L’antipatico per vocazione (o per copione) nella politica-spettacolo mainstream

Craxi e D’Alema sono stati due orgogliosi che pensavano di modificare il sistema, due permalosi che hanno reagito caparbiamente alla resistenza generale nei loro confronti. Non compiaciuti ma consapevoli della propria antipatia (che certo non li ha aiutati nelle loro battaglie). Due che si sono misurati con il mondo dell’informazione non accettando che dettasse l’agenda alla politica e sancisse cosa fosse politicamente corretto. Ma il caso più interessante è, manco a dirlo, Matteo Renzi…


Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

A NESSUNO FA piacere apparire antipatico, qualunque mestiere faccia. Immaginate poi a un politico. Nella prima repubblica essere spiritoso e comunicativo era una dote naturale, un attributo come un altro. Non era un prerequisito necessario per accedere alla professione. Riuscite ad immaginarvi De Gasperi prestarsi a certe interviste frivole ed irridenti? Invece Fanfani era ammiccante e mellifluo. Non parliamo di Andreotti che non poteva finire una dichiarazione senza una battuta. Mentre Berlinguer era così serio da risultare severo e lontano, Veltroni è come un’enciclopedia: risponde in modo “corretto” e inoffensivo a qualunque questione sia inerente lo scibile umano. 

Nunzia De Girolamo, già deputata e ministro a Ballando con le stelle

Ma poi l’informazione ha inventato la politica-spettacolo e ha creato due principali polarizzazioni: simpatici/antipatici e austeri/disinvolti. A quel punto per gli antipatici la vita è diventata dura. Che tristezza vedere persone serie e riservate fingersi cabarettisti, umiliarsi in indecenti scenette di “scherzi a parte”, farsi inseguire dalle “iene”, farci sapere se usano gli slip o i boxer. 

Mentre tutti fingevano di essere quello che non erano, alcuni hanno sfidato — in tempi, forme e ragioni diverse — il mainstream. Ad esempio Craxi e D’Alema. Due orgogliosi che pensavano di poter modificare il sistema, due permalosi che hanno reagito caparbiamente alla resistenza generale nei loro confronti. Non compiaciuti ma consapevoli della propria antipatia (che certamente non li ha aiutati nelle loro battaglie). Due che si sono misurati con il mondo dell’informazione non accettando che fosse esso a dettare l’agenda alla politica e — cosa peggiore — a sancire cosa fosse politicamente corretto. Due che piuttosto di adattarsi, sono andati in esilio: uno dal suo paese (e dalla vita), l’altro dal partito (che era come la vita).

Veniamo al caso più interessante, quello di Matteo Renzi dove il più amato dagli Italiani diventa il più antipatico e spregiudicato. Il giovane sindaco che scala il partito e lo rottama (già la terminologia diventa più commerciale). Un uomo impaziente e protagonista. Raccoglie il 40.8% dei consensi grazie ad una breve e intelligente cavalcata (segreteria Pd, presidenza del Consiglio, 80 euro). Tutti innamorati, tutti affascinati. A questo punto chiunque si fermerebbe un attimo a pensare, riposare, darsi una prospettiva. Invece — molto modestamente — comincia la sua esperienza modificando la costituzione nonostante (o proprio per questo) gli autorevoli fallimenti precedenti.

Tutto poi consegue a questa scommessa affrettata nei tempi ed esagerata nei modi. Ivi compresa la minaccia di abbandonare tutto in caso di sconfitta. Evidentemente gli italiani non devono essersi spaventati troppo, come oggi all’idea che Conte non concederà più interviste alla Rai. Poi la scissione, la primogenitura nella nascita del Conte due, la primogenitura nell’uccisione del Conte due, le consulenze a chiunque purché arabo (con l’“autodichiarazione” di essere diventato ricchissimo), la “mediazione” sull’omofobia (che era il segnale che si spostava al centro), i recentissimi voti contrari alle proposte del governo (che è il segnale che si sposta a destra).

Matteo Salvini e Matteo Renzi nel loro “spettacolo” a Porta a Porta

Ora vi comunico il mio dubbio: c’è uno giovane intelligente e dotato, abituato ad essere tutti i giorni in primo piano per la sua vis polemica, la sua parlantina, la sua “sveltezza”, insomma la sua simpatia. Assiste al suo lento declino, passa dal 40 e passa al 2% di consensi, non sa più come stupire. Abituato ad andare a mille all’ora, ora si annoia. A quel punto decide che è meglio essere il più antipatico che passare inosservato. Quello che svela le pochezze e meschinità di tutti i presenti ed è fiero di un blasone pieno di nemici.

D’altronde perché una persona famosa per le sue capacità tattiche e movimentiste, per la sua verve provocatoria dovrebbe dispiacersi di passare per inaffidabile e spregiudicato? Si avvicina la votazione più importante del prossimo settennato: Mattarella gli deve tutto; Draghi moltissimo (per avere sgomberato il percorso); cosa volete da lui? Che non si faccia notare? © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.