A un anno dall’assalto dei barbari di Trump a Capitol Hill: il 6 gennaio e le oche del Campidoglio

Joe Biden a Capitol Hill, un anno dopo: «Trump cercò di rovesciare elezioni libere»; sotto il titolo, le squadre d’assalto aizzate dal Presidente uscente Donald Trump dilagano sulle scalinate e nelle sale interne dell’immenso edificio del Congresso americano

Appena una piccola minoranza dei parlamentari repubblicani è disposta ad ammettere che un anno fa c’è stato un tentativo di colpo di stato. I più sostengono che si è trattato di una legittima manifestazione di protesta contro le elezioni fraudolente del 3 novembre che avevano rubato la presidenza a Donald Trump. Le intercettazioni telefoniche, i messaggi internet e gli interrogatori di alcuni imputati, dicono che l’assalto al Congresso era programmato da tempo con finalità chiaramente eversive. Quali responsabilità penali specifiche negli eventi del 6 gennaio ha l’ex presidente Trump, i suoi collaboratori (il capo di gabinetto Meadows, l’anima nera Bannon, il consigliori Giuliani) e alcuni parlamentari repubblicani?


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

DEL PRIMO ASSALTO dei barbari al Campidoglio sappiamo poco, solo quello che ci ha raccontato Plutarco. Si sarebbe svolto all’inizio del IV secolo a.C.. I Galli di Brenno stavano per dare l’assalto nottetempo alla rocca capitolina quando, secondo la leggenda, le oche che lì si trovavano starnazzando svegliarono il capo delle guardie Marco Manlio che prontamente chiamò in soccorso Camillo che si trovava fuori Roma con il suo esercito, il quale, sopraggiunto, sbaragliò i barbari e salvò Roma. Del secondo assalto — ma quella volta si trattò di un altro Campidoglio non sulle rive del Tevere ma del Potomac — sappiamo molto perché è un fatto storico. Nel 1812 un altro esercito dette l’assalto a questo nuovo Campidoglio, lo mise a ferro e fuoco e lo rase al suolo. Non erano barbari ma civilissimi inglesi decisi a schiacciare la neonata repubblica e a riportarla sotto il proprio dominio. Del terzo assalto dei barbari — né Galli né inglesi ma americaniil 6 gennaio del 2021 sappiamo tutto. È stato raccontato in tempo reale dalle radio e dalle televisioni di tutto il mondo, è stato minuziosamente sviscerato in migliaia di articoli e decine di volumi, è oggetto di inchieste giudiziarie e congressuali. 

La quasi totalità dei barbari assalitori del Campidoglio all’arrivo della Guardia Repubblicana fu fatta fuggire

Malauguratamente in questo altro Campidoglio non c’erano le oche e così i responsabili della sicurezza furono presi di sorpresa. Le migliaia di barbari aizzati dal loro capo Donald Trump marciarono per più di un’ora lungo Pennsylvania Avenue scandendo slogan, agitando minacciosamente bastoni e spranghe, e arrivarono indisturbati davanti alla prima barriera difensiva ad un centinaio di metri dal Campidoglio. Lì giunti, sopraffecero i pochi incerti guardiani che si dettero ingloriosamente alla fuga; indi circondarono l’immenso edificio, ne scalarono le mura e le terrazze e a colpi di bastone e di gas urticanti sopraffecero la seconda linea di difesa; a colpi di ariete sfondarono poi le porte blindate penetrando all’interno senza che — a differenza di quanto era avvenuto quell’altra volta 2400 anni fa — arrivassero i rinforzi di Camillo (la guardia nazionale) a fermarli. 

Solo alcuni valorosi guardiani all’interno, quasi tutti disarmati, provarono ad arrestare la fiumana umana inferocita che dilagò per le auguste sale, le devastò e saccheggiò, penetrò nell’aula del Congresso dalla quale i padri coscritti erano stati fatti fuggire nei più sicuri sotterranei, e lì i loro manipoli bivaccarono e schiamazzarono a lungo. Poi, finalmente, dopo diverse ore, arrivarono i rinforzi della Repubblica, che sgomberarono le sale, spazzarono le scalinate e — incredibilmentelasciarono fuggire la quasi totalità dei barbari attaccanti. Sul campo rimasero cinque morti tra poliziotti e manifestanti, i lavori dell’Aula poterono riprendere e Joe Biden fu proclamato presidente — precisamente ciò che i barbari con il loro assalto avevano voluto impedire. La Repubblica era salva. Davvero? E fino a quando? 

Le orde barbare dei fans di Donald  Trump invadono e fanno razzie nelle sale del Campidoglio [credit Ansa]

Ad un anno da quella drammatica giornata, dopo i primi momenti di stupore e di indignazione, tutto sembra oggi rientrato nella “normalità”. Una normalità politica, come è ormai d’uso negli Stati Uniti, in cui ognuno dei due partiti, dei due schieramenti elettorali, delle due fazioni in cui è divisa la popolazione, racconta la propria verità inconciliabile con quella dell’altro. 

