Il rapporto Migrantes curato dalla Caritas è una fotografia realistica della presenza di stranieri in Italia, con cambiamenti importanti dovuti all’impatto della pandemia. Molti numeri: gli stranieri restano al di sotto del 10 per cento della popolazione italiana, nonostante siano in aumento. Ma questo dato cambia molto se si tratta di minori: la presenza di bambini e ragazzi stranieri raddoppia in percentuale. Rispetto a prima della pandemia, gli italiani residenti sono diminuiti di 725mila, gli stranieri sono in aumento di 70mila. Sono aumentati dall’inizio dell’anno i titolari di permessi di soggiorno di 600mila unità, per un totale che si avvicina a quattro milioni. Nel lavoro, contratti migliori agli italiani, e sfruttamento degli stranieri. Diminuiscono i detenuti stranieri, crescono le famiglie miste, e per la prima volta dai primi anni Ottanta diminuiscono gli alunni di altri Paesi nelle scuole. Il Covid ha colpitoduramente gli extracomunitari, che si sono trovati meno tutelati rispetto alla pandemia


L’articolo di ALBERTO GAINO

I NUMERI NON DICONO TUTTO, d’accordo. Ma la fotografia che esce dal Rapporto 2022 sull’immigrazione in Italia, appena diffuso dalla Caritas italiana e dalla Fondazione Migrantes, ci consegna la necessità di chiudere la fase emergenziale dell’immingrazione in Italia (e delle sue politiche) e di guardare avanti. Una conseguenza della politica di bassi salari è: gli italiani fra i 18 e i 34 anni che che si sono trasferiti all’estero sono ormai un milione e duecento mila (fonte: Fondazione Migrantes, novembre 2022). Da noi restano “intrappolati” i giovani cittadini stranieri che non possono circolare liberamente in Europa e dei quali il 59 per cento vorrebbe emigrare oltre il Belpaese. Tuttavia  dei 5 milioni di residenti regolari la grande maggioranza è stabile da molti anni e oltre un milione dei loro figli è nato e cresce in Italia.

 

Con la ripresa economica, nell’ultimo anno i contratti a tempo indeterminato sono saliti del 40 per cento per i lavoratori italiani (fonte Istat) e dell’11 per cento per quelli stranieri. Che scontano le incertezze dei margini del lavoro: il 70 per cento di loro ha contratti a tempo determinato. I numeri disegnano questo scenario: «Nel complesso, fra il II trimestre 2020 e il II trimestre 2021 si è registrato in Italia un incremento delle assunzioni pari a 1.149.414 unità, di cui 124.230 hanno riguardato la componente extracomunitaria e 35.520 quella comunitaria. Si è trattato di una crescita che ha interessato maggiormente lavoratrici e giovani lavoratori under 24, che nella fase pandemica erano risultate le categorie più penalizzate dalla crisi. L’incremento più significativo delle assunzioni di cittadini stranieri si è avuto nel settore dell’industria, in particolare nel Nord». Aumentano le opportunità di lavoro ma non i contratti stabili: in questo mercato sono gli stranieri a correre di più da un’attività all’altra.

Lo confermano Caritas e Fondazione Migrantes definnendo uno scenario da nuovi schiavi del lavoro che chiamano “etnicizzazione”. Scrivono con chiarezza: «Come rilevato dall’Istat, la progressiva diffusione di forme di lavoro non-standard — ovvero rapporti di lavoro che mancano di uno o più elementi che caratterizzano il lavoro tradizionale (regolarità, requisiti assicurativi minimi, copertura assicurativa generalizzata, adeguato livello di protezione sociale in caso di perdita di lavoro o congrua contribuzione pensionistica) — ha reso più fragile la condizione di molti lavoratori, in particolare di cittadinanza straniera, anche in termini di esclusione sociale. In Italia, su 100 lavoratori, circa 18 sono classificati come lavoratori vulnerabili, perché dipendenti a termine o collaboratori o in part-time involontario, mentre 4 sono classificati addirittura come doppiamente vulnerabili: in termini assoluti si tratta di un esercito di 816 mila lavoratoriL’alto livello di occupabilità dei migranti in Italia è in gran parte dovuta alla loro disponibilità a ricoprire lavori manuali non qualificati, spesso poveramente pagati: questo provoca un fenomeno di “etnicizzazione” delle relazioni di lavoro, connotando fortemente alcuni settori occupazionali, come ad esempio il lavoro di cura. L’accentuarsi e il protrarsi di questo divario di tutele e di disuguaglianze economiche, accelerato dalla pandemia, rischiano di trasformarsi in una condizione permanente, un vero e proprio status non solo occupazionale, dal quale difficilmente si potrà uscire».

