Quella che si svolgerà, domani, a dodici mesi dalla scomparsa del grande studioso pugliese, raffinato medievista e meridionalista, non sarà una semplice cerimonia di ricordo, ma le rimembranze di coloro che “ebbe più cari nell’età più bella”. Il fondatore e Magnifico Rettore dell’Ateneo della Basilicata aveva in uggia le “verbosità dotte”, i luoghi comuni, le frasi idiomatiche e, soprattutto, l’ambientalismo a gettone, che egli, voluto da Giorgio Bassani a suo vicepresidente nazionale di Italia Nostra, sapeva riconoscere a fiuto, girando la testa da un’altra parte. In programma, nella città natale, le riflessioni di Pietro Dalena, anch’egli gran medievista, del grande archeologo Francesco D’Andria, del vescovo di Castellaneta Sabino Iannuzzi. Con le testimonianze di Gioia Bertelli, Carlo Dell’Aquila e Stefano Vinci, dell’Università di Bari dove don Fonseca ha insegnato per molti anni. E alla sindaca della sua città, Giancarla Zaccaro, avrebbe forse chiesto − con sguardo limpido − quando troveranno posto nella Biblioteca comunale le migliaia di preziosissimi volumi che egli volle regalare all’amatissima Massafra
◆ L’articolo di ARTURO GUASTELLA

► “Rimembranza,” in linguistica è un termine concavo. In grado, cioè, di racchiudere, avvolgendoli, più elementi, senza dare priorità all’uno o all’altro. Ma tutti con pari valore e pari importanza. Così, la cerimonia del prossimo venti marzo a Massafra, in occasione dei dodici mesi dalla scomparsa del prof. Cosimo Damiano Fonseca, non sarà una semplice cerimonia di ricordo, ma le rimembranze di coloro che “ebbe più cari nell’età più bella”. Compito davvero arduo, visto lo spessore culturale del nostro professore e dei suoi grandi, immensi amori: lo studio, la ricerca, la didattica e la tonaca, E, naturalmente, la famiglia. Quest’ultima, tuttavia, non racchiusa soltanto nei chiasmi genetici, ma allargata ai suoi colleghi, agli studenti, ai moltissimi (compreso chi scrive) che erano soliti attingere alla sua scintillante sorgente.
Non aveva un carattere accomodante il mio raffinato monsignore, visto che aveva in uggia le “verbosità dotte”, i luoghi comuni, le frasi idiomatiche e, soprattutto, l’ambientalismo a gettone, che egli, voluto da Giorgio Bassani a suo vicepresidente nazionale di Italia Nostra, sapeva riconoscere a fiuto, girando la testa da un’altra parte. Del resto, il “neque imbellem ferocem/progenerant aquilae columbam”, il fatto che le aquile focose non possono mai generare una colomba pacifica, del venosino Orazio, gli si attagliava perfettamente, come quella fascia rossa che cingeva, nelle occasioni che contavano, la sua persona nel serico abito talare.
Rimembranza, dunque, di luoghi, di fatti, di scritti e di azioni e della vastità di un intelletto che era quasi impossibile sondare. «Una memoria – mi anticipa Pietro Dalena, anch’egli gran medievista, cattedratico, che con il grande archeologo Francesco D’Andria costituivano la famiglia allargata del professore – quella memoria che noi siamo chiamati ad onorare e condividere, non attraverso un atteggiamento intellettuale asettico, finalizzato alla mera celebrazione della persona, ma tramite un’operazione pedagogica, chiamata a destare le coscienze a riappropriarsi del proprio passato, cogliendo il lascito morale di questa straordinaria figura di intellettuale laico e di sacerdote». In altra occasione, questa sua laicità sacerdotale, mi spinse a scriverne come di un guelfo-ghibellino. E, per una volta, questa azzardata similitudine, un ossimoro quasi, non gli dispiacque poi molto, dato che quando trattava da par suo il tema del Meridionalismo e, più in generale, del nostro Mezzogiorno, la tonaca non gli faceva alcun velo nel rimarcare i ritardi della Curia nel cogliere i barlumi di iniziative che qui e là riuscivano ad affiorare.

Altri racconteranno della sua opera, del suo magistero, della sua colta passione per Federico o per Tancredi, di come, quasi per sortilegio, in una terra che inesorabilmente sembrava scivolare nel Tirreno e nello Ionio, riuscì ad inventarsi un Ateneo, che ora sta lì a testimoniare come una regione negletta abbia potuto trovare il suo riscatto nella cultura. Quella più acconcia, l’unica in grado di resistere agli insulti del tempo o di certa politica, quella dell’Università, per l’appunto. Così, quando il sindaco di Massafra, il monsignore vescovo di Castellaneta, Sabino Iannuzzi, o Don Michele Quaranta, ci parleranno del prete Accademico dei Lincei, o del cittadino di Massafra, val la pena ricordare che egli sarà con noi ad ascoltare. E sono certo che non gli sfuggirà una parola di quello che diranno l’avvocato Paola Donvito, o i cattedratici Paolo Pardolesi e Francesco Panarelli. Tutti, poi, quelli che usavamo frequentare casa Fonseca, ma anche i suoi parrocchiani, i suoi colleghi, la gente comune, i suoi studenti, ascolteremo con estremo interesse le testimonianze di Gioia Bertelli, Carlo Dell’Aquila e Stefano Vinci, tutti dell’Università di Bari, dove, tra l’altro il nostro don Fonseca ha insegnato per molti anni. Il gran cerimoniere di queste ricordanze, un altro professore, legatissimo all’ex Rettore dell’Università della Basilicata, il già citato Pietro Dalena.
Testimonianze che immaginiamo scevri di paludamenti accademici, quanto pregnanti di ricordi personali o di fatti e persone che hanno popolato la vita del nostro monsignore. Come ad esempio, quando, con commozione, ebbe a raccontarmi della sua presenza all’apertura della tomba di Federico II. E sono altrettanto sicuro che, alla fine di questa straordinaria “rimembranza”, farà in modo di sussurrarmi all’orecchio, di chiedere alla dottoressa Giancarla Zaccaro, sindaco della sua amatissima Massafra, se, finalmente, il Municipio avrà trovato una sistemazione alle migliaia di quei preziosissimi volumi che egli, il nostro caro e indimenticabile professore, ha voluto regalare alla biblioteca della sua città. © RIPRODUZIONE RISERVATA
