«Mi scusi, ma dove trova queste notizie?»: un’europea nel Regno Unito alle prese con le fake news

Il racconto di SILVIA PIETRANGELI, da Barcellona

¶¶¶ Quando una mattina di quasi cinque anni fa mi affacciai alla porta dell’ambulatorio del medico di famiglia di Leeds, l’infermiera era seduta alla scrivania intenta a scorrere la bacheca di Facebook. Il cielo era grigio e lattiginoso come sempre, e le strade di Roundhay Park − il nostro quartiere allungato nella parte nord della città − erano spazzate da un vento freddo e pungente.

Appena la “nurse” mi vide, chiuse la schermata del cellulare, offrendomi uno di quei saluti cortesi e falsamente calorosi che i dipendenti pubblici britannici dispensano con generosità ai vari utenti. «What can I do for you today?». In realtà lo sapeva benissimo, avendo davanti a lei la richiesta del medico di eseguire alcune analisi di routine, ma il protocollo prevedeva che lei me lo domandasse e in quella nazione al protocollo non si scappa.

Io mi sfilai il maglione d’ordinanza della primavera inglese e mi allungai sul lettino. Lei, nel frattempo, armeggiò con siringhe e provette. La ricordo ancora con precisione: avrà avuto una cinquantina d’anni, i capelli biondi raccolti in una coda alla base della nuca e movimenti bruschi, un po’ militari. Per distrarmi, mentre mi punzecchiava con aghi e siringhe, le domandai quali tra quegli esami fosse a pagamento. «No, per ora sono gratis − mi rispose con tono serio e grave − ma se continuiamo così a breve non avremo più un’assistenza pubblica gratuita». «Continuiamo come?» le domandai un po’ stupita. «Beh, se continuiamo ad accogliere tutti questi stranieri che utilizzano il nostro sistema sanitario e non pagano le tasse»

Allora capii: mancava poco più di un mese al referendum sulla Brexit del 2016. L’atmosfera che si respirava in quel periodo di attesa in Inghilterra era piuttosto tesa. Da un lato c’erano i giovani, gli studenti, gli intellettuali, le famiglie anglo-europee, Londra e tutti quei comparti sostenuti dai contributi provenienti da Bruxelles; dall’altro c’era la profonda Inghilterra, quella più anziana, spaventata, in difficoltà, spesso inascoltata. Un confronto che assumeva, giorno dopo giorno, i contorni dello scontro.

M’incuriosii per l’inaspettata apertura verso temi politici da parte di una persona con cui non avevo confidenza, così le porsi alcune domande più dirette. «Non se ne può più, – mi rispose prendendo coraggio − vengono qui perché l’Europa ce li manda. Appena arrivano chiedono il sussidio e le case popolari che sono per noi inglesi. E poi rubano negli appartamenti». «Chi?». «Rumeni e polacchi… moltissimi polacchi! E tutti questi poveri che arrivano ogni settimana».

Abbassai lo sguardo e ripensai alla popolazione multietnica di Leeds e delle altre città dello Yorkshire, composta in maggioranza da immigrati di lungo corso, provenienti da ex colonie britanniche e paesi del Commonwealth che poco hanno a che fare con la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione Europea. «Mi scusi, ma dove trova queste notizie?» domandai alla fine un po’ titubante. «Su internet».

In quell’istante ho avuto la certezza che il Regno Unito avrebbe votato per l’uscita, e che lo avrebbe fatto senza sapere esattamente cosa fosse davvero l’Unione Europea. Ci vorranno mesi prima che il New York Times e il Guardian pubblichino i primi articoli sullo scandalo Cambridge Analytica, rivelando l’uso scorretto di una copiosa quantità di dati raccolti da Facebook e utilizzati per inondare le bacheche dei social di fake news, e non è un mistero che all’indomani del verdetto sulla Brexit, Google sia stato subissato da ricerche di utenti che domandavano: cos’è la Ue?

Una marea di notizie false sputate dal web che ha contribuito a spezzare una giovane vita, quella della deputata laburista Jo Cox, impegnata nella campagna per il “remain”, assassinata da un fanatico del “leave” non molto lontano da quell’ambulatorio di Leeds. Sono passati quasi cinque anni da allora, dalla primavera del 2016, eppure nessuno sembra aver fatto qualcosa di concreto per frenare tali storture; l’opinione pubblica continua a essere nutrita da notizie spazzatura, che influenzano la vita sociale e politica di tutti noi. Pochi giorni fa, qui nella Spagna stretta nella morsa del gelo, si è arrivati addirittura a negare la tempesta Filomena, con un video virale che dimostrerebbe che la neve accumulata sui balconi altro non sarebbe che plastica, alla quale si potrebbe perfino dar fuoco.

Per questo, oggi, a pochi giorni dall’uscita definitiva dell’Inghilterra dall’Unione Europea, mi ritorna con prepotenza alla memoria quella chiacchierata con l’infermiera di Leeds quando, con un sorriso caloroso, poco prima di andare via, mi chiese: «Lei è francese giusto?». «No, sono italiana». «Ah, e mi tolga una curiosità – aggiunse sfiorando il mento con le dita strette nei guanti blu – per caso anche l’Italia fa parte dell’Unione Europea?»  © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È nata a Cagliari, cresce tra i libri, la danza e la ginnastica, nel cui mondo si affaccia sin da giovanissima. Nel 1992 entra a far parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica e partecipa ai mondiali di Bruxelles, dove vince con la squadra una medaglia d’argento e una di bronzo. Per questi risultati riceve la medaglia d’argento al valore atletico del Coni. Successivamente fonda la Compagnia di Danza Contemporanea Varitmès, con la quale porta in scena numerosi spettacoli in Italia e in Europa, ospite di prestigiosi festival di danza e rassegne teatrali. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Cagliari, consegue l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ha vissuto a Berlino, Leeds (Regno Unito) e attualmente risiede a Barcellona, dove si dedica alla scrittura.