La crescita della povertà peggiora anche le nostre fragilità ambientali

5,6 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta nel nostro Paese, un milione in più rispetto allo scorso anno. I dati allarmano e preoccupano per le loro ricadute economiche, sociali ma anche ambientali. L’impoverimento economico e quello ambientale si autoalimentano. Nell’ultimo anno l’aumento più importante ha riguardato il Nord Italia; qui l’incidenza della povertà assoluta è cresciuta di circa due punti percentuali (dal 6,8% al 9,4% per gli individui e dal 5,8% al 7,6% per quanto le famiglie). Elevatissima percentuale di minori in condizioni di povertà assoluta (13,6%)


L’analisi di PATRIZIA LUONGO, economista Forum Disuguaglianze Diversità 

Coronavirus: Fila e volti alla mensa dei poveri di Napoli. 30 Marzo 2020 ANSA/CESARE ABBATE/

¶¶¶ La scorsa settimana l’Istat ha pubblicato le stime preliminari relative all’incidenza della povertà nel nostro paese nel 2020. I dati, come c’era da immaginare, sono allarmanti. Rispetto allo scorso anno, un milione in più di persone nel nostro Paese vive in condizione di povertà assoluta. Il 9,4% della popolazione (5,6 milioni di cittadini) non riesce a garantirsi quel paniere di beni e servizi essenziali per conseguire uno standard di vita minima accettabile. 

Oltre all’impressionante aumento della povertà, da queste stime preliminari saltano agli occhi altri fattori. In primo luogo, dopo il lieve calo registrato nel 2019, lo scorso anno la povertà è tornata a crescere, raggiungendo i valori più elevati dal 2005 (anno da cui sono disponibili i dati). Sebbene l’aumento della povertà, come dicevamo, non sorprende alla luce della situazione di crisi economico-sociale legata al diffondersi della pandemia da Covid-19, questi dati ci fanno capire anche che le misure di sostegno al reddito esistenti o messe in campo per contrastare gli effetti della crisi non sono stati sufficienti. In secondo luogo, sebbene la maggior incidenza della povertà continua a registrarsi nel Sud del paese, l’aumento più importante ha riguardato il Nord Italia, dove l’incidenza della povertà assoluta è cresciuta di circa due punti percentuali (dal 6,8% al 9,4% per quanto riguarda gli individui e dal 5,8% al 7,6% per quanto riguarda le famiglie). Altri tre fattori risultano ancora più preoccupanti: a) l’elevatissima percentuale di minori che vive in condizioni di povertà assoluta (13,6%), b) l’enorme differenza in termini di incidenza della povertà fra famiglie di soli italiani (6%) e famiglie con stranieri (25,7%), c) il forte aumento del fenomeno dei working poor, come si deduce dalla crescita dell’incidenza della povertà tra le famiglie con persona di riferimento occupata.

Sono dati che devono preoccupare e spingere ad agire; per la ricaduta economica e sociale, per l’impatto sul perpetuarsi tra generazioni di condizioni di disagio, per l’impatto sul potenziale di crescita del Paese e della sua tenuta democratica ma anche per le ricadute ambientali. Come sottolineavamo già due anni fa nel rapporto del Forum Disuguaglianze Diversità “15 proposte per la giustizia sociale”, l’impoverimento economico e quello ambientale si autoalimentano: le disuguaglianze sociali creano o alimentano i problemi ambientali. L’esempio più immediato è quello delle periferie o delle aree marginalizzate più in generale, dove spesso sono minori sia la cura degli spazi pubblici che la consapevolezza dei rischi ad essa connessi. Non sembra quindi un caso che fenomeni come l’abusivismo edilizio, il conferimento dei rifiuti urbani in discarica o la presenza di siti contaminati sia maggiore in quelle aree del Paese dove maggiore è l’incidenza della povertà, aree in cui è inferiore, invece, la disponibilità di verde urbano.  

La relazione fra fragilità sociali e fragilità ambientali, del resto, è stata recentemente analizzata anche in un rapporto prodotto da Caritas Italiana e Legambiente (Territori civili. Indicatori, mappe e buone pratiche verso l’ecologia integrale) in cui si evince come le regioni in cui sono maggiori le fragilità sociali sono caratterizzate anche da una maggiore fragilità ambientale, come si vede chiaramente dalla figura qui accanto.

Fig. 1: Confronto fra dimensione sociale (risorse – fragilità) e dimensione ambientale Fonte: Caritas Italiana – Legambiente (2020)

Di questa relazione si dovrà dunque tener conto anche nelle prossime misure che il governo, attraverso i suoi ministeri – soprattutto il neonato ministero della Transizione Ecologica, quello delle Infrastrutture e dei Trasporti –, intraprenderà per spendere le risorse che arriveranno dall’Europa. Non possiamo più permetterci di trascurare l’ambiente, ma non possiamo neanche ignorare che sono gli ultimi, i penultimi e i più vulnerabili a pagare il prezzo più alto del cambiamento climatico e della crisi ambientale. E che, fino ad ora, le politiche messe in atto per contrastarle hanno finito proprio per danneggiare i ceti più deboli. Solo disegnando soluzioni pensate per favorire i ceti che stanno peggio saremo in grado di mettere in piedi un reale cambiamento che consenta di raggiungere, contemporaneamente, una maggiore giustizia sociale e ambientale. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

____

Foto: sotto il titolo e in alto, fila alla mensa dei poveri di Napoli (30 Marzo 2020) [credit Ansa/Cesare Abbate]

About Author

È un’economista e lavora come ricercatrice per il Forum Disuguaglianze Diversità. Si occupa principalmente di povertà, disuguaglianza di reddito, uguaglianza nelle opportunità, economia dell’istruzione e del lavoro. Ha conseguito un Master in Economia all’Università di Essex (UK) e un Dottorato in Economia all’Università di Bari. Ha lavorato come consulente per l’Ocse, la Banca Mondiale, e lo Human Development Report Office delle Nazioni. Per la casa editrice Il Mulino ha pubblicato con Fabrizio Barca il saggio "Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale".