Dall’altra parte della Manica (Regno Unito) e dell’Atlantico (Stati Uniti) non passa giorno senza indignate condanne e annunci di drastici provvedimenti per aiutare l’Ucraina a difendersi. Nel cuore della vecchia Europa le cose vengono prese con molta prudenza. Francesi e tedeschi sicuramente, italiani e spagnoli forse, hanno visto nel protagonismo del governo americano l’ennesima manifestazione di una supremazia non solo militare ma anche politica che oggi non tutti gli europei sono disposti a riconoscere. L’Europa ha bisogno degli Stati Uniti e della Nato per la propria sicurezza, ma gli europei non dimenticano che il costo di un’avventura militare o di scelte sbagliate lo pagherebbero soprattutto loro

Esercitazione della Nato Defender Europa; sotto il titolo, tensione lungo la frontiera Russia-Ucraina

L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

C’È QUALCOSA di bizzarro nella vicenda ucraina. La Russia ha ammassato 100.000 e oltre soldati al confine, ha mandato altre truppe a nord in Bielorussia e a sud in Crimea, completando l’accerchiamento del paese e facendo ritenere che vi sia una concreta minaccia di invasione, e gli unici a non preoccuparsi più di tanto sembrano essere gli europei. Per la verità i paesi europei dell’est e del nord, quelli che prima della fine della guerra fredda erano stati satelliti dell’Unione sovietica, sono molto preoccupati — e giustamente dal momento che temono di finire di nuovo sotto il dominio russo. 

Emmanuel Macron, presidente di turno dell’Unione Europea, mercoledì 28 gennaio ha parlato per un’ora col presidente russo Vladimir Putin. Nel corso della conversazione, Macron ha confermato di voler trovare i mezzi per una de-escalation nella crisi ucraina rilanciando, in particolare, l’attuazione degli accordi di pace di Minsk del 2015 nel quadro del formato Normandia composto da Francia, Germania, Russia e Ucraina [credit Ansa]
Curiosamente invece i principali stati europei (principali dal punto di vista economico e demografico) — Germania, Francia, Italia, Spagna — sembrano molto meno preoccupati. Anche loro hanno condannato con parole chiare le manovre russe, e hanno minacciato durissime sanzioni contro Mosca in caso di invasione, ma mentre dall’altra parte della Manica (Regno Unito) e dell’Atlantico (Stati Uniti) non passa giorno, anzi ora, che non risuonino indignate condanne e vengano annunciati nuovi drastici provvedimenti per aiutare l’Ucraina a difendersi, nel cuore politico ed economico della vecchia Europa le cose vengono prese in modo molto meno drammatico e soprattutto con molta più prudenza.

Perché questo diverso atteggiamento tra americani e europei? Certamente deve avere provocato un certo fastidio nelle cancellerie europee il fatto che gli Stati Uniti (con Regno Unito al seguito) dalle loro lontane sponde abbiano prima preso l’iniziativa e solo dopo consultato gli alleati vendendo all’opinione pubblica una unanimità di intenti che non c’era o non c’era ancora. Sembrava il replay della ritirata dall’Afghanistan in cui gli europei si erano trovati davanti al fatto compiuto; per la Francia poi era l’ennesima punzecchiatura dopo che le era stato soffiato da Usa e Uk il lucroso contratto per la fornitura di sottomarini all’Australia e dopo l’ingerenza delle truppe speciali americane, non richieste e non desiderate dai francesi, in Mali. 

Insomma, francesi e tedeschi sicuramente, italiani e spagnoli forse, hanno visto nel protagonismo del governo americano l’ennesima manifestazione di una supremazia non solo militare ma anche politica che oggi non tutti gli europei sono disposti a riconoscere. A 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale e a 30 dalla fine della guerra fredda si vorrebbe che il grande alleato d’oltreoceano si comportasse in modo più rispettoso nei confronti  degli stati europei. Certamente l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti e della Nato per la propria sicurezza, ma gli europei non dimenticano che il costo di un’avventura militare o di scelte diplomatiche sbagliate lo pagherebbero soprattutto loro. 

Vladimir Putin e Donald Trump nel summit di Amburgo il 7 luglio 2017 [credit Ansa/Evan Vucci]
Brucia ancora il trattamento che appena pochi anni fa un presidente americano (Trump) aveva riservato agli alleati europei accusandoli di debolezza e inaffidabilità. Un presidente molto migliore di lui, Barack Obama, aveva accusato gli europei di essere dei “free riders”, cioè di voler beneficiare della protezione americana “a scrocco”; e prima ancora il presidente Bush aveva accusato di viltà i “vecchi europei” che non avevano voluto seguirlo nella sanguinosa avventura irachena.

Al fondo c’è il fatto che gli europei non si fidano più degli Stati Uniti e della loro altalenante politica verso la Russia e, di riflesso, verso la Nato. Trump (per motivi suoi, che però hanno segnato la politica estera del suo paese) si dimostrò ossequioso fino al ridicolo nei confronti di Putin colmandolo di elogi e negando il coinvolgimento della Russia nel tentativo di alterare le elezioni americane; all’inizio del suo mandato, probabilmente per compiacere Putin, Trump dichiarò che la Nato era “obsoleta” e che aveva intenzione di abbandonare gli europei al loro destino; poi, senza informare gli alleati, decise di uscire dal Trattato sulla limitazioni delle armi nucleari a medio raggio (INF), dal Trattato cieli aperti, dall’Accordo sul nucleare iraniano, dagli accordi di Parigi sull’ambiente, tutte azioni che presero gli europei alla sprovvista. Ma forse l’evento che più ha minato la credibilità degli Stati Uniti presso gli alleati europei (e mondiali) è stato l’abbandono dei Curdi, che avevano valorosamente combattuto al loro fianco in Siria, alla vendetta dei soldati turchi; e due anni dopo dei soldati e civili afgani che avevano combattuto e lavorato con loro alla vendetta dei talebani. Con il nuovo presidente le cose sarebbero dovute cambiare, ma i primi segnali dell’anno appena trascorso non sono stati incoraggianti.

Il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Scholz in un bilaterale Francia-Germania

È per questo motivo che mentre Biden annunciava la messa in stato d’allerta di 8500 uomini pronti ad intervenire al confine con l’Ucraina, il ritiro del personale non essenziale dall’ambasciata di Kiev, l’invio di batterie di missili anticarro e antiaereo e di armi leggere per armare la popolazione in caso di invasione, mentre la pressione russa aumentava e aumentavano le minacce di guerra, il neocancelliere tedesco Scholz dichiarava che non avrebbe inviato “armi letali” all’Ucraina (a differenza dei paesi baltici e della Danimarca) e il presidente francese Macron — che, ricordiamolo, è presidente di turno dell’Unione europea — annunciava la necessità di una “posizione comune europea” da discutere successivamente con gli Stati Uniti per poi presentarla a Putin. Gli americani certo non avranno gradito.

Ma a cosa si deve questa diversità di posizioni tra europei (almeno alcuni europei) e americani? Si tratta di timidezza o addirittura di paura di fronte alle minacce russe, come si vorrebbe far credere nella propaganda guerrafondaia? Europei e americani condannano in ugual misura il ricatto russo e la minaccia di invasione dell’Ucraina, ma non tutti valutano le richieste russe nello stesso modo. Gli americani considerano irricevibile la richiesta fondamentale russa di un impegno formale affinché Ucraina e Georgia non entrino mai nella Nato sostenendo che ogni stato è libero di farne o meno parte purché rispetti i requisiti di ammissione.

Ucraina. Militari scavano una trincea nei pressi del confine con la Russia

Ma la Nato non è soltanto un’alleanza di difesa reciproca, al pari di altri trattati difensivi tra stati; è anche un’organizzazione militare con proprie strutture, forze armate e comandi supremi che negli ultimi decenni è intervenuta, per scopi certo non strettamente difensivi, nei Balcani, in Nord Africa e in Medio Oriente, agendo sostanzialmente come longa manus degli Stati Uniti per dare una patina di legittimazione internazionale alle loro avventure militari. La crescita della Nato che dopo il crollo dell’Unione sovietica è passata da 12 a 30 membri ha allo stesso tempo allarmato il governo russo che ha interpretato (a torto o a ragione) questa espansione come un accerchiamento potenzialmente ostile, una minaccia alla propria sicurezza, da completare a ovest con l’ingresso dell’Ucraina e a sud con quello della Georgia, dopo che già gli ex stati satelliti sovietici (paesi baltici, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Bulgaria, Romania) erano entrati nell’alleanza. 

Alla richiesta russa gli Stati Uniti rispondono che essa riflette la vecchia logica delle sfere di influenza che, dopo la fine della guerra fredda, non ha più ragione di essere. Si pretende che il mondo sia improvvisamente diventato un luogo dove la pace regna sovrana e nessuno stato deve più temere di essere attaccato, ora o in futuro, da un suo confinante. Ma le sfere di influenza esistono, eccome!, nel mondo e — come sostengono molti studiosi di relazioni internazionali — svolgono una funzione positiva perché consentono di ridurre il pericolo di conflitti armati. In ogni caso anche gli Stati Uniti, come la Russia, la Cina e ogni grande potenza, hanno le loro zone di influenza in America latina, in Europa, in Asia, e pretendono che vengano rispettate dagli altri stati. Così è stato fin dagli anni ‘30 dell’Ottocento (la dottrina Monroe) e così presumibilmente sarà per i prossimi decenni o secoli. La ragione è semplice: ogni stato ha il dovere di proteggere i propri cittadini garantendo la loro sicurezza per il presente e per il futuro. Per questo motivo i russi chiedono un’assicurazione scritta che la Nato non crescerà ancora ai loro confini perché nessuno stato può fidarsi, quali che siano le intenzioni del momento, di quello che potrà succedere in futuro.

Questo gli europei, con la loro lunga storia di guerre fratricide, lo capiscono bene. Ed è per questo che hanno deciso di non seguire pedissequamente gli Stati Uniti in una contrapposizione ideologica, astratta, nei confronti della Russia. Le minacce russe nei confronti dell’Ucraina e di chicchessia sono inaccettabili certo, ma le loro richieste di sicurezza hanno un fondo di legittimità che va riconosciuto. C’è spazio ancora per una trattativa. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

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