La prima edizione di “On the road”; sotto il titolo, primo piano dello scrittore

È stato uno dei maggiori poeti e scrittori americani del XX secolo, padre del “movimento beat”. La sua opera più importante, “On the road”, è considerata il manifesto del gruppo di poeti statunitensi della “Beat Generation”, nata dalla fine della prima guerra e legata all’idea del sogno americano. I genitori, franco-canadesi, si trasferirono negli States dove nacque Jack. Tutta l’opera di Kerouac ha un taglio autobiografico dove si confrontano le sue crisi mistico-religiose catto-buddiste, il disagio dello stare al mondo, il rifiuto delle ideologie del mondo borghese e del materialismo. Nella sua vita personale si avvicendano esperienze e sentimenti forti, frutto di questo suo disagio: i tre matrimoni, le esperienze omosessuali e le frequentazioni di breve durata con donne mentalmente labili dedite, come lui, ad alcol e droghe


L’articolo di CARLO GIACOBBE

NEL 1922 NASCEVA Jean-Louis Lebris de Kérouac, nome francese come i genitori franco canadesi, emigrati negli States prima che lui venisse al mondo, e da lui americanizzato in Jack, nick di John/Jean. A un secolo di distanza, verrebbe la tentazione di tracciare una sintesi della sua poetica e di una biografia, annodate quasi inestricabilmente. È una tentazione alla quale conviene sfuggire, perché – oltre alla pura e ingarbugliata sequenza di fatti – solo esaminando in profondità ogni sua singola opera di poesia, prosa e, volendo, pittura, si potrebbe sfuggire a una semplice e banale elencazione. Meglio limitarsi a qualche colpo di flash, qui e là, che possa gettare qualche lampo di luce sul buio di un’esistenza che ferisce l’anima e commuove il biografo anche dopo 53 anni dalla morte.

Jack Kerouac, intervistato da Fernanda Pivano

I milioni di persone che a suo tempo lo hanno letto appartengono alla seconda ondata dei “baby boomer”, coincisa con la cultura beat e con il mondo degli hippy. I rari giovani che oggi si cimentano almeno nel più noto dei suoi titoli, il romanzo “Sulla strada” divenuto il manifesto rappresentativo della “beat generation”, ancor più dei primi sono stati spesso fuorviati dall’uso, secondo me del tutto indebito, della parola “sogno”. Il sogno in questione è quello americano, che parte da lontano, prima della Guerra di secessione, e prosegue dopo la fioritura di quelli che sono considerati gli artefici della più feconda stagione letteraria degli Stati Uniti. Autori espressione di vitalistico e naturalistico slancio, come i trascendentalisti Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau, i narratori Nathaniel Hawthorne e Herman Melville, forse il più grande di tutti, i poeti Walt Whitman e la intimista Emily Dickinson, il gotico Edgar Allan Poe. Dopo di loro il sogno americano cresce, si dilata e poi sfuma, anche veicolato, tra le due guerre mondiali, dalla prosa di autori come Ernest Hemingway, William Faulkner, Francis Scott Fitzgerald; con loro, a seguire, tanti altri. Fino a che la stessa espressione, abusata in decine di risvolti di copertine di libri o in recensioni di film, mediocri come i primi, si consuma, scoppia, perde di significato. È il sogno che si fa incubo, l’America (per una ingiusta antonomasia, sempre quella del nord) di cui non vorremmo sapere, che lascia in bocca l’amaro del disinganno, che respinge suscitando horror vacui oppure attira come fa talvolta un abisso.

Jack Kerouac legge il rotolo da telescrivente lungo 36 metri utilizzato per scrivere “On the road”: «La prima volta che incontrai Dean fu poco tempo dopo che mia moglie e io ci separammo…». Il rotolo verrà venduto all’asta per 2 milioni di dollari

