a vita (a vita!) un’alta percentuale di giudici supremi a lui congeniali condizionando così per decenni le scelte politiche dei suoi successori e del Congresso. Là dove vi era un autocrate, dove veniva negata la libertà di coscienza, di religione, l’uguaglianza di genere, per molti gli Stati Uniti sono stati “la città sulla collina” cui guardare e da imitare. Ciò che il mondo vede oggi è un’altra America: un paese dove le disuguaglianze aumentano e le opportunità diminuiscono, un paese dove il razzismo continua ad imperversare e il fanatismo violento aumenta, dove un bambino può morire a scuola falciato da raffiche di fucile automatico; un paese che con tutta la sua scienza e tecnologia non è in grado di contrastare la pandemia di Covid, né di sconfiggere l’epidemia provocata dagli oppioidi, né di arginare la diffusione delle armi da fuoco


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

Manifestazione contro l’aborto dei seguaci di Ronald Trump in campagna elettorale

LA SENTENZA DELLA Corte suprema americana sul diritto di aborto non è stata una sorpresa, ma è stato uno shock. Non è stata una sorpresa perché già da alcune settimane si conosceva la bozza di ciò che la Corte avrebbe deciso e subito c’erano state manifestazioni di protesta e di controprotesta. Non è stata una sorpresa perché già da una ventina d’anni numerosi stati dell’Unione avevano approvato leggi restrittive del diritto di aborto rendendolo praticamente impossibile dopo 14 settimane di gravidanza. L’anno scorso il Texas aveva addirittura approvato una norma che sanziona penalmente le donne, i medici e le cliniche colpevoli del reato di aborto, invitando anche i privati a sporgere denuncia premiandoli con una ricompensa di 1000 dollari. 

Non è stata una sorpresa perché da subito dopo la sentenza Roe del 1973 si era sviluppato in tutto il paese un movimento “pro-life” dai toni sempre più aggressivi (con minacce di morte portate ad effetto contro medici abortisti), e la stragrande maggioranza degli esponenti politici repubblicani (compresi alcuni democratici) ne avevano fatto il loro cavallo di battaglia elezione dopo elezione. Fino al penultimo presidente, Donald Trump, che celebra così il suo successo per avere ottenuto la nomina di ben tre giudici supremi iperconservatori e antiabortisti ed avere impedito illegittimamente a Barack Obama di nominarne uno “liberal”, alterando così l’equilibrio tra conservatori e progressisti (seppure a vantaggio dei primi) che durava da decenni.

La Corte suprema americana in alto e i componenti in carica di nomina politica in maggioranza conservatori

Si evidenzia così l’assurdo di un sistema istituzionale per cui un presidente, favorito da decessi o da autopensionamenti, può nominare a vita (a vita!) un’alta percentuale di giudici supremi a lui congeniali condizionando così per decenni non solo le decisioni della Corte ma le scelte politiche dei suoi successori e del Congresso; un sistema che attribuisce agli interpreti di una costituzione scritta due secoli e mezzo fa in un linguaggio oggi difficilmente comprensibile il compito di sentenziare inappellabilmente su questioni che la società del tempo neppure lontanamente poteva immaginare. La stessa sentenza Roe del 1973 era stata una forzatura perché ovviamente nella costituzione non c’è alcun riferimento al diritto di aborto, che certamente la stragrande maggioranza dei “padri fondatori” condannava (se mai si erano posti il problema che invece sicuramente riguardava anche allora tante donne così come le loro mogli e compagne). Così che per riconoscere il diritto delle donne ad abortire i giudici dovettero fare riferimento al diritto alla privacy, affermato pochi anni prima in un’altra sentenza, anch’esso ovviamente assente dalla Costituzione ma derivabile dai principi di inviolabilità della persona contenuti nel Bill of Rights (approvato insieme alla Carta costituzionale). 

Ma tant’è. I giudici di oggi, che aderiscono alla dottrina della interpretazione letterale della Carta, hanno deciso che siccome in nessun articolo si parla di aborto non è un diritto costituzionalmente protetto e quindi ogni stato può legiferare come meglio crede in materia: vietarlo del tutto o consentirlo in parte, come del resto già avveniva, solo che adesso in assenza di quella protezione a livello federale sempre più stati controllati da maggioranze repubblicane si apprestano ad introdurre nuovi divieti rendendo sempre più difficile alle donne abortire e costringendole — almeno quelle che se lo possono permettere — ad andare in altri stati dell’Unione. Altre invece dovranno scegliere la via dell’aborto clandestino, rischiando la vita.

Manifestazione contro la povertà negli Stati Uniti d’America

E allora perché essere scioccati da qualcosa di atteso e probabile? Perché questa decisione sull’aborto potrebbe essere uno degli ultimi atti che scrivono la parola fine a quella che per due secoli e mezzo è stata un’idea esaltante cui si sono ispirati movimenti di libertà e di indipendenza in tutto il mondo: l’idea di progresso di cui protagonisti consapevoli sono stati fin dalla loro nascita gli Stati Uniti d’America. Quella americana è stata una storia contraddittoria perché nel mentre che si affermavano i diritti inviolabili della persona umana si consentiva la schiavitù, e nel mentre che si proclamava il diritto all’indipendenza dei popoli si conducevano guerre e invasioni di conquista per sottoporre gli stati vicini al proprio dominio. Ma con tutte queste contraddizioni, e le conseguenti ipocrisie, nella società e nelle istituzioni americane è sempre stato presente un nocciolo di valori che puntava all’allargamento delle libertà e dei diritti verso la realizzazione di quello che a partire dagli anni ’30 è stato chiamato il sogno americano.

È stato a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, in un clima di riconquistata prosperità e di ottimismo — quando negli anni ’60 si sviluppò il movimento per i diritti civili e per una maggiore giustizia sociale, e successivamente i movimenti contro la guerra del Vietnam e per il disarmo nucleare — che gli Stati Uniti con la loro scienza, la loro capacità di innovazione, la loro cultura popolare, il cinema e la musica, e anche con la loro ricchezza, rappresentarono un modello cui ispirarsi per gran parte dei popoli della terra, anche per coloro che rigettavano il sistema economico capitalistico, ma ne risentivano il fascino di libertà e di progresso. Nel corso di questi decenni il mondo è progredito non solo in termini economici ma di civiltà anche grazie a questo modello. Là dove vi era un autocrate, dove veniva negata la libertà di coscienza, di religione, l’uguaglianza di genere, per molti gli Stati Uniti sono stati “la città sulla collina” cui guardare e da imitare.

Manifestazione contro le disuguaglianze sociali davanti alla Borsa di New York

Ora non più. L’economia americana continua ad essere forte e la sua potenza militare senza pari, ma la capacità di presa degli Stati Uniti sull’immaginario popolare si è molto affievolita. Le verità emerse sui colpi di stato durante la guerra fredda, sulle torture e le uccisioni mirate delle guerre mediorientali, una politica estera che contraddice i valori conclamati di rispetto dei diritti umani in base alle convenienze geopolitiche — hanno eroso la capacità di ispirazione del “modello” americano. Una lunga fase storica si è interrotta ed è arrivato al termine con la presidenza Trump, quando tutto il mondo ha visto alla guida del paese modello di democrazia un demagogo miliardario che, non diversamente da tanti suoi simili, cercava di scardinare lo stato di diritto, negava i principi di convivenza e tolleranza, disprezzava le donne e insultava gli stranieri, e che, sconfitto nelle elezioni, ha cercato (e ancora cerca) di rovesciare l’ordine costituito. 

Ciò che il mondo vede oggi è un’altra America: un paese dove le disuguaglianze aumentano e le opportunità diminuiscono, un paese dove il razzismo continua ad imperversare e il fanatismo violento aumenta, dove un bambino può morire a scuola falciato da raffiche di fucile automatico; un paese che con tutta la sua scienza e tecnologia non è in grado di contrastare la pandemia di Covid, né di sconfiggere l’epidemia provocata dagli oppioidi, né di arginare la diffusione delle armi da fuoco. Dove la regressione, non il progresso, sembra dominare tutti gli aspetti della vita sociale, allontanandolo sempre più dagli altri paesi democratici e progrediti. Di questa regressione la sentenza sull’aborto è soltanto l’ultimo episodio© RIPRODUZIONE RISERVATA

Documentarsi, verificare, scrivere richiede studio e impegno
Se hai apprezzato questa lettura aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

About Author

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)