I conflitti senza fine dell’America nel mondo: da dove viene la “never-ending war”?

Oltre 100.000 morti e 40.000 miliardi di dollari dal 1946: sono i costi umani e finanziari delle guerre americane. Ma perché è così difficile porre fine alle proprie guerre? E perché continua a lanciarsi in avventure militari non legittimate dalle Nazioni Unite che quasi mai risolvono i problemi, anzi li aggravano? C’è il complesso militare-industriale e il sostanziale disinteresse della popolazione. Ma c’è anche una componente ideologica, perfino ideale, comune a democratici e repubblicani: quando l’America interviene lo fa per motivi nobili e disinteressati. E il conflitto armato non finisce più


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

American Soldiers dressed in authentic WWII uniforms stand on a hill in the desert. They are placing the American flag into the ground. Four of the soldiers are assisting each other in standing the flag while the fifth soldier holds the flag up. There is a golden sunset behind them making the men silhouettes.

¶¶¶ Nonostante tutti i limiti che il sistema federale e il Congresso pongono all’azione di un presidente americano, c’è un ambito nel quale il suo potere è esclusivo: quello di fare la guerra, o meglio di condurre le operazioni militari perché quanto a dichiarare guerra quella era (ed è) una prerogativa del Congresso. All’epoca in cui fu scritta la Costituzione c’era la buona abitudine di dichiarare la guerra prima di farla, e inoltre la mobilitazione di un esercito richiedeva molto tempo per cui era improbabile che un presidente decidesse di lanciarsi in avventure militari.

Le cose cambiarono nettamente dopo la seconda guerra mondiale: da allora nessuno dei numerosi interventi armati degli Stati Uniti in terra straniera è mai stato preceduto (o seguito) da una dichiarazione di guerra. Per limitarci alle maggiori, La guerra di Corea fu formalmente una guerra delle Nazioni Unite, la guerra del Vietnam fu tecnicamente una “missione di assistenza militare” al Vietnam del Sud. Così, per evitare altri abusi di potere nel 1973 fu approvata una legge, il War Powers Act, che consentiva al Presidente di condurre operazioni militari ma solo per un periodo di 60 giorni, dopo di che doveva ottenere l’approvazione del Congresso. 

Il problema è che con gli armamenti del 20° secolo, e ancora più con quelli del 21°, un presidente può lanciare operazioni militari e anche invasioni (come a Grenada nel 1983 e a Panama nel 1989) di sua iniziativa; e in 60 giorni, utilizzando missili, droni, attacchi informatici, piccoli contingenti di corpi speciali, si possono ottenere effetti devastanti prima di un’eventuale bocciatura del Congresso (che peraltro non c’è mai stata).

Poi è arrivato il terrorismo. Nel 2001 ci sono stati i terribili attacchi dell’11 settembre e a quel punto nessuno si è più posto interrogativi di legittimità di quella che da allora è stata chiamata “guerra globale al terrorismo”. In nome della lotta al terrorismo è stata lanciata l’invasione dell’Afganistan (una guerra che dura da 20 anni!) e nel 2003 l’occupazione dell’Iraq, che è durata otto anni, ma poi nel 2014 è ripresa per combattere questa volta anche in Siria lo Stato islamico (Isis), e che dura tuttora. Così come ancora dura l’impegno militare nella guerra civile somala (iniziato nel 1992 e ripreso nel 2007), in quella ugandese e, in maniera più o meno dichiarata, in molti altri paesi.

Le giustificazioni per iniziare e continuare queste “nuove guerre” sono state col passare del tempo le più varie: all’inizio era la lotta al terrorismo, poi l’esportazione della democrazia, la stabilizzazione della regione, lo sviluppo economico, il contrasto alla corruzione, perfino la liberazione delle donne! − senza che nessuno di questi nobili obbiettivi venisse stabilmente raggiunto. 

Intanto i costi umani e finanziari di tutte queste guerre (oltre 100.000 morti e la cifra astronomica di 40.000 miliardi di dollari dal 1946) aumentavano. Ad ogni elezione i candidati alla presidenza promettevano di porre fine alle guerre, ma poi il vincitore, divenuto presidente, si rimangiava la promessa o la diluiva in un tempo indefinito. È quello che sta succedendo anche questa volta: il 1° maggio dovrebbe essere completato il ritiro dall’Afganistan che gli Stati Uniti hanno negoziato con i talebani, ma il presidente Biden ha già detto che sarà “molto difficile” rispettare quella data; lo stesso sta avvenendo in Iraq dove, dopo l’assassinio con un missile del generale iraniano Qasem Suleimani, il governo irakeno ha preteso il ritiro di tutti i militari americani, ritiro che ancora non c’è stato.

Ma perché, nonostante il passare degli anni, il cambiare delle motivazioni e l’evidente fallimento in base a qualsiasi misura di successo, è così difficile per l’America porre fine alle sue guerre? E perché continua a lanciarsi in avventure militari non legittimate dalle Nazioni Unite che quasi mai risolvono i problemi, anzi li aggravano? Certo, c’è il “complesso militare-industriale” che muove enormi interessi economici ed esercita fortissime pressioni sulla politica; certo, ci sono gli apparati militari che vedono nelle missioni belliche una sorta di “addestramento rafforzato”, oltre che una strada per ottenere avanzamenti di carriera. Bisogna poi mettere in conto il sostanziale disinteresse della popolazione dal momento che, dopo il Vietnam, l’esercito americano è composto tutto da volontari, per cui, secondo l’opinione di molti, morire fa parte dei rischi del mestiere.

Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che nessun presidente vuole passare alla storia per avere perso una guerra (e quindi tende a prolungarle tutte) si capisce come l’immenso apparato militare americano − con le sue centinaia di basi e centinaia di migliaia di uomini sparsi in tutto il mondo, con il suo bilancio da 750 miliardi di dollari che dà lavoro a migliaia di aziende e milioni di lavoratori − sia come una gigantesca corazzata che si muove di volontà propria, scarsamente sensibile alla direzione che la politica vuole imprimergli. 

Ma tutte queste considerazioni, che hanno a che fare con l’interesse materiale e le ambizioni personali, ancora non bastano. Alla base dell’inerzia c’è anche una componente ideologica, perfino ideale, comune a democratici e repubblicani, secondo la quale quando l’America interviene lo fa per motivi nobili e disinteressati; e c’è la convinzione che, grazie alla sua potenza militare e all’esempio delle sue istituzioni, l’intervento non può che avere successo − al massimo ci vorrà altro tempo. È la visione comune a quel corpo di specialisti − militari, diplomatici, accademici, imprenditori − che dalla fine della seconda guerra mondiale condizionano le scelte di politica estera e le decisioni militari del paese, con la conseguenza che ogni conflitto armato finisce col diventare una never-ending war, una guerra senza fine. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)