Appena una piccola minoranza dei parlamentari repubblicani è oggi disposta ad ammettere che quello che è successo il 6 gennaio è stato un tentativo di colpo di stato. I più sostengono che si è trattato di una legittima manifestazione di protesta, al massimo sfuggita di mano, contro le elezioni fraudolente del 3 novembre che avevano rubato la presidenza a Donald Trump. E con i parlamentari repubblicani concorda la stragrande maggioranza dei loro elettori. Lo stesso Trump, che progetta una nuova candidatura nel 2024 e intanto esercita una enorme influenza per condizionare la scelta dei candidati repubblicani a lui favorevoli nelle prossime elezioni di midterm, rinfocola gli odi e alimenta le teorie di un complotto dei media e di altri poteri forti a favore del partito democratico e contro l’uomo della strada.

E lo Stato, le istituzioni democratiche, come hanno reagito? Appena nominato il neoministro della Giustizia Merrick Garland ha designato un procuratore speciale per perseguire i gravissimi reati commessi, che vanno dal rifiuto di obbedire agli ordini della polizia, alla devastazione, saccheggio, omicidio e tentato omicidio, attentato contro un organo istituzionale. Perché accentrare tutta l’indagine in un solo procuratore? Perché nel sistema giudiziario americano i procuratori federali (come del resto i giudici) sono di nomina politica, cioè nominati direttamente dal presidente e poiché la stragrande maggioranza degli attuali lo furono da Trump potrebbero non dare garanzie di imparzialità.

Il procuratore speciale nominato dal ministro della Giustizia Merrick Garland ha incriminato finora 700 persone

Ad oggi il procuratore speciale ha incriminato 700 persone, ma i processi vanno a rilento e soltanto un pugno di imputati è stato condannato a pene piuttosto miti. Soprattutto mancano i mandanti. Le intercettazioni telefoniche, i messaggi internet e gli interrogatori di alcuni imputati, dicono che l’assalto al Congresso era programmato da tempo con finalità chiaramente eversive, ma dal primo livello organizzativo ancora non si è riusciti a risalire ai mandanti. Quali responsabilità penali specifiche negli eventi del 6 gennaio ha l’ex presidente Trump, i suoi collaboratori e anche alcuni parlamentari repubblicani? 

Si sa che al momento l’Fbi su istruzioni del ministro Garland sta indagando, ma l’indagine rimane segreta fino a quando non ci saranno capi di imputazione. Quando questo avverrà non è dato sapere. Forse Garland aspetta che si concluda l’indagine della commissione di inchiesta della Camera sperando che da quella emergano possibili capi di imputazione nei confronti dei mandanti politici. Forse vuole essere sicuro di avere prove inoppugnabili prima di portare gli imputati davanti ad un grand giurì che deve decidere l’incriminazione. 

Ma il tempo passa e la possibilità di arrivare ad una verità giudiziaria sul ruolo di Trump e dei suoi collaboratori si fa sempre più labile. Se a novembre i repubblicani vincessero (come sembra probabile) le elezioni, è certo che bloccherebbero la commissione di inchiesta della Camera o approverebbero una relazione assolutoria nei confronti dei responsabili politici, con la conseguenza che Garland non potrebbe disporre delle prove che solo una commissione di inchiesta parlamentare può raccogliere. 

Donald Trump abbraccia la sua anima nera Steve Bannon [credit GettyImages]

Quanto alle indagini nei confronti degli esecutori, bisogna tener presente che negli Stati Uniti la magistratura non è indipendente, almeno non nella misura in cui lo è in Europa. Il presidente nomina giudici e procuratori federali oltre all’Attorney General e al capo della polizia federale (Fbi); inoltre l’Attorney General è allo stesso tempo ministro della Giustizia che distribuisce le risorse per le indagini e i processi, e procuratore generale che decide quali reati perseguire e a chi attribuire le indagini. Il suo potere di condizionamento dell’attività giudiziaria è quindi enorme.

Se Trump e i suoi complici (il capo di gabinetto Meadows, l’anima nera Bannon, il consigliori Giuliani) riusciranno di ricorso in ricorso a tirare le cose per le lunghe, come è possibile che accada data la potenza di fuoco dei loro avvocati, arrivando fino alla Corte suprema ormai saldamente in mani repubblicane, potrebbero riuscire a bloccare i processi fino alle prossime elezioni presidenziali. Con il che, se questa volta vincesse Trump, con un nuovo capo dell’Fbi e un nuovo attorney general, la partita sarebbe chiusa a loro vantaggio. E la “scampagnata” del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill diventerebbe al più una simpatica leggenda, come quella delle oche del Campidoglio© RIPRODUZIONE RISERVATA

Aiutateci a restare liberi

Effettua una donazione su Pay Pal

About Author

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)