Nello Stato del sud est statunitense è pronto il luogo attrezzato per eseguire le condanne a morte, dopo una imbarazzante fila d’attesa. Succedeva che le case farmaceutiche produttrici degli ingredienti dell’iniezione letale si rifiutassero da una decina di anni di esportare, per motivi umanitari, i loro prodotti negli Usa. I condannati, potendo scegliere tra sedia elettrica e iniezione letale, optavano tutti per questo metodo, di fatto inapplicabile. Proprio come l’albero di Bertoldo che, per lunghi anni, gli avrebbe garantito l’ineseguibilità dell’impiccagione. Da maggio la South Carolina non offre più alternative


L’articolo di CARLO GIACOBBE

Nella foto, un centro di detenzione USA (Credit: John Moore/Getty Images)

INVECE DI MANDARE in pensione i boia, nello stato Usa della Carolina del Sud li hanno moltiplicati. Non uno ma tre, anzi, forse, quattro. Detta così, la macabra faccenda non si capisce e necessita di una spiegazione. Fino a circa un anno fa, in quello stato nel sud est degli Usa, i condannati alla pena capitale, in realtà, i loro avvocati avevano trovato un modo per sfuggire all’esecuzione, che, sebbene i legali e ancor più i diretti interessati ne fossero inconsapevoli, ricordava – con le debite differenze – quello escogitato da Bertoldo. Parliamo del contadino deforme all’origine di una leggenda medioevale, narrata mille anni dopo, nel XVII secolo, da Giulio Cesare Croce, che ne descrive i lineamenti tanto bestiali quanto sottili erano il suo spirito e la sua intelligenzaIl re longobardo Alboino, colpito dall’arguzia di quel villano, la cui fama era giunta fino a lui, lo aveva trattenuto a corte come motteggiatore, giullare e spesso anche consigliere.

L’incisione nell’immagine fa par te del volume Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno del romanzo di Giulio Cesare Croce e Adriano Banchieri pubblicato da Lelio dalla Volpe nel 1736

Alboino non era particolarmente crudele d’animo, ma aveva il difetto di essere alquanto irascibile. Bertoldo, da parte sua, non sapeva tenere a freno la lingua, neanche di fronte al suo re. Inevitabile che ciò gli procurasse ciclici, terribili castighi, che però Alboino finiva col dimenticare. Un giorno, dopo una mancanza più grave del solito, il sovrano, infuriato, lo condanna a morte, consegnandolo agli armigeri ai quali ordina di procedere alla sua impiccagione. Bertoldo, senza perdersi l’animo, invece d’impetrare clemenza, chiede come ultimo desiderio di poter scegliere egli stesso l’albero a cui essere appeso. Alboino, al quale la regale rabbia sta già cominciando a sbollire, ingiunge alle guardie di conformarsi alla scelta del condannato, licenziando poi tutti bruscamente. Il resto della storia è noto. Bertoldo, sempre scortato dai suoi carcerieri, comincia a vagare per ore, poi giorni e forse settimane nei campi fuori Verona, dove risiede il re longobardo. Alla fine, giudicando che il tempo trascorso sia stato sufficiente a far calmare le acque, si produce nell’ultima astuzia: indica agli sgherri un alberello che sì e no gli arriva alla cintola, proclamando di voler essere impiccato a uno dei suoi rami. Gli armigeri, capita la burla e stanchi di quell’inutile vagare, rientrano in città col morituro, riferendo ad Alboino l’ennesima beffa. Il re, che in cuor suo si era già pentito di tanta severità e contento che la sentenza non sia stata portata a termine, fa richiamare il suo giullare e tra sorrisi e lepidezze lo riammette a corte.

Nell’immagine, il volume Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno del romanzo di Giulio Cesare Croce e Adriano Banchieri pubblicato da Lelio dalla Volpe nel 1736

Lasciata la città che in quella fase storica (VI secolo) è la prima capitale dell’Italia conquistata proprio dai Longobardi di Alboino, ma ritrovato lo stesso spirito barbaro negli Usa del XXI secolo, è di queste settimane la notizia che nella Carolina del Sud è stato approntato il luogo attrezzato per eseguire le condanne a morte, per le quali si era creata una imbarazzante fila d’attesa. Succedeva infatti che le case farmaceutiche produttrici degli ingredienti utilizzati per somministrare ai condannati l’iniezione letale, per motivi umanitari si rifiutassero da una decina di anni di esportare i loro prodotti negli Usa. I condannati, avendo facoltà di scelta tra la sedia elettrica e l’iniezione letale, naturalmente optavano tutti per quest’ultimo metodo, visto che di fatto non era applicabile. Proprio come l’alberello di Bertoldo, che per lunghi anni gli avrebbe garantito l’ineseguibilità dell’impiccagione. Da maggio scorso però, su iniziativa del deputato democratico Dick Harpootlian, un ex pubblico ministero grande fautore della pena di morte, lo Stato ha reintrodotto la fucilazione. Secondo Harpootlian, che evidentemente è un uomo di cuore, «è il metodo meno doloroso e più umano che esista» per ammazzare una persona.

Veduta di un centro di detenzione Usa (foto Robyn Beck Getty Images)

La “camera della morte” approntata nel carcere di Columbia, capitale dello Stato, prevede che il condannato, in camicia bianca su cui spicca un disco di stoffa di diverso colore, collocato all’altezza del cuore, venga posto con alle spalle una parete di acciaio, atta a ricevere le pallottole dopo che queste hanno attraversato il suo corpo. A quattro metri dal condannato, protetto da una parete con feritoie da cui poter sparare, il plotone di esecuzione. Che negli Usa, in analoghe circostanze, si componeva di quattro persone, armate di fucile con un unico colpo nella camera di scoppio. Una delle armi, a insaputa di chi spara, è caricata a salve. Una delicatezza pensata affinché nessuno possa dire con certezza di aver colpito il reprobo. Non si sa se adesso in South Carolina le regole siano state cambiate. In passato, negli Stati in cui la sentenza capitale avveniva mediante fucilazione, la composizione della squadra, ciascun membro della quale era remunerato con alcune decine di dollari, avveniva su base volontaria, estraendo i quattro da liste, di solito fitte di nomi, di cittadini integerrimi ed esperti nell’uso delle armi. Caratteristiche, queste, che non deve essere troppo difficile trovare tra i cittadini statunitensi. A pensarci bene, però, un bello spreco di polvere e di denaro, elargito a chi tirando il grilletto ha fatto soltanto un botto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio

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