Tunisia. La prima donna première ministre del mondo arabo: se son gelsomini, fioriranno

In alto, M.me Najla Bouden, prima donna premier del mondo arabo; sotto il titolo, il Presidente della Repubblica Kaïs Saïed conferisce a Bouden l’incarico di formare il governo

Nominata a fine settembre dal Presidente Kaïs Saïed, è difficile prevedere quale peso avrà M.me Najla Bouden nella condotta dell’esecutivo tunisino e in quale misura sarà in grado di ridurre il controllo totale del Presidente su tutti gli aspetti del sistema politico. La Tunisia ha una lunga storia di rivoluzioni e svolte autoritarie. In maniera analoga, anche la figura e il ruolo della donna in seno alla società si confrontano con due tendenze antitetiche: quella patriarcale religiosa, che la vede come “complementare” all’uomo, e quella, secolarizzata, che ne difende l’effettiva uguaglianza di diritti.


L’analisi di EMILIA MENICUCCI

ANCORA UNA VOLTA, i venti del cambiamento soffiano sulla Tunisia. E ancora una volta, è Sidi Bouzid — culla della rivoluzione dei gelsomini —l’epicentro del terremoto politico che sta scuotendo le fondamenta della giovane democrazia. Dopo il colpo costituzionale dello scorso 25 luglio, il Presidente della Repubblica tunisina Kaïs Saïed, ha nominato, il 29 settembre, un nuovo capo del governo: è una donna, la prima a ricoprire tale incarico nel mondo arabo. Il suo nome è Najla Bouden, professoressa di Geologia alla scuola di ingegneria di Tunisi (Enit) e sostanzialmente estranea al mondo della politica — come del resto lo stesso Presidente, professore di Diritto costituzionale, eletto nel 2019 come candidato indipendente.  

L’intenzione di voler nominare un nuovo capo del governo era stata resa nota lo scorso 20 settembre, da Sidi Bouzid, appunto, insieme alla notizia della proroga delle misure eccezionali e del congelamento del Parlamento. Nella stessa occasione, Saïed ha annunciato che i testi legislativi saranno promulgati sotto forma di decreto firmato dal Presidente della Repubblica, concentrando sempre più potere nelle sue mani.  In questo contesto, la nomina di una donna al vertice dell’esecutivo va interpretata come un passo verso le richieste di piazza e internazionali per un ritorno alla democrazia, o è uno mero specchietto per le allodole? La Tunisia è veramente l’eccezione del mondo arabo, o sarà anch’essa vittima delle sue contraddizioni, come la Siria, l’Egitto, la Libia prima di lei ? 

Il Presidente Kaïs Saïed è un costituzionalista e ha congelato i poteri del Parlamento

Come già analizzato sulle pagine di questo giornale, il 25 luglio scorso il Presidente Kaïs Saïed ha attivato l’articolo 80 della Costituzione, che in caso di «pericolo imminente» permette al capo dello Stato di adottare misure eccezionali: congelare temporaneamente le attività del Parlamento e rimuovere il Primo ministro dall’incarico. Il Professore ha potuto azzardare questo colpo di mano perché forte del sostegno popolare, ma, soprattutto, perché il partito di maggioranza dell’Assemblea, l’islamista Ennhahda, ha deluso le speranze dei tunisini e non ha saputo dare risposte efficaci alla profonda crisi socio-economica del Paese. 

Populista, con una ostentata avversione per i partiti politici, Saïed si presenta pubblicamente come uomo integerrimo e incorruttibile, paladino della laicità statale, come altri leader (al-Sīsī, Atatürk e Nasser, per citarne alcuni) nella storia moderna di tanti paesi islamici, condannati a oscillare tra l’incudine della teocrazia e il martello di regimi formalmente democratici, ma palesemente illiberali, spesso sostenuti dalle élite militari. Le ragioni del colpo di Stato potrebbero essere — è vero — quelle caratteriali tipiche di tanti dittatori (Saïed non è il primo e non sarà l’ultimo a cui il potere ha dato alla testa). Ma potrebbe anche essere un modo per escludere la corrente religiosa dal Parlamento, il tempo necessario per nominare i giudici della Corte Costituzionale e assicurare una lettura laicista della Carta fondamentale.

