Dopo oltre 60.000 morti sulla striscia di Gaza il primo ministro inglese Starmer ha stabilito le condizioni per il riconoscimento dello Stato Palestinese. Importante scelta ma non senza condizioni. Il vero banco di prova sarà l’efficacia diplomatica di questo approccio: se Israele e Hamas non risponderanno positivamente, il riconoscimento potrebbe rivelarsi un gesto isolato, privo di impatto concreto. Se invece innescherà una nuova dinamica negoziale, la scelta di Starmer potrebbe essere ricordata come l’inizio di una fase più pragmatica e coraggiosa della diplomazia britannica nel nuovo contesto geopolitico
◆ L’articolo di SAMUEL CAMPANELLA, da Londra
► In un cambio di rotta significativo, il primo ministro britannico Keir Starmer ha annunciato che il Regno Unito riconoscerà lo Stato palestinese nel corso della 78ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a meno che Israele non compia una serie di passi concreti verso la pace. Parole cariche di aspettative quelle pronunciate dal premier, che sceglie un approccio condizionato, ben diverso da quello del suo omologo francese Emmanuel Macron, il quale ha invece annunciato un riconoscimento senza riserve. Starmer, al contrario, lega la decisione al raggiungimento di condizioni precise, con l’intento dichiarato di massimizzare l’impatto diplomatico
Ma la proposta dietro la facciata umanitaria, non è affatto disinteressata. Il riconoscimento dello Stato palestinese resta condizionato a una serie di impegni precisi, a partire da un cessate il fuoco immediato a Gaza, l’inizio di un serio processo negoziale verso la soluzione dei due Stati e l’impegno concreto ad aprire i valichi per gli aiuti, garantendo un flusso quotidiano consistente e non violento. Infine si richiede che venga esclusa ogni futura annessione della Cisgiordania. Parallelamente, le richieste rivolte ad Hamas sono altrettanto stringenti: rilascio di tutti gli ostaggi, disarmo, rinuncia a qualsiasi ruolo politico a Gaza e adesione a un cessate il fuoco duraturo. Insomma, un piano che pretende molto e che appare come un esercizio morale, più che un effettivo piano diplomatico. Di fatti, il riconoscimento sarebbe prevalentemente simbolico: non definirebbe confini o capitale, ma sancirebbe formalmente la legittimità della autodeterminazione palestinese, aprendo alla possibilità di rapporti diplomatici completi tra Londra e Ramallah.
Repentina e furiosa la reazione di Netanyahu che definisce il riconoscimento un vero e proprio “premio al terrorismo” di Hamas, accusando Starmer di infliggere punizioni alle vittime israeliane. Sul fronte britannico invece l’opposizione e alcuni gruppi come i Liberal Democrats hanno accolto la notizia con favore, criticandone al contempo l’aspetto condizionale su cui si fonda. Anche organizzazioni umanitarie come ActionAid UK hanno definito il rinvio del riconoscimento una forzatura sul fronte morale.
Tuttavia tra le reazioni casalinghe più dure, spicca quella di Emily Damari, cittadina britannico-israeliana tenuta in ostaggio da Hamas per oltre 15 mesi, liberata a gennaio. In un post pubblicato su Instagram, Damari ha accusato Starmer di «fallimento morale», affermando che «non sta dalla parte giusta della storia». «Se fosse stato al potere durante la Seconda guerra mondiale – si legge sul The Guardian – avrebbe forse chiesto il riconoscimento del controllo nazista su paesi come la Francia o la Polonia? Questa non è diplomazia: è una vergogna». Damari, che fu colpita a mano e gamba mentre veniva rapita nel kibbutz di Kfar Aza il 7 ottobre 2023, ha dichiarato che il riconoscimento della Palestina in questo contesto «non promuove la pace, ma rischia di premiare il terrorismo». Alcuni avvocati rappresentanti delle famiglie di ostaggi britannici ancora detenuti a Gaza hanno rafforzato questa posizione, definendo la mossa di Londra «una pericolosa leva negoziale» che potrebbe ridurre gli incentivi per Hamas ad accettare una tregua.

La decisione del governo arriva in un momento di forte tensione anche sul fronte interno. Nelle stesse ore in cui Starmer parlava alla Camera dei Comuni, un giudice dell’Alta Corte ha autorizzato il ricorso giudiziario contro la recente messa al bando del gruppo Palestine Action. Secondo il giudice Chamberlain, il governo avrebbe violato i principi di consultazione e potrebbe aver compromesso i diritti di protesta. Il gruppo, noto per le sue azioni dirette contro aziende legate alla filiera bellica israeliana, era stato accusato di atti di terrorismo, ma un rapporto riservato di Jtac (Joint Terrorism Analysis Centre) aveva concluso che la maggior parte delle sue attività non rientra nei parametri del terrorismo, trattandosi di azioni di «vandalismo e disobbedienza civile».
Starmer ha affermato di voler valutare entro settembre se le condizioni imposte siano state rispettate, e ha escluso che qualsiasi soggetto interno o esterno abbia il diritto di veto sulla decisione finale . Ma il vero banco di prova sarà l’efficacia diplomatica di questo approccio: se Israele e Hamas non risponderanno positivamente, il riconoscimento potrebbe rivelarsi un gesto isolato, privo di impatto concreto. Se invece innescherà una nuova dinamica negoziale, la scelta di Starmer potrebbe essere ricordata come l’inizio di una fase più pragmatica e coraggiosa della diplomazia britannica. In un contesto geopolitico segnato da guerre prolungate e stallo diplomatico, il Regno Unito ha deciso di non restare spettatore. Ora la palla passa agli attori sul campo. © RIPRODUZIONE RISERVATA