L’importante è che non si veda

¶¶¶ Un cadavere è stato recuperato e 23 persone risultano disperse, le altre 600 sono state riportate a Tripoli e a Zawiya dalla Guardia costiera libica, tra cui molte donne e bambini. Tutti sono stati posti in detenzione. Questo scrive in un breve tweet l’Unhcr. 

Mentre queste notizie dei morti passano inosservate, la stampa si concentra con l’emergenza a Lampedusa, dove tra poche ore le troupe televisive ed i giornalisti di mezza Europa metteranno il loro cavalletto e telecamere davanti il molo Favaloro per aprire le loro dirette dal titolo “emergenza da Lampedusa”. La  capacità del sistema mediatico e politico di spostare lo sguardo ed i significati di una vicenda è una costante che ho imparato a leggere nel tempo. 

Fateci caso, nel dibattito di queste ore la vera emergenza per l’Europa sono i salvati. Non gli annegati, non i detenuti nei lager; il problema per l’Europa politica in queste ore è dato dal fatto che la frontiera libica ne faccia arrivare troppi e che diventino un peso insostenibile per il nostro sistema. Un peso che occorre dividere tra gli stati. 

Vivere in un paese che legalmente paga le milizie libiche per bloccare i migranti mentre impedisce alle ambulanze del mare di soccorrere non vuol dire vivere sotto il fascismo, che come sistema politico è morto e sepolto. Ma vuol dire comunque vivere in un sistema politico che è riuscito a ribaltare i significati, a disciplinare gran parte della popolazione all’indifferenza, se non all’odio. A far passare la miseria come colpa e la solidarietà come crimine. 

La disumanizzazione della frontiera è un processo che tende ad affermare come elemento naturale il fatto che la vita di una parte dell’umanità vale meno di altre. Ad affermare che quelle morti in mare, che quelle persone recluse nei lager siano la normalità mentre l’emergenza è il loro arrivo. C’è in questo una contatto con quel male assoluto che abbiamo conosciuto il secolo scorso, con quella sua banalità che si afferma nel quotidiano delle nostre vite. Non cedergli è la forma più alta di resistenza.

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Disegnatore sociale, da anni lavora sul tema della frontiera cercando di raccontare storie attraverso i disegni. Inizia a disegnare come autodidatta a Lampedusa intrecciando il suo lavoro come operatore sociale legandolo al racconto disegnato di storie altrimenti dimenticate. Il lavoro in frontiera lo ha portato a misurarsi con la necessità di costruire una memoria viva in grado di segnare il presente depositandola come atto di accusa di fronte alla storia. In questo momento Francesco lavora con il progetto della Federazione delle chiese Evangeliche "Mediterranean Hope" nella Piana di Gioia Tauro. I suoi disegni sono raccolti in vari libri pubblicati dalla Claudiana Editrice.