Dagli Usa all’Europa attacco alle donne: il Caso Polonia nel nome di un “ordine naturale” presunto

Negli Stati Uniti, l’ultima sentenza della Corte suprema ha vanificato la possibilità di interrompere la gravidanza, nella vecchia Europa, i tentativi del governo conservatore polacco sono sfociati nella creazione di un database per “monitorare” e controllare gravidanze e interruzioni illegali delle donne polacche (e in altri Paesi). Un problema senza confini, che si fa sentire anche in Italia scontrandosi con medici obiettori di coscienza e movimenti pro vita e famiglia che tappezzano le città con enormi cartelloni antiaborto, e provocatori slogan pro vita : “Potere alle donne? Facciamole nascere”

L’articolo di STEFANELLA CAMPANA


Una donna mostra il disegno della saetta simbolo del movimento polacco “Strajk Kobiet” che è sfociato con l’astensione generale dal lavoro della popolazione femminile in Polonia

DAGLI STATI UNITI all’Europa si aggira una pesante scure contro i diritti delle donne. Con una sentenza la Corte suprema americana ha vanificato la possibilità di interrompere la gravidanza: l’aborto considerato omicidio ma paradossalmente le stragi di bimbi per le armi vendute senza restrizioni sono diritto alla difesa. In nome di una presunta “legge naturale”, Agenda Europa, una rete di mobilitazione di estrema destra, di ultraconservatori, che raggruppa un centinaio di organizzazioni di oltre trenta Paesi europei, porta avanti una strategia politica in tutto il Continente per far retrocedere i diritti sessuali e riproduttivi. Il loro obiettivo è rovesciare leggi esistenti come quella sul divorzio, la contraccezione, le tecnologie di diagnostica prenatale e fecondazione assistita, l’aborto, la parità per persone Lgbti, il diritto a cambiare sesso, come ha messo in evidenza Epf (European Parliamentary Forum on Population & Development).

Su questa strada è ben avviata la Polonia, Paese che fa parte dell’Unione Europea, ma che ignora tranquillamente quanto stabilito un anno fa dal Parlamento europeo: qualifica l’interruzione di gravidanza come «un servizio medico essenziale» attaccando l’obiezione di coscienza e le campagne dei movimenti per la vita. Ignora anche la Risoluzione votata all’unanimità da parte dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa  (46 Stati rappresentati), su «accesso all’aborto in Europa: fermare le molestie anti choice».

Polonia, manifestazioni in piazza contro la legge che limita il diritto delle donne all’interruzione legale della gravidanza

In Polonia, da gennaio 2021 l’aborto è possibile solo se la madre è a rischio di vita o se la maternità è frutto di stupro e incesto e nei giorni scorsi si è votato contro il progetto di iniziativa popolare per legalizzare l’aborto entro i tre mesi. Ma è in agguato un nuovo pericolo per la libertà delle polacche. Il ministero della Salute impone ai medici di immettere in un database centralizzato dello stesso ministero i dati relativi alla salute di ogni cittadino: allergie, gruppo sanguigno, condizioni croniche. E anche gravidanze.

Si teme che il governo polacco ultraconservatore usi la schedatura per monitorare i tentativi di abortire all’estero o clandestinamente (sarebbero, secondo stime, 4 mila al mese). Non tranquillizzano le dichiarazioni del portavoce del ministero della Salute, Wojciech Andrusiewicz, «i dati saranno accessibili solo ai medici e serve solo a recepire una direttiva Ue».

L’attivista Marta Lempart, leader del movimento femminista polacco e del movimento Women’s Strike dal 2016. Ha ricevuto minacce di morte e decine di citazioni in giudizio, dice di non fidarsi della promessa del governo di mantenere la riservatezza su quei dati. Il rischio è di essere sorvegliate

L’attivista Marta Lempart, leader del movimento femminista polacco e del movimento Women’s Strike che dal 2016 organizza le proteste di piazza sull’aborto in Polonia e per questo ha ricevuto minacce di morte, decine di citazioni in giudizio, dice di non fidarsi della promessa del governo di mantenere la riservatezza su quei dati. Il rischio è di essere sorvegliate. Preoccupazioni giustificate perché l’articolo 26 della legge sui diritti dei pazienti consente alle entità che forniscono servizi sanitari di dare accesso alle cartelle cliniche a diverse altre entità, tra cui «il ministro responsabile per le questioni sanitarie, i tribunali, compresi i tribunali disciplinari, i pubblici ministeri, medici d’ufficio e difensori civici della responsabilità professionale, in relazione ai procedimenti in corso».

