Un patrimonio dimenticato: le masserie pugliesi, mirabile connubio fra forma e funzione

Sotto il titolo, una masseria di Casignano in stato di abbandono; in alto, masseria trasformata in albergo

Nate in Puglia nel XIII secolo, le “aziende rurali” hanno perso nel tempo le loro caratteristiche di unità produttive e snodo culturale del mondo agricolo. Ad oggi non esiste una mappatura dei centri più importanti, molti dei quali trasformati in alberghi e ristoranti con la conseguente perdita delle caratteristiche architettoniche originarie: complessi ove la dimora e il lavoro agricolo determinavano una continuità di spazi esterni ed interni, articolati da loggiati finemente lavorati, portici, scalinate impreziosite da originali soluzioni architettoniche, balconi e lesene. Luoghi intrisi di storia sociale che rischiano di scomparire nelle loro, talvolta affrettate, nuove destinazioni d’uso o, peggio ancora, nell’indifferenza per il loro inesorabile degrado


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella magna Grecia

IL SETTECENTO, il secolo dei lumi, sembra non aver apportato soluzioni originali o nuovi stilemi nell’architettura delle masserie nel centro-sud che continuano ad essere costruite con gli stessi canoni dei secoli scorsi e, perfino, da come le aveva concepite nel XIII secolo il gran re (Federico II). Certo il fervore intellettuale della Francia, con il razionalismo di un Voltaire o di un Rousseau, o la concezione di democrazia di un Montesquieu, sono ben lontani dalla Puglia, anche se, successivamente, i moti di Parigi lasciano comunque una traccia, soprattutto nei cuori di chi si preoccupa delle sorti dei braccianti agricoli. 

Masseria abbandonata Don Cataldo presso Adelfia (Bari)

Non così, invece, il Novecento. La rivoluzione industriale del XX secolo, arriva, infatti — prepotente — in Puglia negli anni ‘50, e si innesta in una situazione che vede preminente su tutto proprio il lavoro agricolo, anche se, come affermava sconsolato Manlio Rossi Doria, in una agricoltura da “follia”, in quanto i metodi e i mezzi agricoli rimanevano quelli medievali. C’era, in ogni caso, la necessità di una riforma agraria ed essa viene puntuale in quegli stessi anni ‘50, con l’intento anche di rilanciare l’agricoltura che, a causa del processo di industrializzazione, aveva visto il progressivo svuotamento delle campagne. Una riforma che, tuttavia, già come era stata formulata, con la semplice redistribuzione delle terre, aveva, in nuce, i caratteri del proprio fallimento se non si fosse proceduto ad un ammodernamento dei sistemi agricoli. 

È successo, perciò, quello che si temeva: in Puglia molti di quei contadini che avevano avuto in assegnazione i fondi della riforma, a distanza di qualche anno hanno dovuto cederli per l’incapacità di far fronte alle spese agricole, alla pressione fiscale, ma, soprattutto, ad una mancata crescita culturale del lavoro agricolo. Così la masseria, un tempo vera unità produttiva del lavoro agricolo, ma anche vero e proprio snodo culturale del mondo rurale, ha perso man mano le sue caratteristiche più salienti, rimanendo come semplice testimonianza di un’architettura minore che, pur facendo parte di un vasto e complesso patrimonio culturale, non rappresenta un elemento di rilevante importanza architettonica, quanto un fatto di una particolare sensibilità culturale. 

Masseria abbandonata di Casignano; in basso le stalle dell’ampio fabbricato

Non esiste, inoltre, una mappa aggiornata del complesso masseriale pugliese, neanche di quelle che hanno un certo valore monumentale, lasciando alla buona volontà di semplici cultori della materia e alla pubblicistica locale, il compito di censirle prediligendo, però, non tanto la rilevanza architettonica del manufatto, quanto la storia personale dei proprietari. Se, tuttavia, si può azzardare una tipologia delle masserie, essa va ricondotta a costruzioni composte, spesso, da figure geometriche chiuse, alternate da spazi scoperti o recintati, con una serie di corpi di fabbrica disposti quasi sempre a quadrilatero, in tufo o raramente in pietra. Alcune masserie sono state completamente abbandonate, altre profondamente trasformate, magari per far posto a centri agro-turistici, ad alberghi o a ristoranti e dove, solo con buona volontà, si possono ancora scorgere le linee originali, con la distinzione fra nucleo abitativo e locali di deposito, stalle, iazzi e, talvolta, cappelle. 

Il “segno” semantico dell’antica masseria, come di un complesso ove la dimora e il lavoro agricolo determinavano una continuità di spazi esterni ed interni, articolati, questi ultimi, da loggiati finemente lavorati, portici, scalinate impreziosite da originali soluzioni architettoniche, balconi e lesene e che costituivano un mirabile connubio tra forma e funzione, è forse ormai definitivamente smarrito. Certo rimangono esempi mirabili di trasformazione di antiche masserie in originalissimi agglomerati urbani, come nel caso della Sylva Arboris Belli (l’attuale Alberobello), che nel 1841 era una masseria dei conti di Conversano con una estensione di 1.100 tomoli (il tomolo ha un’estensione di 63 are in pianura e di 85,75 nei terreni collinari), che nel 1600 contava una quarantina di trulli e nel 1793, 3.200 abitanti. 

Essenzialità delle linee architettoniche in una masseria del 1700 a Polignano

Stranamente l’essenzialità delle linee architettoniche delle antiche masserie trova un riscontro nella tendenza formale dell’architettura moderna, come pure l’aspetto essenziale della massaria medievale, vale a dire l’unità concettuale, e che si estrinsecava nell’uso monocromatico del colore, del materiale di costruzione e nella disposizione dei volumi minori rispetto al corpo principale di fabbrica, è anch’essa tendenza delle moderne linee architettoniche. L’uso pressoché generalizzato, inoltre, della pietra calcarea locale, del tufo tagliato direttamente in cava e sempre delle stesse dimensioni, aveva la funzione di qualificare gli spazi interni, mentre lo spazio attorno alla dimora, la cosiddetta mezzana, riservato al pascolo, ha quasi sempre le stesse dimensioni, quasi come il canone di Policleto, in quanto, spesso, era codificato per legge. Un decreto del viceré di Napoli, per esempio, nel 1566, stabiliva le dimensioni della mezzana nella proporzione del 10% del terreno di ciascuna masseria per le sei università di Castellana, Monopoli, Fasano, Cisternino, Locorotondo e Martina Franca. Con il termine campana, invece, viene indicata l’area immediatamente a ridosso della masseria, recintata da alti muri a secco, mentre l’aia è lo spazio lastricato antistante alla casa e deputato alla battitura del grano, mentre la corte identificava uno spazio chiuso attorno al castello o alla dimora del dominus, la quale ultima costituiva il centro amministrativo del possedimento fondiario, tanto che, in età feudale, si sviluppò addirittura una economia privata, l’economia curtense, deputata alla commercializzazione e allo smercio dei prodotti agricoli nell’ambito del feudo. 

Il centro della corte con una vasca decorativa al posto del pozzo-cisterna per le esigenze idriche della masseria

Al centro della corte, quasi sempre lastricata, era previsto un pozzo-cisterna per il rifornimento idrico della masseria, il cui collo quasi sempre era rivestito di pietra e finemente cesellato. Un unicum insomma, che sia pure nella sua artigianalità delle linee architettoniche, coordina vita domestica, lavoro nei campi e organizzazione sociale. Con la trasformazione della produzione agricola, soprattutto ulivi e viti, gli antichi ovili lasciano il posto a frantoi e cantine, dove lavorare e immagazzinare i prodotti, mentre il rumore delle trebbiatrici prende il posto del canto delle battitrici di grano. Quello che manca, nel reticolo architettonico delle masserie pugliesi, è qualunque progetto di schema aperto, teso a favorire le relazioni fra mondo esterno e mondo rurale e del tutto irrealizzabile in una terra che, come la Puglia, ha risentito di secoli di invasioni e lotte sociali. 

Del resto la grande diffusione delle masserie fortificate, sorte per opporre una qualche difesa alle continue scorrerie o per difendersi dal brigantaggio che, in Puglia, a partire dal Cinquecento e per tutto l’Ottocento era un fenomeno addirittura endemico, non per questo erano venute meno alle loro caratteristiche principali di centri di produzione e attività agricole, ragione di sopravvivenza dei contadini. Particolare, a questo riguardo, la struttura architettonica di questo tipo di masserie, con l’aggiunta, agli elementi distintivi, di garitte circolari, feritoie, caditoie di olio bollente, alte mura di cinta, spesso anche ponti levatoi, torrioni angolari, camminamenti, eccetera 

Porticato di una masseria del 700, oggi zona di relax di un raffinato albergo

Malgrado l’assenza di una qualsiasi mappa del reticolo masseriale pugliese e la conseguente difficoltà di una classificazione tipologica esaustiva, dovuta anche alle diversissime situazioni storico-ambientali del territorio rurale pugliese (non a caso si parla di “Puglie”), si può azzardare una classificazione qualitativa, in base, cioè, al tipo di produzione agricola (olivicola, cerealicola, vitivinicola, di allevamento) e una seconda in relazione alla sua peculiarità architettonica (con trulli, fortificata, a casino). In base, poi, a queste classificazioni, soprattutto a quelle di tipologia architettonica, diviene possibile, talvolta, determinarne il periodo di costruzione. Qualcuno potrebbe obiettare che una tale classificazione non può essere indicativa, come lo era in passato, né degli stilemi architettonici, né delle funzioni intrinseche delle massarie: nei fatti non è proprio così. Per esempio, a proposito di masserie fortificate, è possibile attuare una distinzione tra masseria semplice e masseria composita, escludendo da questa classificazione tutte le masserie senza torre e individuando l’edificazione del primo tipo tra il XVI e XVII secolo e del secondo nel XVIII secolo. Altri studiosi ampliano questa classificazione, distinguendo quattro tipi di masserie fortificate: masseria con torre, torre masseria, masseria castello, masseria variamente fortificata, mentre, altri ancora, dettagliano ulteriormente questa tipologia, in masseria compatta, masseria fortificata senza torre, masseria fortificata con torre, masseria senza difesa, masseria fortificata con castello. Luoghi intrisi di storia sociale che rischiano di scomparire nelle loro, talvolta affrettate, nuove destinazioni d’uso. Talaltra — ed è ancora peggio — nell’indifferenza per il loro inesorabile degrado. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.