Virologi e immunologi da talk show: quando gli uomini liberi avevano diritto di essere ascoltati in silenzio

Busto di Hippocrates al British Museum; sotto il titolo, “La morte di Socrate” di Jacques-Louis David, 1787, Metropolitan Museum of Art, New York

Ai suoi allievi Socrate insegnava, per prima cosa, a tacere. Ed era proprio sull’alternarsi regolato tra parola e silenzio che si fondava l’assemblea della Polis. Non vi pare che, in questi tempi di pandemia, troppi stiano abusando del diritto di parola? Un tempo, da queste parti, chi era autorizzato a parlare nell’agorà era il sacerdote (hierèus), che poteva essere anche un medico, sia per spiegare i riti di un culto, sia per parlare dei mali che affliggevano, o potevano affliggere, i cittadini. Ed erano guai seri, per i sacerdoti e per i medici che, chiesta ed ottenuta la parola, finivano per elogiare se stessi, senza riuscire non solo ad interessare i cittadini, ma fornire notizie utili per i malanni che potevano capitare alla città


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

PARTIAMO DA LONTANO. Che cos’era il silenzio nell’antica Grecia? E, quindi, anche qui da noi, in Magna Grecia? Per essi, i Greci, «il silenzio era il trattenimento della parola e metteva l’uomo nelle condizioni di sentire il daimon, ma anche di ascoltare gli altri». Ai suoi allievi Socrate insegnava, per prima cosa, a tacere. Ed era proprio sull’alternarsi regolato tra parola e silenzio che si fondava l’assemblea della polis. Gli uomini liberi avevano il diritto di parola, quindi di essere ascoltati in silenzio. Per cui il silenzio diventava uno degli elementi regolatori della vita pubblica nelle città greche. E, inoltre, la parola “mistero” viene da μυειν, restare in silenzio. Probabilmente per impedire ai nemici o ai non adepti, di imparare i segreti dei riti magici di fertilità dei misteri eleusini e orfici. 

Ora, non vi pare, che in questi tempi di pandemia, troppi stiano abusando del diritto di parola? Inoltre, un tempo, da queste parti, chi era autorizzato a parlare nell’agorà, nella piazza, era il sacerdote (hierèus), che poteva essere anche un medico, sia per spiegare i riti di un culto, ma anche per parlare dei mali che affliggevano, o potevano affliggere, i cittadini. Ed erano guai seri, per i sacerdoti e per i medici che, chiesta ed ottenuta la parola, finivano per elogiare se stessi, senza riuscire non solo ad interessare i cittadini, ma fornire notizie utili per i malanni che potevano capitare alla città. E, tanto per sottolineare come virologi, epidemiologi, immunologi, laureati da Google, stregoni e sciamani, riescono ad intorbidare acque già limacciose, ogni minuto di ogni giorno, ecco quello che diceva, qualcosa come due millenni e cinque secoli fa, Ippocrate, il padre della Medicina Scientifica. «Secondo me — avvertiva Ippocrate (VM 2, L I 572ss) — chi discute sull’arte medica deve soprattutto usare un linguaggio comprensibile per i profani. Infatti, è utile indagare e discutere su nient’altro che le malattie da cui essi sono colpiti e di cui soffrono. È difficile capire da profani come queste malattie abbiano inizio e fine, per quale motivo si aggravano o migliorano. Mentre essi intendono meglio ciò che gli altri scoprono o affermano». 

Agorà di Atene, Stoà di Attalo

È innegabile, in questo caso, che l’uso della parola assumesse un’importanza fondamentale. Ma c’è di più. Plutarco (Vitae decem oratorum [Sp.] 833 c-d), metteva in guardia anche allora sui ciarlatani o sui medici improvvisati, raccontando del retore Antifonte, che, improvvisandosi seguace di Ippocrate, allestì sulla pubblica piazza di Corinto una stanza nella quale asseriva di poter curare la tristezza con i  suoi  soli discorsi (Sic!). «Nell‘esercizio della sua arte il medico è sempre su un palcoscenico, e variegato è il suo pubblico (cittadini, pazienti, schiera di amici e parenti, sfaccendati, colleghi rivali). Solo il bravo medico è anche un buon attore»: è sempre Ippocrate che parla. E mi coglie il sospetto, malandrino, che egli, il taumaturgo di Kos, che sapevamo sia stato anche un eccellente geografo e un raffinato inventore di aforismi, avesse anche il dono di scrutare attraverso i secoli, e, magari, osservare quanto, da due anni a questa parte, siamo costretti a subire dal piccolo schermo. 

