Il Covid, le morti della pandemia, l’innominata infermiera riminese e Marshall McLuhan

Secondo il celebre studioso dei mass media, di sicuro non sospettabile di essere contro la libertà di stampa e la circolazione delle informazioni e delle idee, talvolta è opportuno ignorare le manie di protagonismo. Non concedere i fatidici dieci minuti di riflettori (che non si negano a nessuno) potrebbe utilmente far perdere la carica, quella sì virale, che fa bramare anche solo un frammento di notorietà


L’articolo di CARLO GIACOBBE

Una infermiera riminese nega di essere negazionista ma si rifiuta di farsi inoculare il vaccino

UNA INFERMIERA RIMINESE, pur ricordando addolorata (addolorata?) di essere stata testimone (et pour cause!) di svariate morti per Covid e negando di essere negazionista, è tetragona nel suo rifiuto di farsi inoculare il vaccino anti Covid. Masochismo? Spirito di contraddizione? Solitario impulso al piacere, come avrebbe detto il poeta irlandese William Butler Yeats a proposito della propria morte? No, a parte un’allusione all’essere un soggetto allergico, le sue spiegazioni sono diverse. 

La validità scientifica del vaccino non riesce a passare la sua barriera emato-encefalica; anzi, temo, più encefalica che emato. Ma anche ammesso che il siero avesse effetti immunizzanti, sostiene l’operatrice sanitaria, questi non durerebbero che alcuni mesi. Eh già, sennò perché si farebbero le dosi di richiamo? Un altro motivo ostativo è di ordine politico. Lei, candidata al Movimento 3V, ne fa una questione di violenza e ricatto da parte delle istituzioni nei confronti della povera minoranza di scettici che si oppongono al vaccino, conculcati e brutalizzati dai biechi detentori del potere. 

Ma il vero, inconfessato motivo, viene da sospettare, è una sorta di smania di protagonismo; dopo 28 anni di diuturno, anonimo impegno a favore di chi soffre, con modeste gratificazioni economiche e pochi riconoscimenti di ordine morale, si può anche capire. E l’infermiera che pur ammettendo la perniciosità della pandemia si oppone all’unica misura (statisticamente) valida per combatterla è indubbio che fa notizia, come testimonia lo spazio che alla sua insolita presa di posizione hanno dedicato gli organi d’informazione. Poco importa se per criticarla o se per offrirle solidarietà nel caso dovesse incorrere in sanzioni amministrative da parte delle autorità sanitarie. 

Tacere i nomi e i troppi particolari sulle persone attenuerebbe la pubblicità che esse cercano

Non è per svista o negligenza che di questa persona ritengo opportuno non dover fare il nome; è per un ricordo che risale a tanto tempo fa. Nel 1980, pochi mesi prima di morire, Marshall McLuhan, il celebre studioso dei mass media che hanno reso il mondo un “villaggio globale”, diede una intervista in cui parlava del fenomeno italiano delle Brigate rosse. Detto in estrema sintesi: secondo il sociologo canadese, di sicuro non sospettabile di essere contro la libertà di stampa e la circolazione delle informazioni e delle idee, l’unico modo di scardinare l’impianto metodologico delle Br era dare il minimo risalto possibile alle loro gesta. Se possibile, addirittura, ignorandole. Ciò specie nella fase finale della loro nefasta azione criminale, in cui, non riuscendo più a colpire obiettivi simbolicamente rilevanti, puntavano le armi contro anonimi servitori dello stato, purché vestiti di una uniforme. 

A nessuno dovrebbe venire in mente che io stia formulando una analogia tra Br e no vax (o pseudo o cripto no vax o come si voglia definire la nostra innominata infermiera), ma tacere i nomi evitando troppi particolari sulle persone contribuirebbe ad attenuare la pubblicità che esse cercano e che fatalmente ottengono. Lasciate nell’anonimato, ipotizzo, potrebbero perdere la carica, quella sì virale, che fa bramare anche solo un frammento di tempo di notorietà. A tutto vantaggio, più o meno consapevole, della collettività nel suo insieme e, soprattutto, nella sua maggioranza. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio