Cop26. I quattordici giorni di Glasgow che svicolarono dalla crisi e dalla giustizia climatica

Una quantità enorme di denaro pubblico viene speso ogni anno nel mondo per sostenere le industrie petrolifere che portano al collasso l’equilibrio bio-fisico del pianeta; sotto il titolo, Greta Thunberg in una manifestazione contro il bla bla bla inconcludente dei leader mondiali sulla crisi e la giustizia climatica

Undici milioni di dollari al minuto di soldi pubblici vengono dati alle compagnie petrolifere e società connesse alla distribuzione dei loro derivati. Il Fondo monetario internazionale dimostra che nel 2020 l’industria fossile ha ricevuto nel mondo contributi pubblici per 5.900 miliardi di dollari, in Italia per 41 miliardi. Secondo lo studio, il 6,8% del Pil mondiale è destinato ai sussidi per le fonti fossili; tradotto nella nostra lingua, 676 dollari sono caricati sulle spalle di ogni cittadino italiano per un importo complessivo pari al 2,1% del nostro Pil. Sono questi stratosferici interessi ad aver rallentato in Scozia l’avvio di una “conversione ecologica” dell’economia e della società sempre più urgente e rivendicata a gran voce da milioni di giovani


Questo editoriale apre il numero 14 del nostro magazine pubblicato nelle edicole digitali da oggi

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

PIÙ SCAVI PIÙ ti accorgi del diluvio di parole e della povertà di fatti compiuti a Glasgow alla conferenza dell’Onu sul clima. I più ottimisti sulla Cop26 appena conclusa in Scozia sintetizzano il quadro così: “Intesa che salva gli impegni presi a Parigi”; avete letto bene: “presi a Parigi”. Sei anni fa. Allo stato attuale e con gli impegni assunti finora dai 200 Paesi che hanno approvato il protocollo finale, «i gas serra aumenterebbero di quasi il 14% nel 2030, rispetto al 2010», stando ai loro piani climatici: testuale dal giornale della Confindustria italiana non sospettabile di estremismo ambientalista.

Per le industrie petrolifere 5900 miliardi di dollari pubblici ogni anno, per i paesi colpiti dalla crisi climatica se ne promettono da anni 100 ma non si dà ancora neanche un centesimo

Allo stato attuale — citiamo dal working paper “Still not getting energy prices right: a global and country update of fossil fuel subsidies” — il Fondo monetario internazionale dimostra che nel 2020 compagnie petrolifere e società connesse alla distribuzione dei suoi derivati hanno ricevuto nel mondo contributi pubblici per 5.900 miliardi di dollari, in Italia per 41 miliardi. Secondo lo studio, il 6,8% del Pil mondiale è destinato ai sussidi per le fonti fossili, 11 milioni di dollari al minuto; tradotto nella nostra lingua, 676 dollari sono caricati sulle spalle di ogni cittadino italiano per un importo complessivo pari al 2,1% del nostro Pil. Come si vede, sono questi interessi stratosferici ad essere stati ben rappresentati al summit scozzese. Altro che i 100 miliardi di dollari promessi nelle Cop precedenti ai paesi poveri per fronteggiare la crisi climatica. Mai arrivati, peraltro, a destinazione.

A Glasgow, per capirci bene, la lobby dei fossili era la più numerosa con oltre 500 partecipanti. E il documento conclusivo non poteva che riassumere plasticamente i rapporti di forza sul campo: la “phase-out” coal, cioè «eliminazione graduale» del carbone annunciata nella bozza prima del rush conclusivo, è diventata alla fine “phase-down”, cioè «riduzione graduale», per mano del ministro dell’Ambiente indiano Bhupender Yadav. L’India — occorre saperlo — ha in progetto l’apertura di 55 nuove miniere di carbone e l’ampliamento dei 193 impianti estrattivi già esistenti nel Paese. E occorre anche sapere, dopo il cosiddetto “disgelo a distanza” di tre giorni fa tra Joe Biden e Xi Jinping, che Biden triplica l’esportazione di gas naturale dagli Stati Uniti alla Cina. E preme sull’Opec per aumentare la produzione del greggio e calmierare gli aumenti del prezzo dell’energia.

Il celebre lancio della monetine del “grandi del mondo” nella Fontana di Trevi, durante il G20 a Roma

Questi i fatti, dietro il gioco stantio degli annunci dei leader a favore di telecamera col titolo del giorno dopo già in canna — davanti alla Fontana di Trevi o al cospetto del Principe di Galles, Carlo d’Inghilterra. Che, sui temi in ballo, almeno ci crede. Un gioco a somma zero. A cui abbocca volentieri l’informazione mainstream con inserti “green” oramai dilaganti, zeppi di storie e storielle riassumibili nel capitolo “greenwashing”: una mano di verde sulle pratiche sporcaccione di sempre. A cui non si sottrae — va da sé — il coro tricolore. Glasgow, per questi cantori, sarebbe stato, addirittura, un successo di leadership di Kerry e Cingolani. Già, anche del nostro ineffabile ministro della Transizione ecologica. 

