Escartons: il delfino ai piedi del “Re di Pietra” e “i galli che beccarono le stelle”…

«Detto di sfuggita, alla valle del Queyras si accedeva dall’Italia per il colle delle Traversette e il Buco di Viso, il più antico tunnel delle Alpi, perforato nel 1475-1480 (i vecchi attorno al fuoco mormorano con lo zampino di Leonardo) per ordine del marchese di Saluzzo per fare transitare il sale dal Delfinato. Si trova proprio sopra Pian del Re, dove nasce il fiume Po»


Il racconto illustrato di GABRIELE REINA

Caro Lettore, 

Oggi ti rivelerò una storia di autogoverno alpino che spero ti lascerà senza parole.

Così ti scrivo dall’estremo occidente d’Italia. Dal borgo dal nome più suggestivo del Belpaese: Casteldelfino, non lungi dal Monviso.

Chiederai: cosa ci fa un delfino in un castello ai piedi del “Re di Pietra”? 

Guizzava forse in uno dei profondi fossati?

Le cose andarono così.

All’estremo oriente di Francia, incollate alle Alpi c’eran due volte due grandi famiglie feudali: i conti di Vienne e Albon e quelli di Clermont in Auvergne. 

Entrambe adottarono il titolo di “Delfino”. 

Questo epiteto fu preso in prestito dal martirologio; prima dai conti di Albon, poi tramandato dai loro discendenti. Tanto che un bellissimo delfino blu stilizzato adornò il loro stemma. 

L’ultimo dei Delfini signori del Delfinato (di là dal Monviso) nel 1336 costruì il castello di Casteldelfino (di qua dal Monviso). Alla sua morte lasciò il proprio Stato ai re di Francia; ma a patto che il primogenito si fosse chiamato per sempre “Delfino”. 

Così fu e poi entrò nell’uso comune, anche nella nostra lingua.

Questo Monviso, a metà fra i domini dei Delfini e dei Savoia principi di Piemonte, era il cuore di una singolare repubblica alpina, dove sin dal Medioevo montanari e valligiani si erano conquistati privilegi unici.

Era la Repubblica degli Escartons.

Io ne sentii parlare per la prima volta dodici anni fa, dormendo nei fienili delle malghe di Briançon e del Mont-Dauphin, discorrendo in franco-provenzale con le famiglie dei vecchi Jacques e Bernard. 

A quei tempi stavo percorrendo la leggendaria “Route des Grandes Alpes”, con la mia bici appesantita dalle sacche con la tenda e gl’immancabili colori.

Cosa strana, il nostro Edmondo De Amicis che a queste terre dedicò un libro stupendo (Alle porte d’Italia), non ne scrisse.

Questa Repubblica alpina era (non uso “fu”, nota bene o benigno lettore) un insieme di territori alpini che ricadevano sotto il Delfinato (che nel Medioevo si estendeva ben oltre l’attuale confine piemontese) e beneficiarono di uno statuto particolarissimo, con privilegi fiscali e politici quasi inauditi per i tempi, una vera entità separata di autogestione. 

Essa nacque con la “carta delfinale” o “delle Libertà”, del 29 maggio 1343, che fu riconosciuta dal regno di Francia sino alla Rivoluzione del 1789. E in Piemonte sino al 1802!

“Escartons” è occitano; cioè l’antica, splendida lingua diffusa dai Pirenei alle Alpi, il cui nome fu coniato dal nostro Dante. In francese si dice “Ecartons”; potremmo tradurlo con “ripartizioni” o “cantoni”. 

Erano quattro questi “cantoni”. 

Due sul versante francese delle Alpi: quelli di Briançon e del Queyras (la valle dove “i galli beccarono le stelle”).

Due su quello italiano: quello di Casteldelfino (Cuneo) e quello di Ulzio, cioè Oulx con l’alta valle di Susa e Chisone (dunque Bardonecchia, Salbertrand, Exilles della Maschera di Ferro, Pragelato, Sestrières, Fenestrelle, giusto per citarne alcuni).

Detto di sfuggita alla valle del Queyras si accedeva dall’Italia per il colle delle Traversette e il Buco di Viso, il più antico tunnel delle Alpi, perforato nel 1475-1480 (i vecchi attorno al fuoco mormorano con lo zampino di Leonardo) per ordine del marchese di Saluzzo per fare transitare il sale dal Delfinato. Si trova proprio sopra Pian del Re, dove nasce il fiume Po.

