Stati Uniti. La battaglia sul corpo delle donne continua, anzi non finisce mai

In alto e sotto il titolo, manifestazione delle donne contro la legge sull’aborto in Texas [credit Afp/Justin Lane]

Un giudice federale americano ha bocciato la legge del Texas che non solo vietava l’aborto in tutto lo Stato ma assegnava una ricompensa di 10.000 dollari a chiunque denunciasse un aborto. Due novità la rendevano ancora più restrittiva di altre leggi approvate in numerosi stati a trazione repubblicana: la soglia in cui era consentito abortire (quando la donna non è ancora sicura di essere incinta) e l’applicazione della legge affidata ai singoli cittadini che potevano denunciare la donna, il medico e la clinica ricevendo un compenso per danni (danni?), istituendo una taglia sul corpo “peccaminoso” delle donne. Le proteste hanno spinto l’amministrazione Biden ad intervenire, per quanto poteva


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

CON PAROLE DURISSIME un giudice federale americano ha bocciato la legge del Texas che non solo vietava l’aborto in tutto lo Stato ma assegnava una ricompensa di 10.000 dollari a chiunque denunciasse un aborto. Nella sentenza di 113 pagine il giudice Pitman afferma che «dal momento in cui la legge è entrata in vigore alle donne è stato vietato di esercitare la libera determinazione delle proprie scelte di vita che è garantita dalla Costituzione». A maggio il parlamento texano a larga maggioranza repubblicana aveva approvato una proposta di legge che rendeva illegale, per qualsiasi motivo — anche nei casi di stupro o di grave pericolo per la vita della donna — l’aborto al di sopra delle sei settimane di gravidanza e il governatore Abbott, anche lui repubblicano, l’aveva subito firmata. 

La legge del Texas proibiva l’aborto anche nei casi di stupro o di grave pericolo per la vita della donna

C’erano due novità nella legge che la rendevano ancora più restrittiva di altre approvate in numerosi stati a trazione repubblicana: la prima è che abbassava la soglia in cui era consentito abortire dalle ventiquattro settimane fissate nella giurisprudenza della Corte suprema a sei, quando — è stato fatto notare — molte donne non sono neppure sicure di essere incinte. La seconda è che l’applicazione della legge veniva affidata ai singoli cittadini che potevano denunciare la donna, il medico e la clinica ricevendo un compenso per danni (danni?) di 10.000 dollari — di fatto istituendo una taglia sul corpo peccaminoso delle donne.

Le conseguenze erano prevedibili. Da allora migliaia di donne non hanno più potuto abortire; molte, naturalmente le più povere, dovranno partorire nonostante non vogliano o non possano portare avanti la gravidanza. Altre si sono rivolte a cliniche abortiste clandestine in Messico; altre ancora, naturalmente le più benestanti, sono andate ad abortire in uno degli stati limitrofi che ancora lo consentono. Ma prevedibili erano anche le proteste che sono scoppiate in tutto il paese contro una legge che cancella il diritto d’aborto conquistato dopo durissime lotte nel 1973 grazie alla sentenza Roe versus Wade della Corte suprema e che è divenuto un precedente mai messo in discussione in quasi mezzo secolo. 

Le proteste hanno spinto l’amministrazione Biden ad intervenire — per quanto poteva, dal momento che non esiste una norma federale che regolamenti il diritto d’aborto e ogni stato si regola come meglio (o peggio) crede. Il presidente ha dato mandato al dipartimento della Giustizia di impugnare la legge in un tribunale federale per violazione della Costituzione (naturalmente nella Costituzione scritta due secoli e mezzo fa non si fa alcun riferimento all’aborto, ma la sentenza Wade ha valore di norma costituzionale). Ma non è finita perché il Texas ha subito annunciato che farà ricorso in appello contro la decisione del giudice Pitman; e intanto nulla è cambiato nello Stato perché medici, pazienti e cliniche, nell’incertezza normativa, sono timorosi di riprendere gli aborti. 

La Corte suprema a maggioranza conservatrice potrebbe rovesciare conquiste politiche e sociali di decenni

Ma soprattutto si teme quello che potrà succedere tra pochi mesi, quando a dicembre la Corte suprema esaminerà un’analoga legge approvata dal Mississippi. Da anni, negli ambienti progressisti si temeva che la corte, ora a larga maggioranza conservatrice, si apprestasse a rovesciare conquiste politiche e sociali di decenni. È quello che la destra fin dai tempi di Reagan ha sempre cercato di fare e che ora, dopo che Trump ne ha alterato la composizione con la nomina di tre giudici conservatori, è in grado di fare — non solo per cancellare la storica sentenza del 1973 sull’aborto, ma intervenendo in materie di grande rilievo al centro del dibattito politico, come la pena di morte, le armi da fuoco, i diritti elettorali, la cosiddetta azione affermativa per favorire le minoranze discriminate.

Non importa che in questi cinquanta anni l’opinione pubblica americana su molte di queste questioni che riguardano i diritti sociali e politici, sia cambiata in senso progressista e che la maggioranza degli americani sia favorevole all’aborto, a limitare il possesso di armi da fuoco, ad espandere i diritti elettorali e perfino (anche se con percentuali molto più basse) ad abolire la pena di morte. Non importa che i democratici e chi sostiene queste riforme abbiano la maggioranza dei consensi elettorali, perché il sistema istituzionale nel suo complesso è congegnato in modo da favorire la minoranza repubblicana (e più radicalmente di destra) che ha il potere di imporre localmente la propria volontà e centralmente di bloccare l’azione della maggioranza democratica. L’ultima e più definitiva arma di questa “minoranza di governo” è ora, grazie alle nomine fatte da Donald Trump, la Corte suprema. 

La battaglia sul corpo delle donne continua, anzi non finisce mai. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)