Biden nella situation room: la storia del “secolo americano” non ha insegnato nulla

Il comandante in capo Joe Biden da solo nella situation room assiste al ritiro da Kabul; sotto il titolo un cargo americano assediato sulla pista

Solo nel bunker sotterraneo, il comandante in capo contempla sui monitor il disastro che si sta svolgendo sotto i suoi occhi ad opera dei più stretti collaboratori. Non i sicofanti, gli adulatori incompetenti dell’era trumpiana, che cambiavano ad ogni cambiamento di umore del loro capo. Uomini capaci, che lui conosceva bene, formatisi in decenni di servizio pubblico, con competenze e esperienze di massimo livello. Nessuno gli aveva anticipato né predetto quel che succedeva sotto i suoi occhi nella guerra più lunga della storia americana. E il parallelo con il Vietnam calza solo per il racconto dei media compiacenti e degli apparati di sicurezza che continuavano a rassicurare, come  trenta anni prima, che tutto andava bene


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

Un finger dell’aeroporto di Kabul preso d’assalto da fuggiaschi afghani

TRA LE TANTE IMMAGINI sconvolgenti di disperati che si accalcano sulla pista dell’aeroporto di Kabul e si attaccano alle ali dell’aereo per poi precipitare nel vuoto, ce n’è una, che non è tragica, ma dà il senso completo della sconfitta americana che si è consumata in Afghanistan: è la foto del vecchio e canuto presidente, solo nel bunker sotterraneo della situation room, che contempla sui monitor il disastro che si sta svolgendo sotto i suoi occhi ad opera dei suoi più stretti collaboratori. Eppure li aveva scelti lui stesso, uno per uno: non erano i sicofanti, gli adulatori incompetenti dell’era trumpiana, che cambiavano ad ogni cambiamento di umore del loro capo. Erano uomini capaci, che lui conosceva bene, formatisi in decenni di servizio pubblico, con competenze e esperienze di massimo livello: gli Antony Blinken, segretario di Stato, Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale, Lloyd Austin, segretario della difesa, e le migliaia di uomini e donne degli apparati alle loro dipendenze.

Doveva essere sgomento Biden nel vedere ciò che stava succedendo e che nessuno gli aveva anticipato né predetto, particolarmente da parte di quella che viene ampollosamente chiamata la comunità dell’intelligence, cioè la Cia e le varie agenzie di spionaggio militari e civili. Sì, certo, ancora a luglio c’erano stati allarmi significativi: con il ritiro delle ultime truppe americane (e della Nato) il governo Afghano non avrebbe retto a lungo, ma la previsione era di 18 mesi o due anni, come era avvenuto in Vietnam dove l’esercito aveva resistito due anni dopo il ritiro americano nel 1973 prima di essere spazzato via dall’esercito nordvietnamita e dai guerriglieri vietcong. E invece adesso tutto si era svolto in poche settimane, dalla perdita delle capitali di provincia (Herat, appena lasciata dagli italiani) fino alla caduta di Kabul in mano talebana il 15 agosto.

La celeberrima foto dell’ultimo giorno degli americani a Saigon il 30 aprile 1975

Le immagini consegnano un parallelo angosciante tra il Vietnam di allora e l’Afganistan di oggi. Allora, a Saigon, grappoli di uomini aggrappati all’ultimo elicottero che si staccava dal tetto dell’ambasciata americana; oggi, a Kabul, folle che rincorrono gli aerei in fase di decollo, che precipitano al suolo o muoiono schiacciati dalle ruote dei carrelli. Ma è un parallelo solo in parte calzante. Quella del Vietnam fu una guerra di soldati di leva — almeno 6 milioni si avvicendarono nel corso degli anni e oltre 55.000 vi morirono. Gli americani, da un certo momento in poi, vedevano tutte le sere la guerra nei telegiornali: i morti, le distruzioni, le stragi di vietnamiti. Ogni famiglia aveva o conosceva qualcuno che era caduto o rimasto ferito laggiù. La guerra non poteva essere ignorata e il suo costo coinvolgeva tutti. Divideva anche perché era difficile per gli americani accettare che 15 anni dopo la vittoria nella seconda guerra mondiale e 10  anni dopo la vittoria (discutibile) in quella di Corea l’esercito più potente del mondo venisse sconfitto da un piccolo popolo in una delle periferie del mondo. Si era all’apice della potenza e dell’ottimismo americano e niente era impossibile se il Paese lo voleva con determinazione. Almeno così sembrava.

