Nuovi pozzi di gas nell’Alto Adriatico? «Trivellare vuol dire mettere a rischio Venezia e la sua laguna»

Le estrazioni di gas e gli emungimenti dei pozzi artesiani per far nascere le industrie di Marghera nel Dopoguerra avevano contribuito allo sprofondamento del suolo della laguna e del Delta del Po. 23 centimetri da inizio secolo. La “subsidenza” è, insieme all’aumento del livello del mare, la principale minaccia per la sopravvivenza fisica di ambienti costieri delicati. E della città di Venezia, che tutti dichiarano di voler salvare. Secondo uno studio del Cnr Ismar emerge che in alcune aree circoscritte la subsidenza continua. 20 millimetri l’anno nel Delta del Po, fino a 30 millimetri alle bocche di porto dove sono stati piazzati 8 milioni di metri cubi di cemento per sostenere le dighe mobili del Mose


L’articolo di ALBERTO VITUCCI, da Venezia

I giacimenti di gas dell’Alto Adriatico (battezzati al femminile)

A VOLTE RITORNANO. Questioni che parevano archiviate per sempre. Ma appena abbassi un attimo la guardia, rieccoli. Si torna a parlare delle estrazioni di gas in Adriatico. Con prudenza, in modo generico. Ma la questione è sul tavolo. Il governo Draghi vuole aumentare la produzione interna di gas naturale. Vent’anni fa se ne producevano fino a 20 miliardi di metri cubi ogni anno, oggi siamo solo a 3,2. Dunque, si torna alle trivelle. E il dibattito che sembrava chiuso torna a riaprirsi. Il ministro della Transizione ecologica (ex Ambiente) Roberto Cingolani sta facendo i conti. E già i movimenti ambientalisti sono in allarme. Le estrazioni di gas e gli emungimenti dei pozzi artesiani per far nascere le industrie di Marghera nel Dopoguerra avevano contribuito allo sprofondamento del suolo della laguna e del Delta del Po. 23 centimetri da inizio secolo. La “subsidenza” è, insieme all’aumento del livello del mare, la principale minaccia per la sopravvivenza fisica di ambienti costieri delicati. E della città di Venezia, che tutti dichiarano di voler salvare.

Dunque? Il Piano regolatore delle trivellazioni si chiama Pitesai, “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee”. È stato approvato nel 2018, ora pubblicato proprio dal ministero guidato da Cingolani. Pone limiti alle estrazioni nelle aree sensibili, ma indica “zone idonee” dove  le estrazioni potranno essere potenziate. «È il piano della finzione ecologica», lo ha definito Greenpeace. Altri si sono scagliati contro il ministro chiamandolo “CingolEni”. È davvero una minaccia reale? «Vogliono trivellare l’Adriatico per attingere a risorse comunque di irrisoria utilità», attacca Gianfranco Bettin, esponente ambientalista e sociologo veneziano. Negli anni Duemila, all’epoca dell’ultima battaglia contro il rischio dell’estrazione di gas al largo di Chioggia, poche miglia a est della laguna, Bettin era assessore comunale all’Ambiente. Alla fine la pressione dell’opinione pubblica era stata più forte di quella delle industrie dell’energia e delle multinazionali. E il governo aveva archiviato. 

«Tutte le risorse certe o potenziali in Adriatico garantirebbero non più di qualche mese del fabbisogno nazionale di gas»

«Siamo daccapo», allarga le braccia Bettin, «è una scelta assurda. Tutte le risorse certe o potenziali in Adriatico garantirebbero non più di qualche mese del fabbisogno nazionale di gas». Non basta. Perché continuando a puntare su gas e petrolio si contribuisce ad aggravare l’effetto serra e la crisi climatica. «Una minaccia già oggi drammatica per Venezia», continua Bettin, «trivellare vuol dire mettere a rischio Venezia e la sua laguna, il Polesine e tutta la costa Adriatica, aggravando la subsidenza che per un secolo ha minacciato Venezia favorendone lo sprofondamento. È una scelta pericolosa e anche inutile rispetto all’autonomia energetica e del caro bollette». Questo proprio nei giorni in cui è stato annunciato con enfasi l’inserimento della difesa ambientale nella Costituzione. «Le sole cose che produrrebbero risultati immediati», dice ancora Bettin, «invece che in decenni (come il nucleare al netto dei suoi rischi e dei suoi immani costi) o in anni (il gas, peraltro di durata effimera) sono l’investimento nel risparmio energetico e sulle fonti rinnovabili come solare, fotovoltaico, eolico. Questo salva economia e ambiente, non certo trivellare e immettere altro Co2 nell’atmosfera!».

I progettisti del Mose parlavano di 16-20 centimetri di aumento medio del livello del mare in Laguna. Entro la fine del secolo si potrebbe arrivare, invece, a un metro secondo le proiezioni degli studi sui cambiamenti climatici 

Le antenne sono sollevate. E la mobilitazione pronta a ripartire. Nel 2008 il progetto di avviare nuove trivellazioni a pochi chilometri da Venezia venne abbandonato, pur sostenuto da una lobby trasversale e dalle grandi multinazionali. Alla fine passò l’idea che non era intelligente spendere miliardi di euro per il Mose e la difesa di Venezia quando dall’altra parte si ricominciava a estrarre gas dando una mano allo sprofondamento del suolo. Un fenomeno che si è quasi arrestato negli ultimi anni dopo la chiusura dei pozzi. Anche se da uno studio del Cnr Ismar pubblicato nel 2016 emerge che in alcune aree circoscritte la subsidenza continua. 20 millimetri l’anno nel Delta del Po, fino a 30 millimetri alle bocche di porto dove sono stati piazzati 8 milioni di metri cubi di cemento per sostenere le dighe mobili del Mose. Nel frattempo, oltre alla subsidenza si è scoperto che il livello del mare aumenta. I progettisti del Mose parlavano di 16-20 centimetri. Invece entro la fine del secolo si potrebbe arrivare fino a un metro. Una questione ambientale enorme, che non potrà essere ignorata né elusa. E che costituisce il vero significato della “Transizione” in atto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Racconta da trent’anni per la "Nuova Venezia" le vicende del Mose, vincendo il Premio giornalistico Saint Vincent nel 1999 e, nel 2012, il Premio Bassani per le opere «in difesa del patrimonio storico, artistico, naturale e paesaggistico del Paese». Esperto di temi veneziani, ambiente e laguna. Scrive per "L’Espresso" e i giornali del Gruppo Gedi ("La Stampa" e "Venerdì di Repubblica"). Collabora con radio e tv italiane ed estere (Bbc, Rai, Sky, Euronews e La7)