Porte aperte al nemico che fugge: trattare e salvare vite umane, preservare la sovranità ucraina

Il palazzo sventrato il primo giorno a Kiev, immagine simbolo della guerra; sotto il titolo, il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelens’kyj visita una trincea

Già prima dell’inizio del conflitto Putin aveva indicato le richieste minime della Russia: neutralità dell’Ucraina (fuori dall’Alleanza atlantica), smilitarizzazione (senza armamenti offensivi forniti dagli Stati Uniti), annessione della Crimea e autonomia delle zone russofone del Donbass. Per l’Ucraina c’era e c’è l’obiettivo irrinunciabile di preservare la propria sovranità e indipendenza. L’ingresso nella Nato, nell’Unione europea e nel “campo occidentale”, non sembra ugualmente vitale e sembra sia attualmente oggetto di negoziato assieme alla cessione alla Russia di alcune parti del territorio ucraino (la Crimea, forse il Donbass). Per il bene primario di salvare vite umane, è importante che le trattative si concludano rapidamente con un compromesso accettabile per tutte le parti, che non comporti (o non porti a) un cambiamento di regime in Russia. Per Putin sarà in ogni caso una sconfitta di cui pagherà nel tempo le conseguenze. Per piegarlo ora al tavolo delle trattative è essenziale che non sia anche la sua rovina


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

COME FINIRÀ QUESTA guerra? La prima cosa da tenere a mente è che, nonostante gli orrori sotto i nostri occhi, non è una guerra diversa da altre che l’hanno preceduta e, purtroppo, che verranno. La differenza sta nel fatto che è una guerra vicina a noi e che per questo ci riempie di angoscia come altre guerre non hanno fatto. È una guerra tra eserciti, uno più forte e uno più debole, ma è soprattutto una guerra tra il popolo e contro il popolo, in cui le vittime non sono soltanto soldati ma civili e le distruzioni non riguardano solo il potenziale bellico ma le infrastrutture e le abitazioni civili. 

L’invasione da parte di un esercito più forte contro uno più debole, che conseguentemente rifiuta battaglie campali e combatte con azioni di retrovia, con azioni di guerriglia infligge perdite all’attaccante e ne mina il morale [credit Getty Image]

Il primo conflitto di questo tipo, come ricordano i manuali di storia militare, fu  la guerra peninsulare (1807-1814) seguita all’invasione napoleonica della penisola iberica. Sconfitti gli spagnoli, Napoleone si trovò a combattere contro l’esercito portoghese (di molto inferiore alle sue armate) assistito dagli inglesi del duca di Wellington, ma soprattutto contro la popolazione civile che si ribellò contro gli occupanti e li attaccò con azioni di guerriglia. La conseguenza fu la spietata repressione dei francesi contro il popolo spagnolo con fucilazioni e villaggi incendiati (“gli orrori della guerra” di Goya); i francesi però alla fine furono costretti a ritirarsi. 

Quello fu il primo esempio di un nuovo tipo di conflitto, ma il modello di guerra industriale rimase dominante fino alle due guerre mondiali del ‘900 e alla guerra di Corea (1950-1953). Da allora il modello è diventato quello della guerra tra il popolo e contro il popolo che si sviluppa secondo uno schema consolidato: invasione da parte di un esercito più forte contro uno più debole, che conseguentemente rifiuta battaglie campali e combatte con azioni di retrovia; resistenza della popolazione che con azioni di guerriglia infligge perdite all’attaccante e ne mina il morale, cioè la voglia di combattere; e infine ritirata dell’esercito invasore. 

Questa guerra finirà secondo questo modello, come quella peninsulare, come la guerra del Vietnam, come le guerre afgane, la guerra irachena, i tanti conflitti coloniali? I russi, impantanati e bersagliati da molti lati con perdite crescenti, continueranno ad infliggere sofferenze alla popolazione civile, ma poi finiranno per ritirarsi? Si tornerà così alla situazione quo ante, con una Russia indebolita e umiliata e una Ucraina distrutta ma vittoriosa?

Una guerra in cui uno dei due contendenti disponga di una grande forza militare ma in cui la popolazione non ha la volontà di combattere (o l’aveva e poi non l’ha più), non può essere vinta

Allo stato è difficile dirlo perché è difficile valutare la forza dei due contendenti. Secondo Clausewitz la guerra è un atto di violenza il cui scopo è di costringere l’avversario a piegarsi alla nostra volontà (La Guerra, libro I, cap. I). È quello che stanno facendo i russi. Ma ottenere il risultato auspicato (l’obbiettivo strategico) dipende dalla forza che i due contendenti riescono a mettere in campo. Non si tratta solo di forza militare, ma (come dice Clausewitz) di una “trinità” in cui i tre componenti sono strettamente legati e interagiscono tra di loro: la forza militare, la volontà politica, la volontà popolare. Una guerra in cui uno dei due contendenti disponga di una grande forza militare ma in cui la popolazione non ha la volontà di combattere (o l’aveva e poi non l’ha più), o il governo, per qualsivoglia motivo, ritiene che l’obbiettivo strategico non sia più fondamentale, non può essere vinta. A risolverla non sarà più lo scontro delle armi, ma lo scontro delle opposte volontà. Così gli americani in Vietnam, i russi prima e gli americani poi in Afghanistan, abbandonarono il conflitto quando non furono più sostenuti dalla volontà di combattere della propria popolazione (e a cascata del proprio governo); mentre la volontà della popolazione e del governo avversario rimaneva alta.