È questa la interminabile strada, che invariabilmente conduce all’inferno e che non conosce neppure l’illusione delle buone intenzioni. A leggere le opere del più infelice dei narratori e poeti beat (che non viene da “battito”, bensì – suprema ironia? misticismo intermittente? confusionario sincretismo? – da “beato”) vorrei poter distinguere tra causa ed effetto. Se il padre Leo Alcide e la madre Gabrielle, entrambi di formazione cattolica, fossero rimasti nella cittadina del Québec sull’estuario del San Lorenzo, in cui erano nati, e se il fratello Gérard, di sei anni più grande, non fosse morto a dieci per una malattia reumatica, l’esistenza del giovane Jean-Louis sarebbe stata diversa senza la tragedia che lo ha segnato per la vita? E Gabrielle, con la quale ebbe una relazione filiale quasi morbosa, sarebbe divenuta anche lei alcolizzata come il marito e il figlio? A questi interrogativi potrebbero aggiungersene altri, ugualmente oziosi. Jack, che in famiglia seguiterà sempre a esprimersi nel patois franco-canadese appreso da bambino, nel 1941, dopo Pearl Harbor, considera di arruolarsi; poi rinuncia, e spinto dai genitori che vogliono a tutti i costi che si trovi un lavoro per non gravare sulle finanze familiari, si imbarca su un mercantile. Il suo viaggio, dunque, non comincia sulla strada ma sull’acqua. A quel periodo risalgono anche alcune esperienze omosessuali, che sebbene si ripresenteranno ciclicamente non sono prevalenti rispetto alle frequenti infatuazioni per donne, che avrà tutta la vita. Solitamente ragazze dedite come lui all’alcol e alle droghe, talvolta mentalmente labili, che conducono esistenze precarie se non miserabili, vivendo in sordidi scantinati. Lì le raggiunge regolarmente anche Jack, ma sono parentesi di breve durata che finiscono con rotture plateali culminanti col suo ritorno a casa della madre.

Jack Kerouac appisolato sul divano della sede Mondadori nel 1966 (Credit Massimo Vitali)

Tutta l’opera di Kerouac ha un taglio autobiografico; vi entrano le sue crisi mistico-religiose catto-buddiste, che qualche esegeta cattolico ha voluto ricondurre (secondo me forzatamente) ai suoi trascorsi in Québec; e il disagio dello stare al mondo, il rifiuto delle ideologie, del mondo borghese, del materialismo. Innumerevoli e sempre saltuari i lavori, i traslochi, i cambi di indirizzo, i rapporti con altri scrittori di quella generazione, con cui avrà brevi sodalizi, stringerà amicizie avvelenate dai tradimenti, dai ménage condivisi, da rivalità e invidie: Allen Ginsberg, William S. Burroughs, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Gary Snyder, Charles Olson; autori che entreranno come personaggi reali nella trama della sua opera principale, scritta con uno stile “spontaneous” che più che allo joyciano “flusso di coscienza” lo stesso Kerouac assocerà a Proust. Quando finalmente conoscerà il successo editoriale, dopo l’uscita di Sulla strada, dei Vagabondi del Dharma, di La città e la metropoli, di Big Sur e di altri lavori importanti, sarà troppo tardi. Verrà dominato dall’alcol e dalle sostanze psicotrope di ogni genere che non ha mai smesso di assumere.

Il taccuino con gli appunti di Jack Kerouac per il suo capolavoro “On the road”

Tre i suoi matrimoni. Dal secondo, con Joan Haverty, dopo che la coppia si è già separata, nasce Janet Michelle, detta Jan. Kerouac la vedrà solo in due occasioni, asserendo di non credere di essere lui il padre. In uno sfogo con Gregory Corso, però, mentre è in preda all’ennesima crisi etilica confesserà che nella bambina vede il proprio ritratto. Jan, anche lei scrittrice e dedita a droghe e alcol, morirà nel 1996 a soli 44 anni, in seguito a complicazioni per un intervento chirurgico. Condurrà sempre un’esistenza povera, con saltuarie pubblicazioni di suoi scritti e anche lei in preda al demone del viaggio, con frequenti spostamenti per gli Stati Uniti, in Sud America e in Europa, per le cui spese arriverà anche a prostituirsi. Alla morte del padre, pur avendo dimostrato che la nonna aveva falsificato il testamento, non riuscì a impugnare l’eredità per decorrenza dei termini per il ricorso.

Di tutti gli esponenti della beat generation, Kerouac è stato il più rappresentativo, ma anche il meno riconducibile solo a quella poetica circoscritta e definita o a una linea estetica programmatica. Di lui resta l’opera, monumento fondamentale non di un sottogenere come alla fine si può definire la letteratura beat, ma della letteratura americana nel suo complesso. Con lui la vita è stata avara, e Kerouac ha ripagato nello stesso modo chi gli è stato vicino o anche semplicemente collegato, come la figlia, le amanti e gli amanti occasionali, le mogli e, salvo rare eccezioni tra cui la madre, persino gli amici. Eppure ha dato molto, e seguita a farlo, ai fruitori della sua arte, sebbene talvolta ciò ci faccia l’effetto di un pugno nello stomaco. Per colpa o merito suo, viene in mente una celebre chiusa di Giuseppe Ungaretti: la morte si sconta vivendo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio