Qui in alto, una stazione della Metro a Kiev; sotto il titolo, le macerie del Donbass

Con 800mila profughi e migliaia di cittadini barricati nei bunker delle città, il morso del nazionalismo affonda i suoi denti nella carne dell’Europa. L’avanzamento dell’Alleanza Atlantica sulla porta di casa della Russia, a nostro giudizio, non è stata una buona idea. Identificare Europa e Nato è — se possibile — persino peggio. L’ultima volta che il nodo ucraino (“Nato sì, Nato no”) era venuto al pettine è stata quattordici anni fa. L’unanimità richiesta dall’Alleanza non fu raggiunta, anche grazie alla sapienza politica di un leader come Romano Prodi: non se ne fece saggiamente nulla. Si discusse, in alternativa, dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea ma tutto rimase a bagnomaria. Un fatale errore, come vediamo oggi. E torna il monito di Albert Einstein: «Io non so con quali armi verrà combattuta la terza guerra mondiale, ma so che la quarta sarà combattuta con pietre e bastoni»


Questo editoriale apre il numero 21 del nostro magazine distribuito nelle edicole digitali dall’1 marzo 2022

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

MENTRE SCRIVIAMO, CON 800mila profughi e migliaia di cittadini barricati nei bunker delle città, il morso del nazionalismo affonda i suoi denti nella carne dell’Europa. Se mai aveva qualche ragione dalla sua, con l’aggressione all’Ucraina Putin s’è messo definitivamente dalla parte del torto. Dopo sette giorni di attacchi, Kiev è circondata da nord; Mariupol, sul Mar d’Azov all’estremo sud, resiste agli incursori russi. Restano incerti i numeri delle vittime civili: per i servizi di emergenza ucraini sono oltre duemila; all’avvio della Assemblea generale di mercoledì 2 marzo, l’Onu ne ha stimato 136; per il Pentagono, le vittime sarebbero circa 1500 fra i russi ed altrettanti fra gli ucraini. In attesa che riprenda (oggi?) il secondo round negoziale nella foresta Bolovezhskaya Pushcha della regione di Brest, in Bielorussia, al confine con la Polonia, conviene togliersi l’elmetto per un paio di minuti e ragionare a mente fredda su cosa ha generato il quadro bellico nel quale siamo oramai tutti quanti immersi. 

I militari russi nelle vie di kharkiv

L’avanzamento dell’Alleanza Atlantica sulla porta di casa della Russia, a nostro giudizio, non è stata una buona idea. Identificare Europa e Nato è — se possibile — persino peggio. L’ultima volta che il nodo ucraino (“Nato sì, Nato no”) era venuto al pettine è stata quattordici anni fa. L’unanimità richiesta dall’Alleanza non fu raggiunta, anche grazie alla sapienza politica di un leader come Romano Prodi: non se ne fece saggiamente nulla. Si discusse, in alternativa, dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea ma tutto rimase a bagnomaria. Un fatale errore, come vediamo oggi. 

Nel frattempo, il tarlo nazionalistico ha scavato in profondità per contendersi lembi di territorio e di famiglie, separati da culture e lingue differenti convissute a lungo sotto la stessa bandiera, non soltanto com’è emerso in Ucraina nella straordinaria concatenazione di eventi politici e militari tra febbraio e aprile del 2014 (rivolta di Piazza Maidan a Kiev, conquista russa della Crimea, guerra nel Donbass). Lo stesso tarlo che corrode, dall’interno, la Comunità europea sui diritti sociali e civili, in Ungheria o in Polonia. A riprova che non basta un’alleanza militare comune per fermare autoritarismo ed esclusione, né per tenere fuori dalla porta il demone della “democratura”: una crasi politica che salva il guscio della democrazia ma lo riempie di sostanza autoritaria, come dimostra Putin, Erdogan e Orbàn, con e senza i loro muri di filo spinato.

Effetti dei bombardamenti su Mariupol, città portuale sul Mar d’Azov [credit Ap]
I carri armati alle porte di Kiev devono farci spalancare le braccia per accogliere chi fugge dalla guerra, non devono togliere lucidità alla nostra riflessione. E ci sarà molto  da riflettere su questo «momento spartiacque», come ha definito la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen l’acquisto, «per la prima volta», di armi difensive da parte dell’Unione Europea per sostenere la resistenza ucraina. Identificare i valori democratici dell’Occidente con i programmi politici dei leader americani era sbagliato con Trump nei suoi “duetti” politico-affaristici con Putin. È sbagliato con Biden nel suo “braccio di ferro” militare con l’autocrate russo. Se non è già troppo tardi, meglio correggere il tiro in fretta. 

Nella escalation dissennata, le vittime sacrificali sono, come sempre, le popolazioni inermi; stavolta lo è anche la costruzione politica europea, se resterà prigioniera della tenaglia militarista stretta sulla propria testa, mentre urge uno scatto di sovranità e lungimiranza federalista. Il discrimine — o «lo spartiacque» della Presidente von der Leyen — è nella minaccia nucleare che riappare al nostro orizzonte nelle parole esplicite del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov mercoledì 2 febbraio. Le steppe innevate si tingono nuovamente di sangue, e le armi cibernetiche già ronzano nelle situation room contrapposte. È bene tenerla a mente, in quest’ora tanto buia, la riflessione fatta sul finire della Seconda Guerra mondiale. Un pensiero profondo che ha segnato la generazione di chi scrive e ha preso corpo nella mobilitazione dei pacifisti in questi giorni nelle capitali europee, Mosca compresa: «Io non so con quali armi verrà combattuta la terza guerra mondiale, ma so che la quarta sarà combattuta con pietre e bastoni». Firmato Albert Einstein. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi qui il sommario del quindicinale n. 21 (1-15 marzo 2022)

Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.

-