Pnrr e assalto alla diligenza dei fondi europei: pianificazione dove sei finita?

La coperta del Recovery plan è tirata da tutte le parti, senza un piano di sviluppo coerente e coordinato. Con la riforma del titolo V della Costituzione lo Stato verticale è stato sostituito vent’anni fa da uno Stato “orizzontale”. Una follia e un guazzabuglio come s’è visto nella gestione della pandemia. Era già accaduto con il Codice del paesaggio e i piani regionali, disattesi e ostacolati; si è ripetuto con la disseminazione degli impianti per l’energia rinnovabile. Eppure persino negli anni peggiori del terrorismo si erano discusse e approvate riforme sociali, e del costume, come quella sul divorzio, ospedaliera e sanitaria


L’editoriale di VITTORIO EMILIANI

¶¶¶ In Italia “pianificazione” è un termine pressoché dimenticato se non addirittura ignorato. Adesso che se ne riparla in termini di Recovery Plan escono fuori da un governo di quasi unità nazionale le formule più strampalate. Tira da una parte la coperta, tirala dall’altra, finisce che prevale una versione del centrodestra che la pianificazione non l’ha mai né amata né praticata e che guarda − con grande sospetto, e magari dispetto − alla versione neo-keynesiana (quella marxista in realtà non è mai esistita, se non nella versione spaventosamente burocratica dell’Unione Sovietica fallita miseramente). 

A complicare ogni giorno le cose c’è l’eredità ormai lontana dello stravolgimento del titolo V della Costituzione, che ha sostituito allo Stato verticale uno Stato “orizzontale” il quale equipara gli organismi statali, cioè centrali, all’ultimo degli organismi locali. Una autentica follia che ha portato poi ad aggiungere altre Regioni a quelle a statuto speciale: quella siciliana addirittura riconosciuta prima della Costituzione per paura del Separatismo per giunta armato − ma dov’è ormai? − o quello della Provincia Autonoma di Bolzano, che non rientrava fra le rivendicazioni risorgimentali (Trento e Trieste), e altri statuti speciali anti-storici. 

Per non parlare − tanto per non farsi mancare nulla in questo guazzabuglio istituzionale − che si sono create regioni a loro volta più “speciali” delle altre con “governatori” al posto di semplici presidenti regionali. E che vorrebbero autonomie altrettanto speciali che si prendono da sé dandosi, per esempio, leggi urbanistiche della peggior specie. Nel senso che sono fondate su di un sostanziale accordo con gli interessi dei privati più potenti, e quindi sulla mortificazione dell’interesse pubblico che una legge − della Regione come dello Stato − dovrebbe in primissimo luogo tutelare. Così è nel Veneto del “doge” Zaia come nell’Emilia-Romagna dell’onnipresente Bonaccini. 

Quest’ultimo soccorso per la rielezione dall’utilissimo movimento delle “sardine” che però, un po’ come i 5 Stelle, nulla o quasi ha da dire di organico in termini di urbanistica cioè di pianificazione territoriale, di convivenza delle persone e degli interessi nell’articolazione città-campagna. È strano se poi proprio Veneto ed Emilia-Romagna risultano, con la Lombardia, in testa al forsennato consumo di suolo che ci pone al doppio di Germania o Gran Bretagna (leggi Merkel e Blair di decenni fa)? Una corsa pazzesca alla cementificazione. 

Nel 1964 il Parlamento approvò come legge il Piano Quinquennale Pieraccini con l’intento di dargli più forza, al debutto del primo centro-sinistra. In realtà la parte economica del Piano risultò praticamente a sé, come astratta, per la durissima opposizione di Confindustria e di altre associazioni padronali. Emersero poi altre riforme: quella ospedaliera (eravamo ancora in molti casi alla Controriforma e al personale religioso) − firmata dal ministro socialista Mariotti − e quella sanitaria per il Servizio sanitario nazionale, firmata dalla democristiana Rosy Bindi. 

Ma di recente, nel guazzabuglio istituzionale in cui siamo immersi dopo quel tal titolo V della Costituzione del 2001 (solo in parte riformato, purtroppo), Formigoni (Forza Italia) e Maroni (Lega Nord) in Lombardia hanno potuto spostare gli investimenti regionali sulle cliniche private e disarticolare la rete dei medici di base, coi risultati disastrosi che si son potuti constatare con questa pandemia dilagata − non a caso prima di tutto e soprattutto in Lombardia − dove si è perduto di vista l’interesse sanitario pubblico e la sua priorità di base. 

Eppure proprio negli anni peggiori del terrorismo e della violenza sociale si erano discusse e approvate (ribadendole in alcuni casi per via referendaria) riforme sociali, del costume, come quella sul divorzio e l’altra sull’interruzione volontaria di gravidanza. Grazie alla spinta fondamentale del movimento radicale, femminista, di sinistra. Ma altre riforme fondamentali sono state approvate in quegli anni di piombo, con voti quasi plebiscitari: per esempio la Legge Galasso n. 431 del 1985 sui piani paesaggistici, alla quale soltanto poche Regioni hanno ottemperato nei tempi previsti e che, se non altro, con le norme dei decreti o galassini concorre a coprire di vincoli paesaggistici − insieme alla legge Bottai (n. 1497 del 1939!) − quasi la metà del Paese. Finché li si rispetta.

La legge n. 431 non prevedeva che lo Stato si sostituisse alle Regioni inadempienti. Allora con un Codice per il Paesaggio − prima versione del 2004, Urbani, seconda versione, più stringente, del 2008, Rutelli − si è stabilito che tutte le Regioni devono co-pianificare con lo Stato, cioè col ministero oggi per la Cultura, piani regionali cogenti. Ma quante Regioni lo hanno fatto sinora? Un pugno appena, e cioè Puglia, Toscana (tra roventi polemiche, a partire dai cavatori delle già sventrate Alpi Apuane), Piemonte e Piano salvacoste sardo voluto dalla Giunta di centrosinistra Soru, predisposto da un’ottima equipe guidata dal compianto Edoardo Salzano, e che il centrodestra si è affannato a smantellare o ad erodere in ogni modo. Mentre nel Lazio il piano regionale Polverini è stato bocciato dal Consiglio di Stato perché non co-pianificato col ministero. Così va l’Italia e così si colpisce la stessa Roma capitale.

Un’altra bella legge di riforma, la n. 183 del 1989 − sulla difesa del suolo modulata sulla legge inglese sull’Authority del Tamigi −, è stata praticamente svuotata dalle Regioni e dai grandi Comuni, a cominciare da Roma e dal Tevere, un autentico delitto legislativo, che gli specialisti di diritto urbanistico continuano a “commemorare” tanto la n. 183 era bella e organica. Ora siamo ai Distretti europei che mi sembrano più laschi e meno cogenti, meno controllabili anche dal basso. Ma che i Comuni se ne infischiassero allegramente lo dimostra il fatto che il Comune di Monterotondo approvò, in concomitanza con l’approvazione della 183, un suo piano di fabbricazione proprio sulle aree alluvionali del Tevere.  

Purtroppo l’elenco potrebbe continuare, raggiungendo il suo apice con la totale mancanza di pianificazione che ha caratterizzato gli strumenti delle energie rinnovabili: pale eoliche sono state diffuse in tutta la dorsale appenninica, concorrendo allo scasso idrogeologico della stessa quando organismi “terzi” come il Club Alpino Italiano (Cai) hanno da subito documentato che la ventosità in Italia è la metà di quella europea e che soltanto in tre punti è sufficiente e costante: la Daunia, già coperta da Nicky Vendola di pale eoliche, la punta nord della Sicilia e quella sud della Sardegna che è meglio lasciare come stanno. 

Dalla bolletta elettrica mi sembra di aver capito che oltre il 40 per cento dell’energia “pulita” deriva ancora dall’idroelettrico. Che potrebbe − lo sosteneva anche un pioniere come Giorgio Nebbia − avere delle chances nel senso che potrebbe portare saggiamente al recupero aggiornato di tante centraline idroelettriche alpestri magari in disuso e di alcune dighe del Sud e delle Isole, costruite per avere acqua per l’irrigazione ma che potrebbero servire forse al doppio scopo. Certo è che su questo piano ha regnato e regna la più grande confusione e speculazione affaristica, anche malavitosa purtroppo. 

Eppure ci sono ancora tanti terrazzi e tetti di case popolari che possono, che devono venire utilizzati per la creazione di impianti fotovoltaici di riscaldamento/raffrescamento e anche di tanti poli industriali abbandonati del Centro Sud o addirittura di ex centrali nucleari come quella di Montalto di Castro che potrebbero diventare “virtuose” centrali fotovoltaiche. Invece di schiacciare a terra ettari su ettari di pascoli, di foraggere, come sta avvenendo presso Tuscania, sacrificando produzioni lattiero-casearie di qualità e paesaggi storici irriproducibili. O incentivando ancora un geotermico che ha già dato tanto alla Maremma e all’Amiata. E il ministro della Transizione ecologica mette pure l’idrogeno fra le fonti rinnovabili e il lettore capisce da sé che non ci siamo proprio. L’idrogeno (benché sia un semplice vettore, non una sorgente) sta per essere pianificato e siamo al grottesco. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: al centro, il parlamentare socialista Giovanni Pieraccini; in basso, paesaggio agricolo [credit Carmelo Di Maria]e bacino idroelettrico in Val d’Ossola

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.