«In un quadro complessivamente critico, esistono comunque dei positivi paradossi. In Italia si contano 136.312 imprese a conduzione femminile straniera, pari all’1.6% delle attività guidate da donne e al 23.8% delle imprese fondate da immigrati. Negli ultimi dieci anni sono aumentate del 42.7% e sono cresciute con un ritmo maggiore rispetto a quelle a conduzione maschile. Le titolari sono nate all’estero, soprattutto in Cina (34 mila), Germania (10 mila) e Albania (8 mila) e le loro aziende crescono a un tasso più elevato di quelle a guida maschile. Le donne con background migratorio che fanno impresa in Italia rappresentano circa il 10% di tutte le imprenditrici attive nel Paese. In Italia le imprenditrici immigrate, a fine 2021, sono 205.951, pari al 27.3% degli imprenditori nati all’estero, l’80% delle quali possiede imprese individuali. Indubbiamente il processo di crescita di queste aziende si inserisce in un percorso di integrazione positiva, che però non deve fare dimenticare che ci sono situazioni di famiglie immigrate — provenienti soprattutto da India, Bangladesh, Egitto e Marocco — dove la maggioranza delle donne è ancora esclusa dal mercato del lavoro».

C’è da ricordare anche un altro aspetto che il Rapporto 2022 sull’immigrazione evidenzia: i cittadini italiani sono quasi 59 milioni, ma con un saldo negativo rispetto al pre-Covid di 725 mila, mentre quelli stranieri sono saliti di 70 mila unità. Ma restano al di sotto della soglia del 10 per cento rispetto alla popolazione italiana. Corrispondono ai residenti, mentre i titolari di permesso di soggiorno sono un  po’ meno di 4 milioni. Altro dato in aumento e di quasi 600 mila unità dal primo gennaio 2022. Già nel 2021 erano stati di 275 mila in più rispetto al 2020, quando, pur con Salvini ministro dell’Interno, ci fu il riconoscimento di nuovi 118 mila cittadini italiani: il 4 per cento in più. La cittadinanza è il punto di resistenza più grave rispetto all’integrazione: le seconde generazioni delle famiglie di migranti, cioè i giovani nati in Italia, sono ormai più di 1 milione e solo il 22.7 per cento si è visto riconoscere il diritto di essere italiano a tutti gli effetti.

Secondo l’Istat le famiglie con almeno un componente di origine straniera sono dal 2021 il 9.5 per cento del totale. Parliamo di 2 milioni e 400 mila famiglie. Considerando che quelle composte da soli stranieri rappresentano i tre quarti, ricaviamo un’altra fotografia della componente di origine straniera nel nostro paese: il 34.7 per cento dei nuclei è composto da una sola persona. Di poco superiore a quella degli italiani nella stessa condizione: 33.4 per cento. Ma emerge anche un altro dato significativo: dei 2.400.000 famiglie, una su quattro è ormai mista, composta da italiane/i e straniere/i. A rendere inevitabili i processi di integrazione sono soprattutto il progressivo invecchiamento della popolazione italiana e la struttura più giovane di quella straniera: «Ragazze e ragazzi — si legge nel Rapporto 2022 — con meno di 18 anni rappresentano circa il 20 per cento del totale e per ogni anziano (65 anni e più) vi sono più di 3 giovanissimi di età compresa fra gli 0 e i 14 anni. Il totale degli under 18 supera quota 1.300.000 e arriva a rappresentare il 13.0% del totale della popolazione residente in Italia nello stesso arco di età. Si noterà, e anche questo dato è importante, che soltanto poco più di un quinto non è nato in Italia. Anche rispetto alla condizione giovanile il Rapporto lancia allarmi: «Si è assistito nell’ultimo anno al preoccupante aumento del numero dei minori stranieri non accompagnati, arrivati nell’aprile del 2022 a 14.025, certamente anche per effetto della guerra in Ucraina, da cui proviene il 28% circa del totale. Il 46,4% dei giovani stranieri si dichiara molto o abbastanza preoccupato per il futuro: i timori riguardano principalmente la guerra, la povertà o il peggioramento delle condizioni economiche. Emerge pure che i giovani stranieri (e le ragazze più dei ragazzi) sognano un futuro in altri Paesi molto più dei coetanei italiani (59% contro il 42%). Il quadro socio-anagrafico si presenta dunque per diversi aspetti preoccupante e pone l’urgenza di politiche che potenzino efficacemente le opportunità da offrire ai ragazzi stranieri, anche per non disperdere il potenziale prezioso che rappresentano per un’Italia sempre più vecchia».

Eppure si segnala, come «novità dell’anno scolastico 2020/2021 la diminuzione del numero degli alunni con cittadinanza non italiana: 865.388 in totale, con un calo di oltre 11 mila unità rispetto all’anno precedente (-1.3%). È la prima volta che accade dal 1983/1984, anno scolastico a partire dal quale sono state fatte rilevazioni statistiche attendibili. L’incidenza percentuale degli alunni con cittadinanza non italiana sul totale della popolazione scolastica rimane inalterata (10,3%) perché è diminuito il numero totale degli alunni, ovvero sono diminuiti anche gli alunni di cittadinanza italiana. La Lombardia si conferma la regione con il maggior numero di alunni con cittadinanza non italiana (220.771), mentre l’Emilia-Romagna quella con l’incidenza percentuale più alta (17.1% sul totale della popolazione scolastica regionale). Si confermano ai primi posti le province di Prato (28.0% del totale), Piacenza (23.8%), Parma (19.7%), Cremona (19.3%), Mantova (19.1%) e Asti (18.8%). I dati mettono in evidenza la costante crescita delle nuove generazioni, ovvero degli alunni con cittadinanza non italiana nati in Italia: si tratta del 66,7% degli studenti provenienti da contesti migratori, un punto percentuale in più rispetto al 2019/2020».

«Sebbene in miglioramento rispetto al passato, il ritardo scolastico è ancora un grande ostacolo per l’integrazione degli alunni con cittadinanza non italiana nel sistema educativo italiano, tanto più che gli alunni con cittadinanza non italiana continuano a rimanere quelli a più alto rischio di abbandono».

«A fronte dell’aumento generale del numero dei detenuti (+1,4), la presenza straniera in carcere, a distanza di un anno, è sostanzialmente diminuita (-1%). Il dato è in linea con il trend dell’ultimo decennio, nel corso del quale le cifre dei detenuti di cittadinanza straniera si sono notevolmente contratte. Dall’Africa proviene più della metà dei detenuti stranieri (53.3%) e il Marocco è in assoluto la nazione straniera più rappresentata (19.6%). Seguono Romania (12.1%), Albania (10.8%), Tunisia (10.2%) e Nigeria (7.8%). Nelle sezioni femminili, su un totale di 722 recluse straniere, spiccano soprattutto le detenute provenienti da Romania (24.1%), Nigeria (17.7%) e Marocco (5.8%). Pur se con cifre ogni anno sempre più esigue, si segnala ancora la presenza di madri detenute con figli al seguito, la metà dei quali di cittadinanza straniera”. “Le statistiche relative alle tipologie di reato confermano il dato generale che vede i reati contro il patrimonio come la voce con il maggior numero di detenuti (8.510 stranieri imputati o condannati per tale fattispecie di reato). Seguono i reati contro la persona (7.285) e quelli in materia di stupefacenti (5.958)».

«Come tristemente anticipato nella scorsa edizione del nostro Rapporto, l’analisi dei decessi nel primo anno della pandemia mostra un netto svantaggio a carico della popolazione di nazionalità straniera residente in Italia. Durante la crisi sanitaria pandemica centinaia di migliaia di persone, tra cui tanti immigrati, si sono trovate escluse dalle tutele, dai programmi di mitigazione e di prevenzione (ad esempio, tamponi e vaccini), dai ristori e, probabilmente, anche dalle future politiche di rilancio. Alcuni ambiti di tutela, in particolare quelli relativi alle donne in gravidanza e ai neonati, sperimentano poi, indipendentemente dalla pandemia, un grave ritardo nei confronti della popolazione di cittadinanza non italiana. Le disuguaglianze nei profili sanitari degli immigrati devono essere considerate degli eventi “sentinella” rispetto all’efficacia delle politiche di integrazione e segnalano l’urgenza di un miglioramento della capacità di presa in carico dei bisogni di salute dell’intera popolazione». © RIPRODUZIONE RISERVATA

Giornalista di lungo corso, collaboratore a “il manifesto” nei primi anni Settanta, dal 1981 cronista prima a “Stampa Sera”, poi a “La Stampa”, nella sua carriera si è occupato soprattutto di cronaca giudiziaria. Tra i suoi libri “Falsi di stampa: Eternit, Telekom Serbia, Stamina” (2014) e “Il manicomio dei bambini: Storie di istituzionalizzazione” (2017).