Vladimir Putin il 21 febbraio firma in diretta Tv il riconoscimento dell’indipendenza degli oblast di Donetsk e Luhansk; Joe Biden il 22 febbraio replica: «Continueremo a fornire armi difensive all’Ucraina. La Russia potrebbe attaccare anche Kiev»

A torto o a ragione (per chi scrive a ragione) la Russia ha visto nel progressivo accerchiamento da parte della Nato una minaccia esistenziale da sventare a qualunque costo. Una preoccupazione oggettivamente alimentata dall’attivismo della Nato sotto la guida degli Stati Uniti per l’espansione della democrazia o la difesa della pace. Il cosiddetto “poliziotto globale” teorizzato da Bush senior non ha dato buoni frutti. Dopo le inevitabili e giuste sanzioni nei confronti di Mosca, cosa succederà? C’è ancora spazio per la neutralità dell’Ucraina e per ripristinare una clima di fiducia reciproca tra alleati occidentali e nei confronti della Russia?


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

IN UN DISCORSO dai toni minacciosi e a tratti violenti lunedì 21 febbraio il presidente russo Vladimir Putin ha riconosciuto la sovranità delle due provincie orientali dell’Ucraina, gli oblast di Donetsk e Luhansk, da anni sotto il parziale controllo di separatisti filorussi. Le due sedicenti repubbliche hanno immediatamente esteso la propria “sovranità” ben al di là della linea armistiziale fissata dagli accordi di Minsk 2 del 2015, praticamente ad abbracciare tutto il Donbas, cioè un terzo dell’intero territorio ucraino. Putin ha contemporaneamente annunciato l’ingresso di truppe russe oltre il confine con funzioni — ha detto — di “peacekeeping”, per difendere le nuove entità da eventuali attacchi del governo di Kiev, di cui peraltro al momento non si vedono segnali.

Si conclude così l’ultima fase, in ordine di tempo, di una lunga schermaglia diplomatica iniziata mesi fa tra Stati Uniti, Unione Europea e Nato da una parte e Russia dall’altra, che ha visto la Russia schierare fino a 190.000 truppe ai confini dell’Ucraina minacciando implicitamente di invaderla, mentre gli occidentali annunciavano «durissime e immediate» sanzioni economiche in caso di invasione. Poiché l’Ucraina non fa parte della Nato, da subito il presidente Biden ha escluso l’invio di truppe americane per difenderne il territorio, ma ha al contempo deciso l’invio di armi e di aiuti economici, e rafforzato il dispositivo militare nei paesi meridionali e settentrionali della Nato, Polonia, paesi Baltici, Romania. 

Nel 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino fu stretto un patto non scritto Bush-Gobracëv: in cambio della riunificazione della Germania e del ritiro delle forze armate di Mosca, la Nato non si sarebbe mai allargata sui Paesi del Patto di Varsavia

Le ragioni del contendere erano note e ribadite più volte anche prima del discorso di Putin. Accampando ragioni di sicurezza, la Russia vuole impedire l’ulteriore espansione della Nato verso oriente dopo che negli anni ‘90 e 2000 l’alleanza atlantica era passata da 12 a 30 membri includendo tutti i paesi europei ex-satelliti dell’Unione Sovietica e i paesi Baltici, fino all’ultimo ingresso nel 2020 della Macedonia del Nord. Quando, nel 2008, la Nato aveva invitato formalmente l’Ucraina e la Georgia ad entrare nell’alleanza, la Russia aveva inviato una divisione corazzata ad occupare le provincie georgiane dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, e di ingresso del paese nella Nato, almeno per il momento, non si era più parlato. Poi, nel 2014, il presidente filorusso Viktor Yanukovych era stato cacciato dai moti popolari di piazza Maidan, stroncando così l’obbiettivo caldeggiato dalla Russia di una federazione con l’Ucraina e aprendo invece le porte all’ingresso nella Nato e nell’Unione europea. Come nel caso della Georgia, la Russia aveva reagito occupando prima e annettendo poi la Crimea, e armando i separatisti filorussi delle province ucraine del Donbas per chiarire — se mai ce ne fosse stato bisogno — che mai avrebbe accettato il passaggio dell’Ucraina nel «campo occidentale».

La concezione del cosiddetto “poliziotto globale” proclamata da George H.W. Bush negli anni ’90 e ribadita con aggressività da Bush junior negli anni 2000 alla prova dei fatti non ha dato buoni frutti da nessuna parte [credit Corriere della Sera]
Nel trentennio seguito alla fine della guerra fredda, la Russia — erede molto diminuita in termini economici e di influenza globale dell’Unione sovietica — ha visto nell’espansione della Nato una minaccia alla propria sicurezza, nonostante le affermazioni in senso contrario dei leader americani e occidentali. Una preoccupazione oggettivamente alimentata dall’attivismo della Nato e dei paesi che ne fanno parte sotto la guida degli Stati Uniti in Bosnia, Kosovo, Libia e poi negli anni 2000 in Afghanistan, Iraq, Siria e di nuovo in Libia — un attivismo certamente non motivato da esigenze di difesa in senso proprio, ma ispirato ad un interventismo di volta in volta di tipo umanitario, per l’espansione della democrazia o la difesa della pace. Era la concezione del cosiddetto “poliziotto globale” proclamata da George H.W. Bush negli anni ’90 e ribadita con aggressività da Bush junior negli anni 2000, quando gli Stati Uniti dopo la fine della guerra fredda erano rimasti l’unica superpotenza mondiale e si ritenevano pertanto insigniti del ruolo di garanti dell’ordine mondiale ovunque fosse minacciato.