In effetti, lui è stato l’ultimo a firmare il documento dell’Alleanza Boga (Beyond Oil and Gas Alliance) per l’uscita dagli idrocarburi, solo però come “friend” non come membro effettivo, per non assumere impegni stringenti sullo stop a nuove trivellazioni e sull’uscita dalle fonti fossili. È stato però il primo ad agitarsi per inserire il nucleare nella tassonomia verde europea e a rifiutarsi, a Glasgow, di firmare il documento di Germania, Austria, Portogallo, Danimarca e altri paesi europei contro tale eventualità. Un grande favore reso alla Francia, che ambisce a finanziare il suo nucleare civile e militare con i soldi della transizione ecologica. Un capolavoro del made in Italy.

António Guterres segretario dell’Onu al summit della Cop26 a Glasgow: «È ora di entrare in modalità di emergenza»

L’elenco delle contraddizioni tra parole e fatti potrebbe continuare a lungo. Bastino le parole conclusive del segretario generale dell’Onu, António Guterres: «È ora di entrare in modalità di emergenza». Come chiede a gran voce Greta Thunberg? Né ci sfuggono le poche scelte chiare fatte in Scozia, come il blocco della deforestazione entro il 2030. Conviene allora soffermarsi sulla contraddizione più rilevante a livello europeo. Gli interessi aggregati attorno ai fossili si sono strutturati — come si è ben visto a Glasgow — per allungare il brodo della transizione dal carbone e da Oil&Gas spostando l’asticella da oggi a domani. Mentre agitano gli stracci sul dopodomani per un futuribile nucleare di nuova generazione, siedono già a capotavola dei fondi della Next Generation Eu. Una battaglia — questa — ancora tutta da combattere per accrescere la coesione sociale e ridurre le diseguaglianze economiche, senza lasciare ai nostri figli solo i debiti sottoscritti oggi per loro conto. Lo si potrà fare a patto che si abbia il coraggio di chiamare le cose col loro nome. 

A farlo senza equivoci è, ancora una volta, Papa Francesco. L’unico a dare spessore planetario all’espressione “conversione ecologica”. Dietro l’espressione “transizione ecologica” si addensano — è chiaro ogni giorno di più — concetti contraddittori. Quelli della generazione di chi scrive ricordano che, alla metà degli anni Ottanta, fu un intellettuale militante e conseguente come Alex Langer ad immettere nel circuito del dibattito pubblico il concetto di “conversione ecologica”. Il leader dei verdi sudtirolesi e altoatesini ne fece l’asse del suo impegno politico anche al Parlamento europeo, purtroppo con scarso seguito nello stesso mondo ecologista. Ma è da lì che bisogna ripartire, se si vogliono mettere insieme mobilitazioni sociali e battaglie culturali. Occorre un orizzonte riconoscibile che non abbia come denominatore comune solo e soltanto l’incremento del Pil. Estendere il predatorio modello di sviluppo occidentale — come si sono avviati a fare Cina, India o Brasile — sarebbe catastrofico per il mondo intero e la sopravvivenza dell’umanità sul pianeta Terra.

Per la coesione sociale lotta alla crisi climatica e lotta per la giustizia climatica non possono essere disgiunte

Questo impegno improcrastinabile per invertire la direzione di marcia può essere definito in termini differenti: in Francia e nel nord europeo c’è chi lo definisce “ecosocialismo”; in Spagna il premier socialista lo chiama “transizione ecologica giusta”; in Italia si gira in tondo, con “campi larghi” e “alleanze strutturali” tra quel che rimane della sinistra e quel che sopravviverà dei 5 Stelle di Conte. Chiamata come si vuole, o si tiene insieme la lotta contro la crisi climatica con la lotta per la giustizia climatica, o si disperde — un volta di più — l’energia politica sprigionata dalle mobilitazioni intorno alla Cop26. La polarizzazione e il disagio economico richiedono risposte coraggiose e strutturate, non strani alambicchi nelle stanze partitiche. Così stando le cose, non si può onestamente dar torto al commento conclusivo su Glasgow di Vanessa Nakate, l’attivista ugandese ricevuta a Palazzo Chigi insieme a Greta dal premier Draghi prima dell’ultimo G20 con la promessa che si sarebbe passato ai fatti: «Non possiamo adattarci alla fame. Non possiamo adattarci all’estinzione. Non possiamo mangiare carbone. Non possiamo bere petrolio. Non ci arrenderemo». E noi con loro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.