L’escalation sull’Ucraina ha il sapore di una pianificazione “concordata” dello scontro: Putin serra le fila di quel che resta del fu impero sovietico, Biden sposta l’opinione pubblica americana (e occidentale, giù per li rami) sul pericolo “esterno”. Che faccia bene ai suoi indici di gradimento è dubbio. Che faccia male agli alleati europei è certo. E l’Italia? Pensa di fronteggiare l’aumento del prezzo del gas scavando nuovi pozzi nell’Adriatico. Quand’anche fra un paio d’anni sgorgassero fiumi di petrolio e metano, le aziende e i cittadini italiani pagherebbero il gas sempre al prezzo fissato dal mercato globale. Un dettaglio che i consulenti di Assorisorse non hanno spiegato al ministro della nostra finzione ecologica


Questo editoriale apre il numero 20 del nostro magazine distribuito nelle edicole digitali dal 16 febbraio 2022

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

Scenario politico-militare attorno all’Ucraina [credit Limes]; sotto il titolo, esercitazioni militari sui confini ucraini e pozzo per l’estrazione di gas e petrolio in mare
LO SFERRAGLIARE DEI CINGOLI nella pianura ghiacciata attorno all’Ucraina andrà avanti ancora a lungo. La guerra calda tra Russia e Nato insistentemente annunciata da preparativi sempre più scenografici potrebbe innescarsi davvero, scappando di mano ai rispettivi “sceneggiatori”. Ma potrebbe finire — non è improbabile — che “tanto tuonò e poi non piovve”. Il gas ha comunque già alzato fiamme sempre più alte nel mercato globale dell’energia. E tocchiamo con mano, una volta ancora, quanti rischi corra il mondo dalla concentrazione del potere energetico in poche mani, petrolio gas o nucleare che sia.

Stiamo ai fatti e ragioniamo. L’escalation sull’Ucraina ha tutto il sapore di una pianificazione “concordata” dello scontro: Putin serra le fila di quel che resta del fu impero sovietico, Biden sposta l’opinione pubblica americana (e occidentale, giù per li rami) sul consueto pericolo “esterno”. Che faccia bene ai suoi indici di gradimento è dubbio. Che faccia male agli alleati europei è certo. E non solo per il prezzo delle materie prime che si impenneranno ancora di più. Il bailamme guerrafondaio — orchestrato in Italia dalla direzione di quella che fu “Repubblica”, oggi terminale primario di veline dell’Intelligence americana — ha già prodotto seri danni. Anziché spighe di grano ammassiamo missili balistici nella pianura europea che fu il granaio del Continente, con l’Ucraina da tirare a forza nella Nato. A parti rovesciate, una nuova Baia dei Porci sessant’anni dopo. Con una bella differenza: stavolta il derby è tutto interno al capitalismo globale.

La leadership tedesca e quella francese ne sembrano consapevoli, quella neo atlantica “à la Draghì” si acquatta in seconda fila. Qualcuno con un po’ di senno può forse pensare che la nostra prima linea “diplomatica” la regga Di Maio? Al più, può occuparsi dello sgombero dei nostri uffici a Kiev, mentre Guerini passa in rassegna i reparti militari lungo la linea del fronte. E come pensiamo di collocarci nella guerra per le tariffe energetiche che verranno? Raddoppiando l’estrazione del metano dall’Adriatico, intona il coro. Perbacco, quanto ardire! 

Scenario attuale e futuro su contratti e infrastrutture delle trivellazioni in Adriatico già concesse o in fase di concessione tra Italia e Croazia, elaborata dal Wwf Italia

Vediamo un po’, numeri alla mano. Allo stato, dai circa cento siti attivi sia in terra che in mare, pompiano dal sottosuolo il 5% del fabbisogno nazionale di metano, pari a 3,5 miliardi di metri cubi. Col 10% rimetteremo tutti in riga per calmierare il mercato? A pensarla così — e non è uno scherzo — è ancora una volta il nostro infaticabile ministro della Transizione ecologica (mai termine fu per lui più inappropriato). A questo servirebbe, difatti, il Pitesai (Piano per la transizione energetica sostenibile) firmato da Cingolani il 28 dicembre ma reso pubblico solo l’11 febbraio, a motori della crisi ucraina già belli caldi. Quand’anche dalle 63 licenze attivate dal ministro sgorgassero — fra un paio d’anni — fiumi di petrolio e metano, le aziende e i cittadini italiani pagherebbero il gas sempre al prezzo fissato dal mercato globale. Un dettaglio che i consulenti di Assorisorse non hanno ben spiegato al ministro della nostra finzione ecologica.

Anziché accelerare verso fonti diffuse sul territorio (quelle rinnovabili lo sono per definizione), si rincorrono modelli centralistici politicamente obsoleti e climaticamente catastrofici. Vuol dire che dobbiamo disinteressarci del breve e medio termine? Evidentemente no. Ed è qui che divergono gli interessi europei da quelli di Joe Biden. Romano Prodi — che di scenari globali se ne intende — ha ricordato l’urgenza per l’Unione Europea di ritessere il filo dei contratti a lungo termine con i fornitori di gas. I russi (per stare al tasto più incandescente) hanno interesse a stringerli quanto il resto d’Europa. Ma tra noi, a queste latitudini, c’è chi pensa che bastino alcune dozzine di gasiere americane a far la spola tra Atlantico e Mediterraneo per tirarci fuori dagli impicci.

Gli attivisti di “Ultima Generazione” davanti al ministero della Transizione ecologica a Roma; nel riquadro Laura Zorzini, ventisettenne triestina, in sciopero della fame sottoposta a controllo medico

E pensiamo — per di più — che lasciando fare al gruppo dirigente  dell’Eni (extraprofitti inclusi) ben ce ne incolga. Non è così da un bel po’. Lo sarà ancor meno se i vertici del Cane a Sei Zampe saranno chiamati a rispondere in tribunale dei danni provocati alle nuove generazioni dalla crisi climatica e pagarne le dure conseguenze finanziarie. È già avvenuto in Olanda con la Shell. Non tarderà ad avvenire qualcosa del genere anche in Italia. Come ricordano al professor Cingolani Laura Zorzini e gli altri attivisti di “Ultima Generazione” davanti al ministero improvvidamente affidatogli da Draghi un anno fa. Da sette giorni in sciopero della fame per incontrarlo, non sono stati da lui degnati neanche di uno sguardo© RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi qui il sommario del quindicinale n. 20 (16-28 febbraio 2022)

Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.

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