Zerocalcare: «A me me fa volà che Daniele Capezzone se sente come Clint Eastwood»

Michele Rech, in arte Zerocalcare, è oggetto da giorni di polemiche giornalistiche soprattutto per quanto riguarda lingua e bon ton. Alcuni scribacchini hanno trattato questo autore di romanzi grafici come una specie di traviatore di ragazzi, cafonesco e irridente dei valori e del decoro borghese. Nelle sue storie a fumetti fa esprimere i personaggi semibestiali e fantasiosi in un modo che si ispira alla parlata di certi quartieri popolari romani. Ma incuriosisce i giovani e li sensibilizza a questioni cruciali del nostro tempo. Anziché con «la lagna e il disagio» di Rech, per Daniele Capezzone è meglio stare con il lottatore solitario Clint Eastwood. Spera, sotto sotto, di rimpiazzarlo sparando cazzate, in anticipo sui botti di Capodanno


L’articolo di CARLO GIACOBBE

IN TANTI HANNO DETTO la loro, spesso senza averne particolari titoli o conoscenze. Anche io — che non sono un linguista in senso stretto ma ho conoscenze di base dei meccanismi delle lingue, avendone anche pubblicato qualcosa — vorrei esprimere alcune riflessioni sul fenomeno rappresentato da Zerocalcare, oggetto nei giorni scorsi di polemiche giornalistiche soprattutto per quanto riguarda lingua e bon ton. Già l’avverbio da me usato, “soprattutto”, dovrebbe far capire la pochezza e la pretestuosità di coloro che, senza sprezzo di denunciare la propria ipocrisia, hanno trattato questo autore come una specie di traviatore di ragazzi, cafonesco e irridente dei valori e del decoro borghese. Categoria, questa, che se intesa autenticamente, anche come di un ceto sociale sensibile ai libri e alla cultura, come vedremo non è o non dovrebbe affatto essere scandalizzata dalle caratteristiche proprie del turpiloquio o dalla sua grevità o supposta provocazione. 

Oltre al “romanaccio”, ciò che fa orrore ai benpensanti sono le scurrilità

Provo a seguire un certo ordine concettuale. Il linguaggio usato nei fumetti di Michele Rech, di cui Zerocalcare è il fortunato pseudonimo tolto dallo slogan pubblicitario di un detergente, è una delle possibili parlate vernacolari oggi riconducibili al romanesco. Che chi volesse provare a definire come “lingua regionale” (per molti linguisti preferibile a “dialetto”) scoprirebbe che è compito impossibile se si pretende di dare una versione cristallizzata di una lingua parlata, che per sua natura è, come ogni lingua viva, cangiante di continuo. Tecnicismi a parte, Zerocalcare fa esprimere i personaggi semibestiali e fantasiosi che disegna in un modo che si ispira alla parlata che si può udire in certi quartieri popolari o di borgata romani. In particolare nella zona di Rebibbia, quartiere dove è in parte cresciuto e dove attualmente abita e lavora. 

Ma oltre alle finali troncate, alle “c dolci” quasi trasformate in fricative postalveolari sorde o in certe “s” che si trasformano in “z” (e per scritto e nei filmati) ciò che fa orrore ai falsi benpensanti sono, in abbinamento al “romanaccio”, le scurrilità; quelle “volgarità” che in inglese sono spesso globalmente definite, come categoria, “parole di quattro lettere” (four-letter words). Come se in linguistica o in letteratura esistessero parole brutte o cattive. Termini che designano, quasi tutti, atti naturali, prodotti organici come le deiezioni, rumori e borborigmi come peti e rutti, l’eros nelle sue declinazioni, mestieri come puttana e tutte le sue varianti (ma chissà perché “marchettaro”, al maschile, non ha sinonimi e non fa arrossire nessuno). Parole usate con frequenza e naturalezza dai maggiori scrittori e poeti, a cominciare dai grandi latini, proseguendo con Dante sino a oggi e, se ne può stare certi, sino a domani e negli anni a venire. 

La nuova edizione del romanzo grafico “Kobane Calling” [credit zerocalcare.it]

Ciò che più disturba, di certi articoli dal tono farisaico, è il fermarsi all’aspetto formale della lingua e del linguaggio usati da Zerocalcare e la riduttiva banalizzazione che si fa del suo lavoro. Qualche giorno fa il mio amico linguista (lui sì) Antonio Romano, ordinario all’Università di Torino e padre di ragazzi adolescenti, mi faceva osservare quanto siano pretestuosi gli attacchi contro chi oggi è probabilmente il maggior fumettista italiano, da parte di certi mezzi di informazione che fingono di ignorare l’aspetto contenutistico dell’opera di Michele Rech. Il Prof. Romano mi ha detto che uno dei suoi figli, assieme a un compagno di scuola, sta lavorando a un book trailer, ossia un video che utilizza suoni, dialoghi e ovviamente immagini, per sintetizzare uno dei libri di Zerocalcare. Il trailer, assegnato dalla docente di Italiano, riguarda “Kobane calling”, uno dei lavori di maggior impegno politico e sociale di Zerocalcare, riguardante la situazione curdo-siriana. «Forse crudo, forse irriverente — ha detto Romano — ma incuriosisce i giovani e li sensibilizza a questioni cruciali che contrassegnano questa nostra epoca così difficile e complessa». Per quei ragazzi è stato tutto molto comprensibile, benché non fossero abituati al romanesco e a certi temi di politica estera così complicati. «Ben vengano fumetti come questo, che fanno riflettere», ha concluso il docente. 

Dietro certe critiche ipocrite, voglio ribadirlo, si fa finta di ignorare l’impegno di questo autore. Rech nel 2017 ha ricevuto il Premio Colomba d’oro per la pace, uno dei numerosi riconoscimenti tributatigli nel corso della sua intensa attività. Per raccogliere il materiale su cui poi si è basato per il romanzo grafico “Kobane calling”, nel 2015 ha visitato le zone del conflitto nel nord della Siria, condividendo la vita e i rischi dei combattenti curdi del YPG che nel territorio autonomo del Rojava affrontano le milizie dello Stato islamico dell’Isis e incontrando Nasrin Abdalla, la comandante del YPJ, la brigata interamente femminile che affianca il YPG. Naturalmente altre tematiche trattate da Rech non comportano viaggi e attività per le quali, come nel suo viaggio tra i combattenti curdi, si rischia davvero la vita. Tutte, però, dietro i toni scanzonati, l’autoironia, l’apparente disincanto, indicano una costante attenzione ai problemi sociali, alle donne, al mondo transgender, a chi non ha appoggi o visibilità. 

Dietro i toni scanzonati, l’autoironia e l’apparente disincanto c’è un’attenzione costante ai problemi sociali

Per Daniele Capezzone, l’ultimo — forse anche qualitativamente — tra gli scribacchini che (non ha importanza da quale pulpito) lo hanno “pijato de petto”, invece che con Zerocalcare, la cui dimensione esistenziale sono «la lagna e il disagio», bisognerebbe stare con il lottatore solitario Clint Eastwood, che «sfida ogni potere». Analisi sintetica ma lucida e pertinente, come si può vedere. Clint, 92 anni, per fortuna non spara più da tempo. Magari Capezzone, sotto sotto, spera di rimpiazzarlo sparando cazzate, in anticipo sui botti di Capodanno. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio