«In fuga dalla guerra, inseguiti dalla fame»: il Myanmar è sempre in fiamme

«Ormai sono più di 900 morti» mi scrive F. mentre scorro le immagini di villaggi incendiati, elicotteri avvolti nel fumo e persone che scappano dalle bombe. «Ormai c’è la guerra» mi spiega. Sono passati tre mesi dal colpo di stato, eppure la normalità sembra lontanissima, con il paese bloccato dalla disobbedienza civile, i commerci interrotti, le banche e le scuole chiuse: «Inizia a essere difficile trovare da mangiare, e le persone che donano cibo ai dimostranti, vengono arrestate». Dalle sue parole capisco che è in fuga. La immagino attraversare le strade polverose del Myanmar su qualche mezzo di fortuna, ai lati le risaie o i campi abbandonati, sopra un cielo che in questo periodo dell’anno è carico di pioggia


Lettera da Barcellona di SILVIA PIETRANGELI

¶¶¶ I suoi messaggi mi arrivano sabato sera, dopo la mezzanotte, mentre dalla finestra osservo i ragazzi riversarsi per le strade di Barcellona, calpestare i marciapiedi, ballare e cantare per la fine del coprifuoco. «Scusami» mi scrive la mia amica birmana F. «hanno di nuovo bloccato internet». È più di un mese che non ricevo sue notizie e sono felice di leggere i suoi messaggi. «Non posso mandarti foto o video, la connessione è lentissima» aggiunge. 

Così mi invia dei link di attivisti che pubblicano le immagini delle ultime proteste nei villaggi e nelle città del Myanmar, studenti e studentesse che indossano l’uniforme scolastica, un longyi verde e una maglietta bianca, con gli sguardi seri e i volti di bambini. Nei pochi messaggi sbocconcellati mi racconta l’orrore che il suo popolo sta vivendo, confermando le notizie che si trovano nei trafiletti, nelle ultime pagine dei giornali occidentali.

«Ormai sono più di 900 morti» mi scrive mentre scorro le immagini di altri siti dove si vedono villaggi incendiati, elicotteri avvolti nel fumo e persone che scappano dalle bombe. «Ormai c’è la guerra» mi spiega.

Ed è proprio così, la protesta si è trasformata in guerra da quando la maggior parte dei gruppi etnici armati − ovvero le frange militari dei movimenti indipendentisti presenti nei diversi territori del paese e collegati a minoranze etniche ‒ hanno aderito alla protesta contro il colpo di stato perpetrato dalla giunta militare; partecipazione che di fatto pone fine all’accordo per il cessate il fuoco, faticosamente raggiunto negli anni di governo dal premio Nobel e Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi.

Sempre in questi giorni il Governo di Unità Nazionale, cioè il governo ombra formato da parlamentari democraticamente eletti, rappresentanti delle minoranze etniche ed esponenti delle proteste, hanno dato vita ai “people’s defence force”, i gruppi di difesa locali. «Molti giovani stanno ricevendo una formazione militare» mi scrive F. con un misto di speranza e di angoscia. «Ci sono migliaia di ragazzi pronti per la guerra civile».

Sono passati poco più di tre mesi dal colpo di stato, eppure la normalità sembra lontanissima, con il paese bloccato dalla disobbedienza civile, i commerci interrotti, le banche e le scuole chiuse: «Inizia a essere difficile trovare da mangiare, e le persone che donano cibo o aiuti ai dimostranti, vengono arrestate».

Dalle sue parole capisco che F. è in fuga con la sua famiglia, come migliaia di altri birmani. Non le chiedo dove sia diretta e lei non me lo dice, sappiamo entrambe che è più sicuro così. La immagino attraversare le strade polverose del Myanmar su qualche mezzo di fortuna, ai lati le risaie o i campi abbandonati, sopra un cielo che in questo periodo dell’anno è carico di pioggia.

Adesso so che ho avuto la fortuna di visitare la Birmania in un momento d’oro, in quella manciata di anni sereni in cui si è svelata al mondo, piena di speranza e ottimismo. Nelle sue strade, ho incrociato sguardi curiosi e fieri, gentili e risoluti. Ho visto un popolo profondamente legato alle proprie tradizioni, ma al contempo proiettato verso la modernità, in un delicato contrappeso tra passato e presente, realtà e spiritualità.

Forse è proprio ripensando a questo straordinario equilibrio che mi è tornata alla mente la Golden Rock, la Roccia d’Oro, una delle più importanti mete di pellegrinaggio per i Buddhisti del paese. Si tratta di un enorme masso in bilico su un dirupo, situato sul monte Kyaiktyo nello stato Mon, completamente ricoperto da foglie d’oro. La leggenda narra che il macigno si mantenga in equilibrio grazie a un capello di Buddha, donato da un eremita al re Tissa. Quest’ultimo, dotato di poteri soprannaturali, trasportò il masso dal fondo del mare sino al dirupo dove si trova ancora oggi. 

Ecco, io non so quali saranno le sorti del Myanmar nel futuro, dove porterà questa sanguinosa guerra civile che pare aver spazzato via sogni e speranze, azzerato aspettative, cancellato faticosi compromessi; so però che il popolo birmano è forte e coraggioso. Così spero con tutto il cuore che il Myanmar possa trovare le energie per superare questo momento difficile e, con la medesima stupefacente stabilità della Roccia d’Oro, ritornare all’equilibrio perduto di democrazia e libertà. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È nata a Cagliari, cresce tra i libri, la danza e la ginnastica, nel cui mondo si affaccia sin da giovanissima. Nel 1992 entra a far parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica e partecipa ai mondiali di Bruxelles, dove vince con la squadra una medaglia d’argento e una di bronzo. Per questi risultati riceve la medaglia d’argento al valore atletico del Coni. Successivamente fonda la Compagnia di Danza Contemporanea Varitmès, con la quale porta in scena numerosi spettacoli in Italia e in Europa, ospite di prestigiosi festival di danza e rassegne teatrali. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Cagliari, consegue l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ha vissuto a Berlino, Leeds (Regno Unito) e attualmente risiede a Barcellona, dove si dedica alla scrittura.