E, vi assicuro, queste sono notizie di prima mano, in quanto, come ricorderete, qui, in Magna Grecia, e precisamente tra Sibari e Crotone, è possibile incontrare due famosi medici, Macaone e Podalirio, figli, a quanto si racconta, nientedimeno che del Dio della Medicina, Asclepio. E sono stati proprio loro a mettermi in guardia sui medici improvvisati. Aggiungendo: «A nostro giudizio (e, qui, citiamo ancora Ippocrate), la cosa migliore per il medico è saper effettuare una prognosi. Se prevede e predice al cospetto dei malati presente, passato e futuro, spiegando ciò che essi non sanno, acquista la credibilità di conoscere a fondo i loro problemi, tanto che gli uomini si spingono fino al punto di affidare se stessi al medico». E che ne dite di quest’altra affermazione di Ippocrate? «L‘arte medica è la più nobile delle professioni. Tuttavia, a causa dell’ignoranza dei medici stessi e di coloro che li giudicano alla leggera, essa ormai risulta di molto inferiore rispetto a tutte le professioni» (Hippocr. Lex 1, L IV 638). 

Menandro, a questo proposito, racconta di un sedicente medico, che si diceva in grado di guarire tutte le malattie, con la semplice parola e con dei clisteri di acqua, sale e aceto. A questi spropositi, un gran medico siciliano, commentò con un «sonoro rumore della bocca». Con una pernacchia. Rigorosamente in dialetto dorico, però, visto che è proprio in questi territori, quelli dorici cioè, che si trovavano le più rinomate scuole di Medicina. Come in Sicilia, per l’appunto, ma anche a Crotone, a Metaponto, a Rodi, a Cirene, a Kos o a Cnido. Alessi, poi, era un commediografo greco del IV secolo avanti Cristo (372-270), che nella sua commedia, “La Donna che beve la Mandragora”, scherza sulla esterofilia degli ateniesi, per i medici stranieri. «Se un medico del posto dice dategli al mattino una scodella di ‘orzata‘, subito lo snobbiamo. Mentre se dice ‘scotela‘ e orsata‘, restiamo a bocca aperta. E ancora, se dice ‘bietola‘, lo lasciamo perdere, ma se dice ‘costa‘, siamo tutto orecchi. Come se bietola e costa non fossero la stessa cosa!». E, per non far torto al grande magno greco che lo ha tradotto (Luciano Canfora), questo frammento di Alessi, è riportato da Ateneo di Naucrati, nel suo “Deipnosofisti”. E, ancora: «La maschera del medico straniero deriva dall’antica farsa dorica e viene ripresa dalla commedia di mezzo: il medico si esprime in dorico perché dorica è la lingua del genere teatrale da cui trae origine tale personaggio». 

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Tutto questo, senza togliere alcun merito ai tanti medici, infermieri e personale sanitario che negli ospedali, nei reparti di rianimazione e nei centri Covid, mettono a rischio le proprie vite, per salvare esistenze. Non solo. Ma anche per stringere la mano, per un ultimo saluto a chi è destinato a spirare in solitudine. Per inciso, Alessi, era anch’egli magnogreco, essendo nato a Thurii, in Calabria. Fu zio di Menandro, e risulta abbia vinto, con una sua commedia, le Dionisie del 347 a.C. E, per chiudere, che ne dite di questo aforisma del solito Ippocrate? «È più importante sapere che tipo di persona abbia una malattia, che sapere che tipo di malattia abbia una persona». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.