Al di là di queste evidenze storiche, la dottrina realista in politica internazionale predica da sempre che nessun paese può rinunciare alla sicurezza senza mettere a repentaglio la propria sopravvivenza. In un mondo potenzialmente ostile il governo di qualunque stato — democratico o meno — ha il dovere di assicurare la sicurezza dei propri cittadini contro minacce presenti e future. A torto o a ragione (per chi scrive a ragione) la Russia ha visto nel progressivo accerchiamento da parte della Nato (che, ricordiamolo, non è una semplice alleanza difensiva, ma una organizzazione militare dotata di risorse e comandi strategici propri) una minaccia esistenziale da sventare  a qualunque costo. L’installazione di missili intercettori in Polonia e Repubblica Ceca, dichiaratamente puntati verso l’Iran, ma che oggettivamente minacciano il suolo russo, la creazione di basi militari in Romania, Bulgaria e Paesi baltici, oltre a tutto il preesistente armamentario convenzionale e nucleare dispiegato in Germania, Italia, Belgio, Olanda, ha fatto ritenere alla Russia di Vladimir Putin che si era raggiunto un limite che non poteva essere superato.

Le sfere di influenza hanno svolto in passato e potrebbero ancora svolgere la funzione positiva di aumentare la sicurezza reciproca scoraggiando interventi o minacce di intervento militare nelle zone di pertinenza

La risposta degli Stati Uniti, dell’Europa e della Nato è stata: non si può impedire ad uno stato sovrano (come l’Ucraina, come la Georgia) di scegliere le alleanze che vuole, né si possono prendere impegni scritti che ne limitino la sovranità. Non solo: si è affermato che la posizione russa è improntata ad una concezione ormai datata delle “sfere di influenza”, che non avrebbero più ragione di esistere dopo la fine della guerra fredda. Ma, oltre a contraddire la realtà attuale che mostra come tutte le maggiori potenze hanno o aspirano ad avere una sfera di influenza dalla quale escludere le altre potenze alleate o rivali (così gli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, così la Francia in Africa, così il Regno Unito in Oceania, così la Cina nel mar Cinese meridionale) — le sfere di influenza hanno svolto in passato e potrebbero ancora svolgere la funzione positiva di aumentare la sicurezza reciproca scoraggiando interventi o minacce di intervento militare nelle zone di pertinenza. 

Quanto detto non muta di una virgola il giudizio che si deve esprimere sulle dichiarazioni e sui comportamenti del governo russo, anche se fin qui di portata limitata. Essi sono inaccettabili perché violano il principio fondamentale su cui, dopo gli orrori della prima e della seconda guerra mondiale, la comunità internazionale ha convenuto debba essere basata la politica tra gli stati: il rispetto della sovranità, dell’indipendenza e dell’integrità territoriale, per cui ogni modificazione del territorio di uno stato non può essere ottenuta con le armi o la minaccia delle armi, ma solo con l’accordo delle parti, di tutte le parti. Un principio in questi decenni spesso violato da molti stati, non ultimo gli Stati Uniti, ma che rimane a fondamento dell’ordine internazionale.

Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Mario Draghi, per ragioni di interesse economico ma non solo, hanno spinto verso una soluzione negoziale al conflitto: si è parlato, ad esempio, di “finlandizzazione” o di neutralità dell’Ucraina, dell’esigenza di riprendere in mano l’intera matassa del dialogo per la sicurezza tra Russia e Occidente

E qui sta il punto fondamentale: dopo la condanna, dopo le inevitabili e giuste sanzioni (per il momento limitate alle repubbliche secessioniste), cosa? Sappiamo che ci sono state posizioni diverse tra americani e europei, e anche all’interno della stessa amministrazione americana, circa la legittimità e l’accoglibilità delle richieste russe. In varie occasioni il presidente Biden ha mostrato maggiore flessibilità dei suoi consiglieri, per poi correggersi (o essere corretto) il giorno dopo. Tra gli europei, Macron, Scholz e Draghi — certamente per ragioni di interesse economico, ma non solo — hanno spinto verso una soluzione negoziale al conflitto: si è parlato, ad esempio, di “finlandizzazione” o di neutralità dell’Ucraina, dell’esigenza di riprendere in mano l’intera matassa del dialogo per la sicurezza tra Russia e Occidente scompaginato e aggrovigliato negli anni della presidenza Trump, di ripristinare una clima di fiducia reciproca tra alleati occidentali e nei confronti della Russia. 

Se si fosse seguita questa strada, indicata purtroppo solo a mezza voce dagli europei (e in parte condivisa dallo stesso Biden), cioè di accettare di discutere senza minacce ma anche senza preclusioni le esigenze russe, forse si sarebbe potuto impedire che la vicenda arrivasse al drammatico punto in cui ora si trova. Forse ancora c’è tempo per una risoluta azione di ricerca del dialogo e una soluzione che soddisfi le esigenze di tutti e preservi la pace. Certo che se alle azioni limitate di queste ore Putin farà seguito con l’invasione dell’Ucraina su larga scala, si scatenerà un conflitto di drammatiche proporzioni e di durata imprevedibile, con conseguenze devastanti in primo luogo per il popolo ucraino, poi per l’economia russa, ma anche — e in non piccola misura — per le economie europee. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)