Le guerre tra e contro il popolo, a differenza delle guerre industriali tra eserciti, non si risolvono quasi mai in una decisiva vittoria di una delle due parti. Sono guerre non per la vittoria ma per il negoziato

La conseguenza di questo intreccio di fattori, tutti imponderabili, è che le guerre tra e contro il popolo, a differenza delle guerre industriali tra eserciti, non si risolvono quasi mai in una decisiva vittoria di una delle due parti. Si risolvono, ad un certo punto (quando entrambi i contendenti prendono atto della situazione di stallo), in una trattativa. Sono guerre non per la vittoria ma per il negoziato, in cui i combattimenti continuano di pari passo con le trattative finché entrambi i contendenti non ritengano di avere raggiunto un vantaggio marginale e allora la trattativa si conclude. Ad esempio, in Vietnam le trattative tra Stati Uniti e Vietnam del Nord iniziarono nel 1968 e andarono avanti per cinque anni prima che cessassero le ostilità e gli americani decidessero di ritirarsi. Anche in Afghanistan i negoziati, prima segreti poi palesi, tra Stati Uniti e insorti talebani sono andati avanti per anni prima che si arrivasse al ritiro dei soldati americani e dei loro alleati. È quello che sta succedendo oggi in Ucraina, sperando che l’intero processo duri di meno. 

La rinuncia dell’Ucraina all’ingresso nella Nato, nell’Unione europea e in genere nel “campo occidentale”, stando alle recenti dichiarazioni del presidente Zelensky, non sembra un obiettivo strategico vitale e può favorire lo sblocco della trattativa

Naturalmente la possibilità di un esito delle trattative accettabile per tutte le parti dipende dagli obbiettivi strategici con cui è stata iniziata la guerra e con cui l’aggredito ha risposto. Per l’Ucraina c’era e c’è un obbiettivo irrinunciabile: preservare la propria sovranità e indipendenza, cioè il requisito fondamentale dell’esistenza di uno stato. L’altro obbiettivo strategico — l’ingresso nella Nato, nell’Unione europea e in genere nel “campo occidentale” — almeno a giudicare dalle recenti dichiarazioni del presidente Zelensky, non sembra ugualmente vitale e sembra sia attualmente oggetto di negoziato assieme alla cessione alla Russia di alcune parti del territorio ucraino (la Crimea, forse il Donbass). Su questa base l’Ucraina potrebbe concludere un accordo in tempi relativamente brevi, come del resto ha annunciato il suo capo delegazione.

Più complicato è valutare la posizione russa. Già prima dell’inizio del conflitto Vladimir Putin aveva indicato le richieste minime della Russia adducendo motivi di sicurezza nazionale. Per questo chiedeva la neutralità dell’Ucraina (che cioè non entrasse nell’Alleanza atlantica), la sua smilitarizzazione (che cioè non disponesse di armamenti offensivi forniti dagli Stati Uniti), l’annessione della Crimea e l’autonomia delle zone russofone del Donbass. Ma con il passare delle settimane le richieste russe sono sembrate allargarsi ad obbiettivi più ampi (anche se non dichiarati) come la cessione di una striscia di territorio a sud, che congiungerebbe il Donbass alla Crimea fino ad Odessa per collegarsi alla repubblica (non riconosciuta) di Transnistria al confine con la Moldavia. Di più, sono stati ricordati scritti e posizioni dello stesso Putin che indicherebbero la volontà di “ricostituire l’ex impero russo” impossessandosi, dopo l’Ucraina, della Moldavia e della Georgia, e forse spingendo le sue mire fino ai paesi del Baltico un tempo parte dell’Unione sovietica.

Si preparano le trincee scavate nei giardini di Kiev. Per l’Ucraina c’era e c’è un obiettivo irrinunciabile: preservare la propria sovranità e indipendenza, cioè il requisito fondamentale dell’esistenza di uno stato

Se così fosse, se cioè non si trattasse soltanto di propaganda, sarebbero obbiettivi inaccettabili per l’Ucraina e per la comunità internazionale. Va da sé che l’aggressione contro uno dei Paesi baltici, che sono parte della Nato, scatenerebbe automaticamente una guerra di ben più vasta portata di quella in corso, una guerra mondiale, forse atomica. Non sembra probabile quindi che Putin voglia spingersi a tanto e che pertanto i suoi obbiettivi strategici non siano troppo lontani da quelli dell’Ucraina rendendo così possibile il raggiungimento di un accordo.

Non è probabile, ma è una terrificante possibilità. Il fatto che non sia probabile è basato su un assioma (fondante ma indimostrabile) delle relazioni internazionali: e cioè che gli stati siano soggetti razionali che perseguono razionalmente i propri interessi. Chiaramente non è nell’interesse di Putin e tantomeno della Russia scatenare una guerra più ampia con obbiettivi strategici irrealistici, almeno finché i suoi interessi coincidono con quelli della Russia. Ma se si separassero, se cioè si trovasse di fronte alla possibilità di un colpo di stato interno, non è dato sapere cosa farebbe per mantenersi al potere. Allora l’assioma della razionalità sarebbe messo in discussione. 

Per questo, per sventare questo pericolo, e non solo per il bene primario di salvare vite umane, è importante che le trattative si concludano rapidamente con un compromesso accettabile per tutte le parti, che non comporti (o non porti a) un cambiamento di regime in Russia. Per Putin sarà in ogni caso una sconfitta di cui pagherà nel tempo le conseguenze. Per piegarlo ora al tavolo delle trattative è essenziale che non sia anche la sua rovina© RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)