Certo, l’inaspettata nomina di una donna al vertice dell’esecutivo sembrerebbe aprire la strada ad un lento ritorno alla normalità democratica (se mai si può usare tale espressione per il Paese dei gelsomini), e fa sperare in un ritorno in grande stile: ancora una volta, la Tunisia è pioniera dell’uguaglianza tra i sessi. In effetti,  già nel 1956, qualche mese dopo l’indipendenza dalla Francia, su iniziativa del presidente Bourguiba, la Tunisia adottò il Code du Statut Personnel, tappa fondamentale nel processo di emancipazione femminile, che consacrò a livello legislativo alcuni diritti capaci di sancire una formale eguaglianza tra uomini e donne, allontanandosi così dalla regola musulmana.

Proteste in piazza per le condizioni socio-economiche della Tunisia

Tuttavia, non bisogna lasciarsi abbagliare dalla scelta rivoluzionaria del Professore. Tra le disposizioni annunciate il 20 settembre da Sidi Bouzid, vi è quella che pone il Presidente della Repubblica a capo dell’esecutivo, anche se coadiuvato da un Consiglio dei ministri e da un capo del governo. Najla Bouden, quindi, si ritrova, sì, prima donna première ministre del mondo arabo, ma ricopre una carica che è stata svuotata delle sue prerogative e dei suoi poteri. Oltretutto, il Professore ha recentemente evocato una riforma della Costituzione del 2014, per accentuare i tratti presidenziali del sistema di democrazia parlamentare tunisino.

È difficile, dunque, prevedere quale peso avrà M.me Bouden nella condotta dell’esecutivo tunisino e in quale misura sarà in grado di ridurre il controllo totale di Saïed su tutti gli aspetti del sistema politico. Per queste ragioni, è anche difficile prevedere quali saranno le priorità politiche della Professoressa, che avrà come primo compito quello di nominare un nuovo governo. Formato (forse?) da persone come lei, tecnocrati estranei al corrotto mondo della politica tunisina. Il popolo, così come gli osservatori internazionali, è diviso tra chi sostiene le mosse del Presidente della Repubblica, e chi vi legge una pericolosa svolta autoritaria. Venerdì 1° ottobre, Ghannouchi, leader del partito Ennahdha e Presidente dell’Assemblea del Popolo (la Tunisia ha un sistema monocamerale) ha chiamato i suoi colleghi a riprendere i lavori parlamentari, dopo che nei giorni precedenti gruppi di manifestanti avevano impedito loro l’accesso alla Camera, chiedendone lo scioglimento.

Nella società si confrontano visioni antitetiche sul ruolo della donna in Tunisia

La nomina sembra più che altro rispondere all’esigenza di placare gli animi di chi grida al colpo di Stato e teme il ritorno della dittatura, soprattutto perché annunciata qualche giorno dopo la prima grande manifestazione (qualche migliaio di persone), a Tunisi, per il ritorno alla democrazia.

La Tunisia ha una lunga storia di rivoluzioni e svolte autoritarie, che rendono difficile tracciarne una chiara traiettoria istituzionale. In maniera analoga, anche la figura e il ruolo della donna in seno alla società si confrontano con due tendenze antitetiche: quella patriarcale religiosa, che la vede come “complementare” all’uomo, e quella, secolarizzata, che ne difende l’effettiva uguaglianza di diritti. Qualunque sarà la strada che il Paese dei gelsomini imboccherà, è indubbio che la Tunisia stia vivendo un momento storico: in questi giorni si decidono le sorti della giovane e fragile democrazia del Nord Africa, regione in cui passato e presente ci insegnano ad essere molto cauti per quanto riguarda la tenuta democratica delle istituzioni. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Nata a Torino nel 1994, si è laureata a SciencesPo Bordeaux in Politiche internazionali, e poi a Torino in Politiche del Medio Oriente e del Nord Africa. Specializzata in analisi dei conflitti e geopolitica, ha lavorato per l’Undp a Tunisi e per l’Institut de Recherche et d'Enseignement sur la Négociation dell’Essec a Parigi. Amante dei viaggi (soprattutto se avventurosi) e della cultura mediterranea, ha avuto l’opportunità di conoscere e formarsi in diversi Paesi: Capo Verde, Inghilterra, Tunisia, Francia, Marocco. Ha una passione per il mare, la natura e la cucina, e sta seguendo dei corsi di formazione per la carriera diplomatica, il suo grande sogno.