Il libro di Giovanni Giovannini “Il Quaderno Nero” (2004, Scheiwiller, Milano). Sotto il titolo una foto di Giovanni e Larissa

La storia d’amore tra Larissa Sapeshko (studentessa in medicina ucraina di venti anni) e Giovanni Giovannini (giovane caporalmaggiore dell’esercito italiano) travolti sul finire della seconda guerra mondiale dai tragici eventi scaturiti dagli accordi di Yalta tra Churchill e Roosevelt, sembra essere lo specchio del tempo in cui oggi si riflettono le atrocità della guerra in Ucraina. Questa guerra condotta da Putin ripercorre gli stessi passi intrapresi allora da Stalin in nome di quel processo di “denazificazione”, iniziato propri sotto il dittatore russo nel ’45 con la fucilazione nei lager, dei russi e degli ucraini rei di aver tradito e collaborato con i nazisti durante la loro prigionia. La toccante vicenda, raccontata dallo stesso Giovanni Giovannini nel libro il “Quaderno nero”, oggi riemerge con tutta la sua forza in questo triste ricorso storico dell’“operazione speciale” di Putin in nome della “denazificazione” del Donbass


L’articolo di CESARE PROTETTÌ

«NON MI HAI voluto prendere con te: troppo pesante era il mio fardello»: sono le parole con le quali inizia l’ultima dolorosa lettera dalla Germania di Larissa Sapeshko, ventenne studentessa ucraina in medicina di Stalino (nel Donbass), a Giovanni Giovannini, giovane caporalmaggiore dell’esercito italiano, sopravvissuto a 20 mesi di prigionia nei campi di internamento nazisti tra Francia e Germania. La lettera è del 3 maggio 1945 ed è indirizzata proprio all’uomo che sarebbe diventato prima un grande inviato de “La Stampa” di Torino e poi presidente della Fieg, la Federazione Italiana Editori Giornali e infine direttore ed editore di una rivista, Media Duemila, a lui sopravvissuta, che guardava e guarda al futuro delle comunicazioni.

L’ultima lettera di Larissa a Vanni – 3 aprile 1945

Non ci sarebbe stato futuro, invece, per la storia d’amore tra Larissa e Giovanni perché la giovane ucraina, da lì a poco, sarebbe stata fucilata dai russi ai quali, per volere di Stalin, era stata consegnata insieme a migliaia di altri ucraini prigionieri degli alleati. Tutti deportati in campi di prigionia in terre lontane o fucilati, come Larissa, perché ritenuti traditori e collaborazionisti dei nazisti. Una forma dunque di “denazificazione” assassina, nella quale Putin segue pretestuosamente le orme di Stalin.

È una storia di quasi 80 anni fa che mi è tornata in mente in questi mesi di “operazione speciale” russa in Ucraina, durante la quale si è sentita nominare spesso la città di Donetsk, capoluogo del Donbass, che fino al XXII Congresso del Pcus (1961) si chiamava appunto Stalino. Con questo nome l’ho conosciuta nella storia che ha per protagonisti — tra il 31 ottobre 1944 e la fine di aprile 1945 — Larissa e Giovanni, per gli amici “il Vanni”, toscano di Bibbiena. Il caporalmaggiore, eletto alla fine dai compagni capo del manipolo di soldati italiani del campo liberato di Volkertshausen, ritenne più prudente non esporre Larissa, al rientro con lui in Italia, ai rischi dell’incontro con le bande dei fascisti repubblichini ancora operanti nel nord dell’Italia.

La comunicazione, del dicembre 1945, fatta dal Comitato internazionale della Croce Rossa, della morte di Larissa, per fucilazione, in un campo di prigionia russo

Questa piccola storia, che aiuta a capire il complesso rapporto tra russi e ucraini, con questi ultimi spesso vittime sacrificali, me l’ha raccontata lo stesso Vanni, nelle lunghe serate estive sul terrazzo della sua casa di via dell’Orso, nel cuore di Roma, mentre eravamo al lavoro sul “Quaderno Nero” recuperato dopo 60 anni da un cassetto nel quale era stato volutamente abbandonato. La storia ora occupa le ultime venti pagine del libro omonimo (2004, Scheiwiller, Milano), ed è illustrata da alcune fotografie e riproduzioni di documenti significativi, tra cui la comunicazione, del dicembre 1945, fatta dal Comitato internazionale della Croce Rossa, della morte di Larissa, per fucilazione, in un campo di prigionia russo.

