Viaggio al termine del “meridione”: François Lenormant, cinque gentiluomini e la Grand Grece

Acquerello di Abraham Louis Rodolphe Ducros sull’arrivo a Brindisi con i suoi compagni di viaggio il 6 febbraio 1778

Cinque anglo-olandesi percorrono Brindisi in carrozza il 6 febbraio 1778, ammirano la città, diretti verso Taranto: sono Willem Carel Dierkens, Wiilem Hendrik Van Nieuzerkerke, l’inglese Nathaniel Thornbury, il maestro della Zecca generale dell’Aia, Nicolaas Ten Hove, il vedutista svizzero Abraham Louis Rodolphe Ducros. La carrozza si impantana improvvisamente nella fanghiglia ma giunge in loro soccorso l’archeologo francese François Lenormant, diretto anche lui nella città lacedemone, riconosciuto dal nostro cronista che si trova, “casualmente”, in quei luoghi. Mentre pasteggiano in una locanda che ospitò due noti commensali, si parla dei tesori archeologici della Magna Grecia, di Luigi Viola… Ma anche di qualcuno che ebbe meno riguardo di cotanta ricchezza e bellezza archeologica


Canale d’ingresso al porto di Brindisi, acquerello di A. L. R. Ducros, 1778

Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

ERA UNO DI QUEI meriggi che davvero si vorrebbero cancellare dal calendario. Con il cielo che sembrava volesse scaricare tutto il plumbeo delle sue nuvole proprio lì, sulla piazzetta di Brindisi, dove svettava (e svetta), la colonna romana, che, i più colti del gruppo dei gentiluomini anglo-olandesi, dicevano fosse stata eretta dall’imperatore Traiano, quale ultima pietra miliare della più lunga delle vie consolari romane, la via Appia, per l’appunto. Fatto sta che la carrozza dentro la quale si stringevano gli olandesi Willem Carel Dierkens e Wiilem Hendrik Van Nieuzerkerke, l’inglese Nathaniel Thornbury, il maestro della Zecca generale dell’Aia, Nicolaas Ten Hove, e il giovane, straordinario, vedutista svizzero Abraham Louis Rodolphe Ducros, si era impantanata sotto un buon metro di fango, facendo temere, ai gentiluomini, che il loro Gran Tour per le antiche città della Magna Grecia si dovesse concludere, quel giorno del 6 febbraio del 1778, proprio lì, nella città fondata da Brento, il mitico figlio di Eracle e Balezia.

La colonna romana davanti al porto di Brindisi nell’acquerello di A. L. R. Ducros del 1778

Il pittore Ducros si era incessantemente lamentato per la pioggia torrenziale che gli aveva impedito di tirar fuori dalla sacca acquerelli e tempere per raccontare, per immagini, quella parte del loro viaggio. Quando, tuttavia, le loro speranze stavano per essere definitivamente sepolte nella fanghiglia, ecco spuntare una carrozza di grandi dimensioni, trainata da una possente quadriglia, con un gentiluomo francese all’interno che si offre di aiutarli, riuscendo a trarli dall’impaccio. Non solo, ma il francese, saputo dell’intenzione dei rampolli nordeuropei di voler proseguire verso Taranto (dove Louis Ducros dipingerà straordinari acquerelli), si dice disposto ad accompagnarli, anche perché egli stesso è diretto in quella città. Non prima, però, di fare una sosta rifocillatrice in quella locanda la cui insegna garrisce proprio dietro la colonna, e dove risulta avessero pasteggiato anche Virgilio e Orazio, con il satirico venosino che come intenditore di vino, non era certo secondo a nessuno. 

Per puro caso, lì c’era anche il vostro curioso cronista, cui non pare vero intrupparsi dietro i merletti e le code di raso dei gentiluomini, avendo egli riconosciuto — non chiedetemi come — in quel francese nientemeno che il grande professore di archeologia presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, nella cattedra che fu di Quatremére de Quincy, Raul-Rochette e di Ernest Beulè. Quel François Lenormant, cioè, che conosceva a menadito la Grecia archeologica continentale e la Grand Grece, come egli era solito chiamare l’Italia meridionale, e che chiese subito all’oste, quel vinello, quel “sarago”, che Ennio raccontava essere «Brundusii saragus, optimum». La curiosità del vostro affabulatore, era stata vieppiù acuita dal fatto che il Lenormant aveva detto ai commensali che anch’egli, sia pure un secolo e passa dopo, avrebbe fatto tappa in quella strana, antichissima città con quei suoi due mari, per incontrare un suo collega di cui gli avevano detto un gran bene, quel Luigi Viola che si era messo in testa di scoprire le vestigia dell’antica città lacedemone e di raccogliere le sue testimonianze storiche e archeologiche, nientemeno che in un museo.