Grazie ai mercenari la guerra più lunga della storia americana è stata anche una guerra invisibile

Quella dell’Afghanistan prima (2001) e dell’Iraq poi (2003) invece è stata una guerra di soli volontari aiutati da un ugual numero di mercenari (chiamati con un eufemismo contractors dalle società che li forniscono). Nel corso degli anni il contingente americano e quello ancor più numeroso della Nato si è progressivamente ridotto fino ai circa 2000 uomini di qualche settimane fa. I caduti americani sono stati, in vent’anni, in Afghanistan “appena” 2500. Insomma, la guerra più lunga della storia americana è stata una guerra invisibile, che sì è costata moltissimo in termini di spesa, ma non in termini di vite umane. Nel disinteresse sostanziale dell’opinione pubblica si è trascinata in tutti questi anni schiacciata nei notiziari dalla politica interna sempre più rabbiosamente di parte, dal razzismo, da “me too” e dalle varie crisi economiche. Alla gente non importava più e ascoltava con scarso interesse i rapporti sui “progressi” nell’addestramento dell’esercito afghano, sulla ritrovata libertà delle donne, sull’affermarsi della democrazia e le elezioni “per la prima volta libere”. La “vendetta” nei confronti degli attentati dell’11 settembre si era consumata, i talebani erano stati sconfitti, anche se non il terrorismo che riaffiorava sempre con nuove sigle. Ma il mondo si sa è un posto complicato dove circolano tante persone malvagie dalle quali difendersi anche con attacchi preventivi.

Una incursione dei soldati americani fra le risaie del Vietnam [credit Bettmann Corbis]

Questa l’opinione comune. Naturalmente la realtà era molto diversa da quella rappresentata dai media compiacenti e dagli apparati di sicurezza che, nonostante l’alternarsi dei presidenti, almeno pubblicamente continuavano a rassicurare — sì, esattamente come era avvenuto in Vietnam trenta anni prima — che tutto andava bene: migliaia di scuole, ospedali, strade venivano costruiti; ancora un piccolo sforzo, ancora un po’ di pazienza e magari qualche migliaio di soldati in più e i residui problemi sarebbero stati risolti.

C’è da rimanere allibiti di fronte a questo misto di ignoranza e di contraffazione della realtà, di arroganza e di disprezzo per il senso comune, che è stato propalato per un ventennio in nome della guerra al terrorismo condendolo di slogan come l’esportazione della democrazia e la liberazione delle donne. Eppure la storia del “secolo americano” qualcosa avrebbe dovuto insegnare. Tolte le grandi guerre — fatte di corpi d’armata, carri armati, bombardieri, centinaia di migliaia o milioni di uomini — tutti gli interventi americani, a partire dalla conquista di Cuba e delle Filippine all’inizio del Novecento passando per una diecina di paesi dell’America latina (Cuba, Haiti, Honduras, Guatemala, Nicaragua…) si sono risolti in fallimenti, non hanno portato alla democrazia e tanto meno alla prosperità, ma ad una spirale di dittatura, guerriglia, ancora dittatura, povertà, regimi corrotti e spesso sanguinari. Forse le intenzioni erano buone, almeno così alcuni credevano, ma i risultati sono stati quasi sempre disastrosi sul piano della costruzione democratica e anche su quello strettamente militare, come avrebbero dovuto insegnare le avventure in Vietnam e, su scala molto inferiore, in Somalia, nei Balcani, in Libia: tutte sconfitte seguite da fughe precipitose. E naturalmente poi l’Afghanistan, l’Iraq, la Siria.

Ritiro delle truppe americane in Afghanistan dopo il disimpegno di Trump confermato da Biden 

Ci sono quindi due lezioni da trarre dalla débacle afghana, per chi le vorrà trarre. La prima è molto semplice e ci dice che le guerre non si vincono con la (teorica) potenza di fuoco, ma con uomini e donne sul campo, e che in qualunque parte del mondo, se dopo avere vinto una guerra non lasci il paese sconfitto, prima o poi dovrai affrontare una sanguinosa guerriglia e sarai costretto a scappare. È successo volta dopo volta prima che agli americani a tutte le potenze europee ed è quello che al fondo è successo anche questa volta. 

La seconda lezione è un invito all’umiltà: ci dice che perfino il paese giustamente famoso per la sua straordinaria capacità organizzativa, per le sue gigantesche imprese multinazionali, per la sua logistica, per la sua abilità tecnica e tecnologica, non è in grado di organizzare in modo decente l’evacuazione di poche migliaia di persone e di garantire la sicurezza di coloro che lavorando per lui hanno rischiato la vita illudendosi che non sarebbero stati dimenticati.

Del resto, che dire di quello stesso paese che, appena sette mesi prima, non era stato in grado, per disorganizzazione e incompetenza, neppure di difendere il proprio parlamento da una banda di scalmanati? Per questo forse la foto di Biden nella situation room appare particolarmente scoraggiata (e scoraggiante). © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)