Per lei — ricordava Giovannini — «un anno solo di felicità: il primo e unico anno di Medicina all’Università di Stalino». Poi l’operazione Barbarossa di Hitler, nel giugno 1941, «il dilagare dei panzer tedeschi, la scomparsa dei genitori (non ne saprà più niente), il suo calvario di campo in campo in Germania. Finché un giorno, a Donaushingen, i tedeschi la tirano fuori da qualche orrendo lavoro di manovalanza in fabbrica per trasferirla in un ospedale di emergenza dove stanno arrivando dal fronte russo ondate di feriti, mutilati, moribondi». Larissa, studentessa inesperta e inorridita, viene chiamata a fare da medico, prima in ospedale e poi nella “fabbrica degli spilli” a Volkertshausen, non lontana dal Lago di Costanza, dove incontra Vanni che vi era internato, come uno dei 600mila militari italiani che non avevano voluto combattere per Hitler. Pochi mesi dopo anche lei sarà vittima degli accordi segreti di Yalta sull’inumano rimpatrio forzato, tra il 1944 e il 1947, di oltre due milioni di sovietici, (ucraini, cosacchi, ecc.). «Churchill e Roosevelt — diceva Giovannini — hanno compiuto uno dei più grandi delitti impegnandosi a restituire a Stalin tutti i russi prigionieri dei tedeschi e liberati dagli alleati». Probabilmente Larissa intuiva il suo nefasto futuro per quanto aveva imparato dalla storia del suo paese. Anche per questo la sua lettera era così struggente e colpì tanto Vanni.

Giovanni Giovannini [credit Ansa]
Poi l’ultimo segreto della seconda guerra mondiale, la tragica odissea delle vittime di Yalta, venne alla luce anche grazie alle ricerche di due storici di lingua inglese, Nicolas Bethell e Nikolai Tolstoy, negli archivi britannici e americani e alla loro raccolta di preziose interviste e testimonianze. È vero — dice oggi la Storia — che circa 250mila nazionalisti Ucraini si offrirono volontari, in funzione antirussa, per dare supporto alla Wehrmacht e che molti si unirono alle SS in formazioni di supporto chiamate “Unità militari nazionaliste” o “Confraternite dei nazionalisti”. Ma è anche vero che negli anni ‘20 il Donbass era stato sottoposto ad una pesantissima operazione di “russificazione” da parte di Stalin e che pochi anni dopo, negli anni ’30, la popolazione ucraina dell’Unione Sovietica fu drasticamente ridotta anche dalle conseguenze dell’Holodomor. Fu lo “sterminio per fame” di quattro milioni di persone, quasi la metà bambini, come scrive lo storico francese Bernard Bruneteau nel suo libro Il secolo dei genocidi (2006, Il Mulino).  Un’ecatombe che, ancora prima della guerra scatenata da Putin, era una delle ragioni del fortissimo risentimento di Kiev verso Mosca© RIPRODUZIONE RISERVATA

Documentarsi, verificare, scrivere richiede studio e impegno
Se hai apprezzato questa lettura aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

Giornalista e saggista, è stato fino al gennaio 2016 il direttore delle testate del Master di Giornalismo dell’Università Lumsa di Roma, dopo essere stato per molti anni docente ai corsi per la preparazione all’esame di Stato organizzati dall’Ordine dei giornalisti a Fiuggi. E’ stato Caporedattore centrale dell’agenzia di stampa ApBiscom (ora Askanews) dopo una lunga carriera all’Ansa nel Servizio Diplomatico, al Politico e agli Interni. Autore di una decina di saggi e manuali, con Stefano Polli ha scritto E’ l’agenzia bellezza! (seconda edizione nel 2021), ha curato “Pezzi di Storia” (2021) ed è coautore del libro di Giovanni Giovannini Il Quaderno Nero, Settembre 1943-aprile 1945 (2004, Scheiwiller).

-