Al Museo d’Arte Orientale di Torino (Mao) la grande mostra monografica dedicata a Chiharu Shiota (Osaka, 1972) si presenta come un organismo vivo, capace di espandersi dalle sale delle mostre temporanee alle gallerie delle collezioni permanenti, instaurando un dialogo serrato con un luogo che, per sua natura, riflette da sempre su vita, morte, impermanenza e trascendenza. Curata da Mami Kataoka, direttrice del Mori Art Museum di Tokyo, insieme a Davide Quadrio, direttore del Mao, con l’assistenza curatoriale di Anna Musini e Francesca Filisetti, “The Soul Trembles” per la prima volta trova casa all’interno di un museo di arte asiatica. La Mostra rimarrà aperta fino al 28 giugno 2026. Nei primi 100 giorni superati 100mila visitatori
◆ La recensione di SIMONETTA RHO

► Lo scorso anno la grande retrospettiva di Chiharu Shiota aveva testimoniato la riapertura al pubblico del Grand Palais di Parigi, dallo scorso ottobre The Soul Trembles è approdata al Mao di Torino con il valore aggiunto di entrare in dialogo con il Museo e le sue collezioni d’arte orientale, creando una sorta di unica grande installazione. Le più famose opere di Chiharu Shiota sono composte da fili rossi o neri intrecciati per creare strutture imponenti: avvolgono gli spazi in cui sono collocate, trasformandone i volumi e guidando lo spettatore in un’esperienza in cui la fascinazione si alterna all’inquietudine, il movimento alla stasi.
The Soul Trembles ripercorre l’intera pratica dell’artista giapponese – nata nel 1972 a Osaka ma da tempo residente a Berlino – attraverso disegni, fotografie, sculture e alcune delle sue installazioni ambientali più iconiche, accanto a interventi site-specific e nuove opere realizzate per l’occasione. Dai paesaggi di fili rossi che avvolgono imbarcazioni in Uncertain Journey, alle valigie oscillanti di Accumulation – Searching for the Destination, fino al silenzio carico di assenza di In Silence, ogni lavoro sembra interrogare le tracce lasciate dai corpi, i ricordi che persistono, le relazioni invisibili che ci legano agli altri e al mondo.
Al centro del lavoro di Shiota non c’è la rappresentazione, ma l’esperienza. Lo spettatore è coinvolto emotivamente entrando in relazione con la propria vulnerabilità. «Le opere di Chiharu Shiota — scrive nel catalogo ella mostra Mami Kataoka — hanno una universalità che attrae i cuori e le menti delle persone, superando i confini generazionali e geografici». I fili sono metafora di connessione così come l’esperienza privata dell’artista entra in relazione con quelle dei visitatori in un legame globale. «La morte fa parte del mio lavoro — dice Shiota nel catalogo — e la vedo più come un nuovo inizio, non come una fine. Appartiene al ciclo della vita come un nuovo stato dell’essere. È come spostarsi in un universo più grande». Questa visione cosmica carica di presenze e assenze cattura il visitatore in una esperienza unica, un viaggio estetico e interiore che vale la pena di fare. © RIPRODUZIONE RISERVATA