Talvolta  i fieri valligiani preferivano proclamare la loro repubblica Principato di Briançon, cioè del Brianzonese; tanto per mettere araldicamente in chiaro le cose con le velleità degli onnipotenti re di Francia e dei duchi di Savoia (nonché principi di Piemonte e infine re di Sardegna).

Poco prima del fatidico 1343, le comunità del principato di Briançon decisero di eleggere 50 loro rappresentanti e creare una confederazione; riscattarono con moneta sonante una serie di privilegi feudali (oggi diremmo “vessazioni”, cioè le decime, i balzelli, gabelle) dall’ultimo Delfino, Umberto II (1312-1355). In cambio della considerevole somma di 12000 fiorini d’oro e una rendita perpetua di 4000 ducati, pagabili ogni anno alla festa della Candelora. 

Questo privilegio venne sempre confermato da tutti i re di Francia, incluso il grande Richelieu e persino il Re Sole, che come si sa non amava ambizioni indipendentistiche nel suo regno.

Le terre “italiane” di là delle Alpi passarono sotto la giurisdizione sabauda, quando con la Pace di Utrecht del 1713 la Francia le cedette in cambio della vallata di Barcelonnette, di là dal Colle della Maddalena; questa “piccola Barcellona” fu fondata da un conte di Barcellona nel 1231, quando la Patria Occitana si estendeva dai Pirenei alle Alpi, prima di scomparire nel rogo delle Crociate contro i Catari. 

Per tutti quei secoli, fino alla Rivoluzione e Napoleone, gli abitanti degli Escartons furono esentati da qualsiasi servigio feudale o corvées; potevano possedere anche feudi, amministrare acque e foreste, essere equiparati ai ceti borghesi, portare armi, emanare imposte, radunarsi in assemblee e nominare sindaci! Udite udite, anche le donne potevano detenere proprietà private. 

Non basta: la cosa più avvincente e meravigliosa fu il loro cosiddetto “paradosso alpino”. 

Questo termine fu coniato dagli antropologi a sottintendere come il livello di istruzione e di cultura degli Escartons fosse di molto superiore alla media di quei secoli. 

Generalmente gli abitanti delle montagne erano (e sono) considerati privi di istruzione, ostili, rozzi, analfabeti e peggio ancora. Bene gli Escartons furono, per secoli, un caso unico in tutta Europa. 

Mentre nel fondovalle e nelle pianure contadini e non di rado borghesi e gentiluomini sottostavano illeteratamente a monarchie assolute, il 90% degli abitanti degli Escartons sapeva leggere, scrivere e far di calcolo!

Questo avveniva perché vi erano ben tre livelli di istruzione: leggere e scrivere; matematica; infine filosofia, arte e lingue. 

Mi chiederai, o benigno lettore, se (…)  [il testo integrale del racconto prosegue nel magazine del 15 marzo] ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Le illustrazioni originali e inedite per Italia Libera sono di Gabriele Reina: sotto il titolo, Il castello di Tallard; in alto, costume Escartons; al centro, veduta di Briançon; in basso, Dauphins

About Author

Nato su un lago: quello di Lugano, non lungi dalla casa di Hermann Hesse, da una vecchia famiglia lombarda. Ama narrare e riscoprire storie, e forse per questo è stato scrittore e ultimo caporedattore della casa editrice FMR/Franco Maria Ricci. Pittore ritrattista della vecchia scuola, ha studiato con il maestro futurista Sibò (1907-2000). Essendo la pittura e la scrittura delle vocazioni, ha conseguito una doppia, inutile vecchia laurea specialistica all’Università Statale di Milano (Lingue e poi Storia dell’Arte) e poi un dottorato all’Università di Losanna. Viaggiatore indefesso, ama percorrere l’Europa a piedi e in bici, riversando le sue impressioni in oltre 250 taccuini di viaggio, stracolmi di acquarelli e ritratti (talvolta esposti in mostre, ma più spesso inviati come lettere acquarellate a pochi amici fedeli). È autore di vari saggi e libri per FMR, Mondadori-Electa, ecc., quali Palazzo Altieri; Châteaux du monde; Superga segreta ecc. È membro della Società Dalmata di Storia Patria (Venezia), della Società Italiana di Studi Araldici (Torino) e del Robert Louis Stevenson Club (Edimburgo). Instagram: gabrielereinapainter