“Ultima Generazione”: urge cambiare la politica per combattere il cambiamento climatico

Le assemblee dei cittadini, ci spiega Michele Giuli, attivista del gruppo ecologico italiano di “Existinction Rebellion”, sono la soluzione alla rottura del patto sociale tra governi e cittadini. Questa forma di partecipazione pubblica, finalizzata all’elaborazione di proposte da presentare alle istituzioni, farà da contrappeso al sistema parlamentare, giudicato poco lungimirante nella lotta per la giustizia climatica: «ci vuole un conflitto sociale non violento, perché il dialogo ha fallito»


L’intervista di COSIMO GRAZIANI

Il movimento “Extintion rebellion” in Italia prende il nome di “Ultima generazione”. Nella foto in alto una manifestazione del movimento

PER CHI NON ha dimestichezza con i movimenti ambientalisti e la loro storia, Extinction Rebellion può apparire l’ennesimo gruppo ecologico dedito a forme di protesta estreme e poco convenzionali. Chi invece conosce l’ambientalismo lo accuserebbe di trasmettere un messaggio giusto con i toni sbagliati e allarmistici, di quelli che allontanano l’opinione pubblica da un tema che ci riguarda tutti. In realtà Extinction Rebellion, che in Italia prende il nome di Ultima Generazione, ha nel panorama della società civile un ruolo a sé. L’ultima forma di protesta del gruppo è stato uno sciopero della fame a febbraio di fronte alla sede del ministero della Transizione Ecologica durato undici giorni che ha portato il ministro Cingolani a concedere un incontro pubblico trasmesso sulle loro pagine social giovedì 3 marzo.

In questa intervista che Michele Giuli, giovane agricoltore del Nord Italia e attivista che ha partecipato alla protesta davanti al ministero, ha concesso al nostro giornale, ci viene spiegato quali sono le fondamenta filosofiche del movimento e le ragioni della sua determinazione. «Le politiche messe in atto dal governo sono pericolose» ci spiega «perché non rispettano le indicazioni degli accordi di Parigi» (la Conferenza delle Parti del 2015 con la quale si fissava di mantenere l’aumento medio della temperatura a livello mondiale al di sotto dei 2 gradi puntando a limitarlo fino a 1,5, ndr). Secondo Michele l’azione del governo «non è ancora sufficiente, pur essendo in linea con le direttive europee», l’unica soluzione è un taglio drastico ed immediato delle emissioni «pari al 92%» ed un aumento della produzione di energia derivata da fonti rinnovabili» visto che «al momento produciamo solo un decimo del fabbisogno» necessario per sostituire le fonti fossili. Il nome della sezione italiana contiene un sottotitolo interessante: “assemblee cittadine”. Proprio da questo aspetto abbiamo chiesto all’attivista quali fossero le prerogative del movimento. «Le nostre prerogative non sono solo ambientaliste: Extinction Rebellion è differente filosoficamente». Il problema è più ampio di quello che appare perché non riguarda solo l’ambiente, ma «è legato alla struttura democratica nei paesi occidentali».

L’ultima forma di protesta del gruppo è stato uno sciopero della fame di fronte al ministero della Transizione ecologica durato undici giorni

Secondo il movimento ambientalista, quello che è avvenuto negli ultimi anni è una vera e propria rottura del patto sociale tra governi e cittadini che può essere risolto in una sola maniera: le assemblee cittadine. Ci spiega Michele: «per noi la soluzione a questa rottura sono le assemblee dei cittadini, composte da 80/150 persone sorteggiati casualmente a seconda di diversi criteri sociali». I criteri di selezione mirano a dare la più ampia rappresentazione possibile della popolazione e seguono un vero e proprio iter. Per ogni singolo tema di interesse pubblico si convoca un’assemblea nella quale si discute cercando di dare spazio a tutte le opinioni presenti. Si passa poi all’ascolto dei gruppi di interesse, della società civile e del mondo accademico; ultima fase dell’iter, con dibattiti che possono essere aperti al pubblico esterno e di confronto tra i cittadini stessi. Solo dopo questi step si elaborano le proposte da presentare alle istituzioni, previa votazione dell’assemblea. In tutto, il processo di decisone dura almeno sei mesi, durante i quali i cittadini si formano e studiano quale sia la soluzione migliore. In sostanza, questa forma di partecipazione pubblica farà da contrappeso al sistema parlamentare, giudicato poco lungimirante, per dare legittimità al governo e alle stesse Camere nella lotta per la giustizia climatica.

Le assemblee cittadine erano «una proposta che i gilet gialli avevano fatto in Francia» nel 2018 durante le loro proteste. In quel caso fu accolta dal presidente Macron che ne organizzò varie in tutto il paese, «salvo poi non considerare le loro istanze», specifica Michele (in Francia l’esperimento è continuato, lasciandosi alle spalle tutte le connotazioni politiche e i risultati sembrano essere positivi, ndr). Ma da dove viene questo esperimento? La risposta è «la Rivoluzione inglese del diciassettesimo secolo» e l’affiancamento della democrazia diretta ai governanti. Alla base c’è l’assunto che non «esiste differenza tra società e natura», quindi la concezione che la democrazia diretta sia lo stato naturale dell’uomo e delle cose per «superare la povertà, dare rappresentanza proporzionale e giustizia sociale». Al giorno d’oggi il processo decisionale è limitato, dice Michele, «dall’azione dei gruppi di potere e delle élite che però rappresentano solo lo 0.01% della popolazione».

Le assemblee cittadine erano una proposta che i gillet gialli avevano fatto in Francia

Abbiamo chiesto al giovane militante se questa idea della democrazia non fosse troppo populista, d’altronde in Italia i fautori della democrazia diretta sono stati i grillini, che dopo aver fatto una serie di promesse, le hanno smentite quasi tutte, ultima fra tutte il governo con i partiti della casta. «Vorremmo essere popolari» e specifica «noi non siamo contro gli esperti, il movimento deve avere una parte più istruita, solo che in passato questa parte non ha voluto fare i sacrifici necessari» per risolvere i problemi. E qui il problema è caduto sul modello delle Ong, che a parere dell’attivista non genera risultati «ma programma solo sconfitte». Il modello quindi anche all’interno dell’ambientalismo «va cambiato» dice, perché la presenza delle lobby nei processi di decision-making «è ipocrita” e finché ci sarà, sarà difficile prendere le decisioni necessarie per combattere il cambiamento climatico. «In questo senso», ha concluso Michele, «ci vuole un conflitto sociale non violento, perché il dialogo ha fallito». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Dopo la laurea in Scienze politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università RomaTre mi sono trasferito prima in Estonia, poi nel Regno Unito e successivamente in Kazakistan per conseguire il Master in Studi Eurasiatici. Mi occupo di politica internazionale e dell'Asia Centrale anche per il Caffè Geopolitico e L'Osservatore Romano. Tra i paesi in cui ho vissuto per studio o per esperienze lavorative ci sono anche gli Stati Uniti, Spagna e Ungheria. In tutti questi paesi, l'obiettivo è stato di immergersi nella cultura locale