Trincee della resistenza armata degli ucraini

Dobbiamo chiederci se non stiamo cadendo in una trappola preparata dal Cremlino e dai suoi generali. Riportare le lancette della Storia a una riedizione della Guerra Fredda e a una geopolitica che torna a dividere il mondo in due blocchi, restituirebbe alla Madre Russia quel ruolo imperiale tra Asia e Europa che Mosca aveva retto per quasi tre secoli, dagli zar al disfacimento dell’Unione Sovietica. Stiamo inviando 450 milioni di euro in armi, munizioni, mezzi bellici pesanti a un paese che se non fa parte dell’Unione, dal punto di vista storico e geografico ne rappresenta una parte importante. Il conflitto da regionale può diventare mondiale e il miglior compromesso per fermare le armi dovrebbe, invece, mirare alla cosiddetta finlandizzazione dell’Ucraina: una neutralità più accettabile dai russi quando ancora avevano il coltello dalla parte del manico, molto meno ora che l’hanno affondato nel territorio ucraino


L’opinione di MAURIZIO MENICUCCI

IMPEGNATI DI ORA in ora a decifrare l’imperscrutabile mutria del signor Guerra & Tace, e l’apparente, o forse effettivo, azzardo delle sue mosse, ci sta forse sfuggendo di vista, e purtroppo di mano, una conseguenza globale molto importante degli avvenimenti. Dobbiamo chiederci se non stiamo cadendo, passo dopo passo, in una trappola preparata dal Cremlino e dai suoi attempati e nostalgici generali per riportare le lancette della Storia a una riedizione della Guerra Fredda: a una geopolitica, cioè, che ritornando a dividere il mondo in due blocchi, pur con il determinante e imprevedibile ruolo della Cina, restituirebbe alla Madre Russia quel ruolo imperiale tra Asia e Europa (e Nord America, se si pensa all’Alaska, venduta agli Usa un secolo e mezzo fa e ancora oggi rivendicata dai nazionalisti russi..), che Mosca aveva retto per quasi tre secoli, dagli zar al disfacimento dell’Unione Sovietica. Davanti ai limiti di ogni ragione addotta per spiegare l’operato di Putin, soprattutto per quel che riguarda la decisione di attaccare qui e ora, questo effetto potrebbe essere il vero obiettivo dell’invasione dell’Ucraina.   

Per comprendere che cosa può avere in mente il presidente-dittatore e in quale direzione ci sta inesorabilmente spingendo, basta allineare i fatti. Stiamo inviando 450 milioni di euro in armi, munizioni, mezzi bellici pesanti a un paese che se non fa (ancora) parte dell’Unione Europea, dal punto di vista storico e geografico ne rappresenta, però, una parte importante. Minimizzare, o, peggio banalizzare con la retorica dei sentimenti, la gravità di questo intervento, sostenendo che i nostri militari non sono impegnati direttamente sul campo ucraino, ma solo schierati a difesa delle nostre frontiere, vuol dire ostinarsi a non vedere la verità: per la prima volta dalla conferenza dell’11 febbraio 1945 a Yalta, guarda caso in Crimea (e guarda caso, nello stesso periodo dell’anno, se vogliamo seguire gli indizi di un Putin ossessionato dai fantasmi delle passate grandeur panslave e da tempo intento a riprogettare), l’Europa prende parte a un vero e proprio conflitto: uno scontro che, a differenza dell’intervento Nato del 1999 nei Balcani contro la Serbia, sembra avere le caratteristiche per trasformarsi da regionale a mondiale, non solo per  la minaccia atomica evocata da Mosca, e da Washington liquidata come irrealistica, ma, appunto, anche per l’entusiasmo con cui stiamo armando Kiev. 

Non è questa, comunque, la sola decisione europea che Putin potrebbe avere previsto, in un crescendo di folli, ma plausibili scenari. Un’altra, forse la più scontata, è il reboante annuncio dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, peraltro una dichiarazione d’intenti, essendo il percorso per l’adesione di un nuovo partner lungo e complesso. L’orso russo ha sempre mostrato di temerla e osteggiarla, non meno dell’adesione di Kiev alla Nato, ma possiamo davvero escludere che, in cuor suo, Putin la auspicasse da tempo, per poter giustificare l’invasione, anche a posteriori, come ora gli è possibile? Inoltre, anche se in questo momento può apparire una valutazione troppo all’insegna della realpolitik, non si può passare sotto silenzio che le nostre cicatrici più fresche in tema di rispetto dei diritti umani e civili vengono proprio dalle ex repubbliche socialiste, o ex Patto di Varsavia, del cosiddetto blocco di Visegrad, pronte a sfruttare i cospicui aiuti economici di Bruxelles, quanto renitenti alle regole democratiche. 

Il miglior compromesso per fermare le armi dovrebbe mirare alla cosiddetta finlandizzazione dell’Ucraina, una neutralità accettabile dai russi

Dunque, dobbiamo chiederci se l’urgenza umanitaria di allargare i nostri confini all’Ucraina, repubblica la cui storia obiettivamente non sembra promettere più afflati democratici dell’Ungheria, o della Polonia, non finisca per minare il già non facile futuro dell’Unione Europea. 

Il miglior compromesso per fermare le armi dovrebbe, invece, mirare alla cosiddetta finlandizzazione dell’Ucraina: una neutralità più accettabile dai russi quando ancora avevano il coltello dalla parte del manico, molto meno ora che l’hanno affondato nel territorio ucraino e che la stessa Finlandia spaventata sta bussando in fretta e furia alle porte della Nato. Ma se la crisi dovesse durare, l’ammonimento di Dimitri Medvedev a tener conto che nella Storia ogni guerra economica, prima o poi, si trasforma in guerra vera, dovrebbe indurre il saggio a pensare che la Russia, con un pil inferiore a quello dell’Italia, teme più la prima, che la seconda. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Inviato speciale per il telegiornale scientifico e tecnologico Leonardo e per i programmi Ambiente Italia e Mediterraneo della Rai, ha firmato reportage in Italia e all’estero, e ha lavorato per La Stampa, L’Europeo, Panorama, spaziando tra tecnologia, ambiente, scienze naturali, medicina, archeologia e paleoantropologia. Appassionato di mare, ha realizzato numerosi servizi subacquei per la Rai e per altre testate.