L’economia reale cresce poco, quella finanziaria prospera: gli stipendi restano fermi, mentre azioni, immobili e titoli si gonfiano a beneficio di chi già possiede. La vera minaccia non è una nuova crisi finanziaria. È una crisi sociale e politica: la rottura del patto implicito che ha retto le democrazie avanzate per decenni, quello per cui la crescita, pur con diseguaglianze, distribuiva almeno parte dei suoi frutti. Se questo patto salta, a vacillare non è solo l’economia, ma la legittimità stessa della democrazia
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA
► Dopo la crisi di Lehman Brothers del 2008 e quella dei debiti sovrani in Europa, molti si illusero che la finanza globale sarebbe stata ridimensionata. Al contrario, i colossi bancari furono salvati con fondi pubblici e tornarono più forti di prima. Dichiarati “too big to fail”, hanno consolidato il loro potere, imponendo regole e tempi alla politica e condizionando l’economia reale. Da allora la finanza non è più solo un settore: è diventata un paradigma. La logica della finanziarizzazione premia il breve termine, misura tutto in base al valore degli asset, concentra ricchezza e moltiplica rendite. Gli utili record delle banche d’affari e dei fondi di investimento si accompagnano a salari stagnanti e al progressivo arretramento della classe media.
L’economia reale cresce poco, quella finanziaria prospera: gli stipendi restano fermi, mentre azioni, immobili e titoli si gonfiano a beneficio di chi già possiede. Basta guardare ai “piani alti” di Londra e di New York per capire la natura di questo potere. È un’aristocrazia chiusa, fatta in gran parte di “figli di”: eredi delle famiglie giuste, formati nelle università d’élite e inseriti nei circuiti che contano. Le eccezioni – giovani della classe media che riescono a entrare – non cambiano la regola, spesso ne vengono travolti. La meritocrazia è stata sostituita dall’ereditarietà sociale, e la mobilità appare sempre più un miraggio. Eppure, anche dentro questo mondo, si fanno strada crepe inattese. Sempre più trader iniziano a rendersi conto di far parte di un meccanismo perverso. Guadagnano cifre immense, ma sanno che quei guadagni poggiano sull’impoverimento dell’economia reale, sulla separazione tra la crescita asfittica della produzione e l’esuberanza degli asset finanziari. Ogni loro profitto corrisponde a un passo indietro della classe media, a una maggiore concentrazione della ricchezza, a un ulteriore scollamento tra chi vive di lavoro e chi di rendita.
Il ravvedimento non nasce da un improvviso senso etico, ma da una consapevolezza lucida: un sistema che arricchisce pochi e impoverisce molti non è sostenibile. La finanza che prospera distruggendo le basi della società è destinata a implodere. Nessun ordine politico può reggere a lungo se la promessa di mobilità e di futuro migliore per le nuove generazioni svanisce. La vera minaccia, infatti, non è soltanto una nuova crisi finanziaria. È una crisi sociale e politica: la rottura del patto implicito che ha retto le democrazie avanzate per decenni, quello per cui la crescita, pur con diseguaglianze, distribuiva almeno parte dei suoi frutti. Se questo patto salta, a vacillare non è solo l’economia, ma la legittimità stessa delle istituzioni democratiche. Oggi la domanda non è se la finanza possa continuare a correre. La vera domanda è quanto a lungo le società potranno tollerare un mondo in cui pochi accumulano tutto, mentre la maggioranza vede svanire la promessa di un futuro migliore. © RIPRODUZIONE RISERVATA
