Nelle fasi di gestione e di realizzazione dei progetti di ricerca finanziati dai fondi del Pnrr dovremo dare prova di efficienza e capacità di spesa, oltre che di una coraggiosa progettazione. L’impostazione dei bandi, attraverso i quali verranno erogati i fondi, dovrebbe mirare a superare le barriere tra discipline, incentivare i contratti per i giovani dottorandi e ricercatori, stimolare la mobilità tra sedi diverse; dovrebbe rafforzare le infrastrutture e i gruppi di ricerca, e soprattutto, semplificare le procedure burocratiche che spesso vanificano il corretto utilizzo delle risorse faticosamente ottenute


L’analisi di MARIA LODOVICO GULLINO

Il Ddl 152 per l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza porterà ingenti risorse per la ricerca che dovrebbero far superare la logica della distribuzione a pioggia

COME ABBIAMO GIÀ visto il DDL 152 per l’attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) porterà molte risorse per la ricerca. Ma i soldi non sono tutto e da soli non bastano. Per gestire la progettualità prima e la realizzazione poi, in tempi ben definiti dai bandi, che prevedono ovviamente monitoraggi molto precisi, dovremo dare prova di efficienza e capacità di spesa non indifferenti. Anzitutto nella fase di progettazione occorrono idee nuove, coraggiose. I bandi fissano sì perimetri abbastanza definiti, ma i temi proposti, generalmente molto sfidanti, devono essere affrontati con creatività e in modo poco convenzionale.  Le regole di tipo territoriale previste, tese a destinare alle regioni meridionali il 40% delle risorse, devono stimolare partenariati efficaci e complementari, capaci di rendere più competitive realtà spesso un po’ isolate e poco presenti nei grandi consorzi della ricerca. Una così cospicua disponibilità di risorse dovrebbe fare, finalmente, superare la logica della distribuzione a pioggia. Ciò non significa non essere inclusivi.

L’impostazione data ai bandi dovrebbe aiutare a superare le barriere tra discipline, coinvolgendo il maggior numero possibile di competenze per affrontare tematiche di grande rilievo. In molti casi le tradizionali barriere tra scienze umanistiche e sociali e discipline scientifiche dovrebbero cadere. Anzi, molte delle tematiche proposte prevedono visioni molto ampie, con l’integrazione dei diversi saperi.  Le numerose linee di azione prevedono l’impiego di buona parte dei fondi per contratti a giovani dottorandi e ricercatori. Ci si augura che ciò serva a trattenere nel nostro paese i talenti e, speriamo, a richiamare quelli persi. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescente e inesorabile “fuga” di giovani laureati. Sapremo essere sufficientemente attrattivi da indurli a tornare?  Se così fosse, tutto il sistema della ricerca ne sarebbe avvantaggiato, potendo richiamare giovani che nel frattempo hanno lavorato in altri laboratori, costruito reti internazionali che risulteranno utilissime per internazionalizzare il sistema della ricerca.

Il 40% dei contratti di ricerca dovrà essere destinato a donne. Una iniezione rosa che permetterà in qualche caso di sanare condizioni di disparità di genere. Non possiamo che augurarci di sapere attrarre anche giovani stranieri, magari anche da paesi da cui più intensi sono i flussi migratori verso il nostro paese. Ciò servirebbe a inserire nelle nostre strutture di ricerca giovani motivati, che verrebbero a rappresentare una fascia con alta formazione capace di agire da trait d’union con i loro connazionali che arrivano in Italia per motivi di lavoro e con gli italiani spesso poco accoglienti nei confronti di questi ultimi.  Ci si augura, inoltre, che venga stimolata la mobilità tra sedi diverse.  La disponibilità di risorse mai viste prima per la ricerca in Italia dovrà stimolare una maggiore presenza di figure professionali finora troppo poco frequenti, tranne alcune eccezioni: quei project manager che sono indispensabili per la gestione efficace di progetti complessi. Anche la didattica dovrà adattarsi, diventando più flessibile e capace di adeguarsi alle ricerche condotte.