Inoltre, secondo il codice di procedura penale, giudici e pubblici ministeri hanno accesso alle cartelle cliniche per cui è possibile indagare sugli aborti. Il registro delle gravidanze non piace nemmeno a molti ginecologi. «Non voglio diventare una spia», afferma una ginecologa. In un regime non democratico i timori sono giustificati. La nuova stretta sui diritti delle donne si è avuta a ottobre 2020 quando la Corte costituzionale polacca ha definito anticostituzionali anche gli aborti per gravi malformazioni del feto che erano il 98% delle interruzioni di gravidanza praticate nel paese. Sentenza diventata effettiva dal gennaio 2021: da allora l’aborto è possibile solo se la madre è a rischio di vita o se la gravidanza è frutto di stupro e incesto. Ma le rifugiate ucraine vittime di stupri di guerra, arrivando in Polonia sono accolte da psicologi antiabortisti, anche se l’aborto in questo caso sarebbe consentito. L’organizzazione fondamentalista Ordo Iuris ha chiesto, con il sostegno del ministro della Giustizia, a 370 ospedali l’accesso alle informazioni pubbliche sulla cittadinanza delle pazienti che interrompono la gravidanza. Come dire, caccia autorizzata alle donne polacche che abortiscono.

L’attivista Marta Lempart durante una conferenza stampa a difesa dei diritti delle donne e contro le schedature di chi interrompe la gravidanza

L’accanimento contro la libertà delle donne polacche ha suscitato in tutta Europa la solidarietà del movimento femminista internazionale, come l’8 Marzo del 2021 con flash mob davanti alle Ambasciate e Consolati polacchi e cartelli con su scritto “La vostra lotta è la nostra”. Se in Polonia l’autodeterminazione delle donne è cancellata, anche in altri Paesi è sempre in agguato l’arretramento dei diritti civili, le limitazioni alla libertà delle donne. «Il corpo è mio e lo gestisco io», lo gridavano forte le femministe degli anni Settanta rivendicando il diritto sul proprio corpo e destino, la scelta di una maternità non subita.

In Italia la legge sull’interruzione di gravidanza, la 194, approvata nel 1978 poi confermata dal voto referendario, non è sempre attuata. In regioni come Marche e Umbria, la quasi totalità di medici obiettori di coscienza ne impedisce l’applicazione ma anche in città come Torino i medici obiettori sono il 60-70%. I diritti sessuali e riproduttivi finiscono così con l’essere minati anche in Italia dove il Movimento Pro Vita & Famiglia tappezza le città con enormi e costosi cartelloni antiaborto, utilizzando abili frasi mutuate da elementi tipici dei movimenti incentrati sull’autonomia delle scelte femminili: “Potere alle donne? Facciamole nascere”.

Campagna promossa dal Movimento Pro Vita & Famiglia contro i diritti delle donne

In Piemonte l’assessore al bilancio regionale Marrone di Fratelli d’Italia ha proposto il fondo Vita nascente alimentato con soldi pubblici, 400 mila euro, che sarà erogato ad associazioni private antiabortiste. A loro volta destineranno 4mila euro a donna, alle prime cento che si convinceranno a non abortire. Una scelta contestata dalla rete di associazioni “Più di 194 voci” perché non bastano certo qualche euro per far crescere un figlio: «Una mancetta che non risolve  i problemi; le donne hanno bisogno di lavoro non precario, continuità e dignità di reddito e di servizi». E anche di educazione sessuale, di anticoncezionali gratuiti alle giovani. C’è chi vorrebbe mettere mano alla “194” e non certo per migliorarla. Anche se la costituzionalista Marilisa D’Amico spiega che nessuno può toccarla perché c’è una sentenza della Consulta, in Italia non mancano le spinte di forze politiche e movimenti decisi a ripristinare “l’ordine naturale”, ma soprattutto a cancellare i diritti che le donne si sono faticosamente conquistati. Un problema che sembra non avere confini. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista a “La Stampa” per 26 anni, è stata direttora della versione italiana del magazine delle culture del Mediterraneo www.babelmed.net. Ha diverse esperienze in campo editoriale e tv, tra cui l’evoluzione del mondo del lavoro (Rai 3); coautrice di: "Donne in liquidazione" sulle operaie Motta e Alemagna, "Il problema dei figli nella separazione" (Bollati-Boringhieri), "Quando l'orrore è donna: torturatrici e kamikaze" (Editori Riuniti). Coautrice di documentari, tra cui “Una violenza di genere” (Rai 3 e Rai Storia). Impegnata da sempre perché l’Italia sia anche un Paese per donne, è stata presidente della Commissione pari opportunità della Regione Piemonte e rappresentante della Cpo dell'Associazione Stampa Subalpina, nel Direttivo di GiUliA Giornaliste, tra le fondatrici dell’associazione “Se non ora quando?”. Tra le curatrici della mostra internazionale “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” (Torino, Palazzo Madama). Nell’Esecutivo Ungp -Fnsi.