Scena di un convivio greco dipinta su un kottabos

I gentiluomini mitteleuropei rimasero, naturalmente, affascinati dal rotacismo (la smussatura della erre) dialettico del transalpino, il quale raccontò, con levità per non offenderli, che quando Roma (ma anche i loro antenati) non erano ancora usciti dalla barbarie, qui si scriveva di filosofia, e di letteratura, e di tragedia, e di teatro e si modellavano sublimi opere d’arte. E raccontava, François Lenormant, della Taranto di Falanto, dell’Apulia di Diomede, del Filottete di Sibari e Crotone, della Metaponto di Epeo, il mitico costruttore dell’ingannevole cavallo degli Achei, o dei Pili di Nestore che sempre a Metaponto, avevano dato vita ad uno dei più oscuri riti misteriosofici dell’antichità, l’Enaghismòs, il culto dei Neleidi. Aveva anticipato, il cattedratico francese, che era sua intenzione farsi accompagnare da Luigi Viola o dall’altro straordinario archeologo della Magna Grecia, Paolo Orsi, alla ricerca della mitica Lagaria e delle tracce della colonia degli Ioni di Colofone nella terra degli Elimi, vale a dire Siris, poi abbondantemente trovate dal grande Dinu Adamesteanu, tanto da aver edificato un museo proprio in quella terra, la Siritide. 

Lenormant, dunque, e Luigi Viola. Con quest’ultimo che a Taranto stava dannandosi l’anima per tradurre in azioni concrete le direttive del vero padre dei beni culturali in Italia, vale a dire il Direttore generale del ministero dell’Istruzione, Carlo Fiorilli, che lo aveva nominato ispettore, con l’incarico di togliere dall’oblio il passato, la storia e i resti archeologici di Taranto. «Tu non devi guardare in faccia proprio a nessuno», consigliava da parte sua il francese al giovane ispettore, che si era imbattuto in alcuni episodi spiacevoli di tonache. «Fai presto a dire così — ribatteva Luigi Viola — forte come sei della decisione francese di sfrattare i monaci dai mille conventi di Taranto, mettendoci dentro insieme ai monaci, anche la soldataglia, certi di un’impossibile convivenza…». 

Il ponte davanti al Castello Aragonese di Taranto nell’acquerello di A. L. R. Ducros del 1778

Timidamente, a questo punto, il vostro cronista, si permette di interloquire con i due archeologici, invitandoli a non fare di tutta l’erba un fascio, e di considerare il valore di ricerca e di divulgazione di un illustre conterraneo di Lenormant, Jean-Claude Richard de Saint-Non, più noto come l’Abate di Saint-Non che, con il suo, Voyage pittoresque à Naples et en Sicile, era stato davvero un antesignano della ricerca archeologica in Magna Grecia, e comunque, un modello per lo stesso Francoise Lenormant. O, in epoca più recente, preti colti come padre Primaldo Coco e padre Adiuto Putignani. «Fichu, Fichu», accidenti, accidenti è l’esclamazione, in puro “argot” dei bassifondi parigini, del compito professore della Sorbona. «Come si sarebbe dovuto comportare le mon amì, Luigi, nei confronti di Mons. Ciocchi o di don Giuseppe Ceci?». 

Un alto prelato, mons, Ciocchi, vicario generale dell’arcidiocesi di Taranto, che soleva andare in giro per i campi in cerca di oggetti antichi e quando li trovava, come quella volta che trovò nella villa Beaumont, nei pressi di Castel Saraceno, epigrafi greche e latine, ne decrittava i contenuti e ne faceva perdere ogni traccia. E che dire, poi, del canonico Ceci, che aveva raccolto oggetti di grande valore archeologico e che, poi, non si sa bene per quale motivo, li vendette per poche lire ad un caffettiere, tal Onofrio Panzetta, il quale, poi, furbo, se li fece pagare profumatamente da alcuni inglesi, tanto che il ricavato gli permise di vivere agiatamente? E non aveva lo stesso vescovo Capecelatro regalato parte della sua ricca collezione di “anticaglie archeologiche”, ad un suo amico francese e le molte “pelikes, alabastron e oinocoi”, al museo di Amsterdam? Azz…, esclama a sua volta il vostro stupefatto cronista, costatando come anche allora era vigoroso il traffico dei reperti archeologici.

Per Francoise Lenormant è tempo di riprendere il viaggio, Non senza, prima, aver esclamato: «A fianco all’Italia che tutto il mondo conosce, esiste — quando ci si inoltra nell’estremo meridionale — una seconda Italia, sconosciuta, che non è meno interessante dell’altra, né inferiore per bellezza di paesaggi e grandezza di ricordi storici; è quella che corre dalla Puglia e dalla Campania in Sicilia». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.