Il 40% dei contratti di ricerca dovrà essere destinato a donne. Una iniezione rosa che permetterà in qualche caso di sanare condizioni di disparità di genere

Il legame stretto con le imprese, su cui ci soffermeremo più avanti, dovrebbe stimolare una formazione classica e permanente meglio tarata sui bisogni delle aziende e di un mondo che cambia velocemente. In effetti alcune attività, ad esempio i Centri Nazionali, prevedono anche formazione ad hoc, legata alle tematiche affrontate e di tipo interdisciplinare. Bisogna, però, evitare che il risultato sia un proliferare di nuovi piani di studio. Credo che sia anche importante evitare il rischio, innegabile, che questa pioggia di risorse distolga l’attenzione dei ricercatori italiani dalla ricerca europea che, a parere di chi scrive, per il suo carattere competitivo e per l’ampiezza delle visioni, deve restare un’altissima priorità soprattutto per i più giovani. In altre parole, va evitato il rischio che la forte disponibilità di risorse in un certo senso si trasformi in una pericolosa “droga” che fa assopire i ricercatori.

Non dobbiamo infatti dimenticare che le enormi risorse del Pnrr devono stimolare il nascere di iniziative che dovranno diventare sostenibili e capaci di sostenersi una volta terminata la durata del piano stesso.  L’ideale sarebbe utilizzarle per rafforzare le infrastrutture e i gruppi di ricerca, aumentandone la massa critica, rendendoli, di conseguenza, più competitivi. Per finire, non possiamo non sperare che la necessità di realizzare nei tempi previsti i progetti favorisca una revisione della nostra burocrazia che spesso porta a non utilizzare al meglio le risorse che con tanta fatica riusciamo a ottenere.

Le risorse del Pnrr devono stimolare il nascere di iniziative capaci di sostenersi una volta terminata la durata del piano stesso

Sono convinta che molte delle procedure attuali potrebbero essere rese più snelle, utilizzando strumenti di controllo più efficaci e moderni. Basti pensare agli ostacoli all’impiego nella PA di carte di credito per velocizzare alcuni tipi di acquisto, fruire di sconti e offerte, ecc. Non c’è spesa più tracciata di quella fatta in questo modo. Eppure non c’è tipologia di spesa più osteggiata. Per non parlare del Mercato per la pubblica amministrazione, adottato certamente con nobilissime finalità, ma diventato, purtroppo, il modo per pagare di più merce di scarsa qualità.  Sarà la volta che la digitalizzazione farà veramente eliminare le pratiche cartacee? Finora ciò non è avvenuto, purtroppo. La grande spinta alla digitalizzazione dovrebbe orientare le pubbliche amministrazioni verso una semplificazione delle procedure.  Le lentezze burocratiche, purtroppo, rallentano la nostra capacità di spesa, cosa non ammissibile considerati i tempi stretti del Pnrr. — (Fine seconda parte) © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È nata a Saluzzo, origine di cui è molto orgogliosa. Dalla fine degli anni ’70 si occupa di malattie delle colture orto-floro-frutticole all’Università di Torino, dove è ordinario di Patologia vegetale e Vice-Rettore per la valorizzazione del capitale umano e culturale dell’Ateneo. Figlia di imprenditori agricoli e imprenditrice lei stessa, ha vissuto e lavorato per lunghi periodi all’estero. A Torino dirige il Centro di Competenza Agroinnova dell’Università di Torino, da lei fondato nel 2002. È anche giornalista pubblicista. Dopo tanti lavori e libri scientifici, ha voluto cimentarsi con una scrittura più lieve. Ha cominciato con “Spore” (Daniela Piazza Editore, 2014), cui sono seguiti, sempre con lo stesso editore, nel 2015  un libro per ragazzi, “Caccia all’alieno” e, nel , “Valigie: cervelli in viaggio”. Nel 2018 ha pubblicato, con Gabriele Peddes, un libro a fumetti “Angelo, il Dottore dei  Fiori” con Edagricole, Business Media. In occasione dell’Anno Internazionale sulla Salute delle piante ha preparato un altro libro per ragazzi, “Healthy plants, healthy planet” (Fao), tradotto in numerose lingue.

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