Conte, i 5 Stelle e la Tv: era la Rai la scatoletta di tonno da aprire, prima di essere inscatolati

La groppa del cavallo di Viale Mazzini, la più desiderata delle scuderie pubbliche; sotto il titolo, il capo politico dei 5 Stelle Giuseppe Conte 

Per dare una gestione democratica al servizio pubblico radiotelevisivo era urgente e necessario liberarlo dalla legge Gasparri e dalle pesanti ipoteche di Berlusconi. Bastava guardare al modo europeo di gestire le emittenti pubbliche: ai “garanti” delle Bbc nominati, certo, dalla Regina e però garanti veri, o alle formule tedesche della Zdf e della Ard la rete dei Lander. Fico ha presieduto la commissione di garanzia e vigilanza Rai per cinque anni senza mai avere una illuminazione del genere. Altrimenti le nomine sarebbero state peggio che lottizzate dalle varie aree politiche; sarebbero passate direttamente dal governo, com’è poi avvenuto. Grazie alle modifiche peggiorative introdotte alla vigilia di Natale del 2015 dal governo Renzi


Il commento di VITTORIO EMILIANI

I 5 STELLE AGLI esordi, invece di fantasticare sulle istituzioni da aprire come una scatoletta di tonno, avevano davanti una legge per le nomine Rai che non le attribuiva più come in precedenza ai presidenti delle Camere, ma direttamente all’esecutivo, al governo. E quella era la scatola da affrontare, da aprire possibilmente al più presto per darle una gestione democratica, garantita, liberandola dalla legge Gasparri e dalle pesanti ipoteche di Berlusconi, guardando all’Europa e al modo europeo di gestire i servizi televisivi. Ai “garanti” delle Bbc nominati, certo, dalla Regina e però garanti veri, o alle formule tedesche della Zdf (vent’anni lo stesso direttore, Dieter Stolte tanto era garantito) e della Ard la rete dei Lander. 

Roberto Fico, presidente della Commissione di Vigilanza sulla Rai dal 2013 al 2018

No, Fico ha presieduto la commissione di garanzia e vigilanza Rai senza mai avere una illuminazione del genere, agli occhi di chi conosceva mamma Rai la più urgente e necessaria. Altrimenti le nomine sarebbero state peggio che lottizzate dalle varie aree politiche — io nel ’98 fui indicato o caldeggiato per un CdA a 5 da Luigi Manconi allora portavoce dei Verdi —, ma direttamente dal governo, dall’esecutivo. “Aborro”, avrebbe esclamato il mio vecchio sodale Mughini. Con quel meccanismo infatti la Rai-Tv sarebbe diventata una dipendenza del governo in carica, tanto peggio se il governo era presieduto dal principale concorrente della radiotelevisione pubblica con la pubblicità assicurata dal Sic (Sistema integrato delle comunicazioni) della legge Gasparri (il quale si è pubblicamente offeso perché l’ho definita una “legge infame”). Astenersi dal comparire alle trasmissioni Rai dopo le ultime nomine è un gesto, da parte di Conte, che può apparire nobile, ma che non conta, non pesa, non cambia le carte in tavola

Questo era comunque il vero “nodo” da affrontare perché, altrimenti, come si è visto, anche l’elezione da parte dei dipendenti Rai di loro rappresentanti in CdA non porta a nulla in pratica. Bisogna invece affrontare di nuovo — con forza e lucidità però — il problema delle “garanzie” di un servizio pubblico radio-televisivo. Ho di proposito citato anche la radio perché non possiamo rassegnarci all’imperversare delle radio private e dei social, perché la radio si può ascoltare ovunque e infatti è la più ascoltata in strada, in autostrada, in treno, con l’auricolare s’intende, e una radio colta, intelligente, divertente come ha fatto l’or ora pensionato Marino Sinibaldi e come fa e farà Andrea Montanari, credo, può contare in un Paese sprofondato purtroppo in un analfabetismo di ritorno dal quale andrà pur risollevato. Se non si vuol crescere intere generazioni di “embedded”. 

Le regole attuali mettono il servizio pubblico radiotelevisivo alle dirette dipendenze dell’Esecutivo [credit Mourad Balti Touati / La Presse]

Paghiamo e pagheremo caro aver per anni tagliato con la sega elettrica i bilanci della pubblica istruzione ai tempi della Gelmini e di Berlusconi che quel “pubblica” proprio non la digerivano. Anche vecchi laici, peraltro libertari, come chi scrive, sono per una pubblica istruzione che abbia tutti i requisiti necessari e che ci consenta di apprezzare come dobbiamo e sappiamo pure la “Laudato si’” di un papa venuto da lontano, come disse Francesco dalla Basilica di San Pietro la sera della sua elezione. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.