Elezioni in Iran. Presidente della Repubblica è l’ultra conservatore Ebraim Raisi

61 anni a dicembre, il nuovo capo dello stato è affiliato all’Associazione dei Chierici Militanti, ed è il più alto magistrato della repubblica, attualmente presidente della Corte suprema. Ha una laurea in legge e nella sua preparazione ci sono i maestri di teologia islamica a Qom, città-faro della fede sciita. Nella doppia veste di magistrato e leader religioso, tra il 1988 e il 1989 ha ordinato o confermato tra 10.000 e 30.000 esecuzioni di detenuti politici, imprigionati dai pasdaran e giudicati dai tribunali speciali da lui guidati. Il più soddisfatto è l’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della rivoluzione teocratica


L’analisi di CARLO GIACOBBE / 

Ebraim Raisi è affiliato all’Associazione dei Chierici Militanti [credit NYT]

FERMATE LE ROTATIVE! Il nuovo presidente iraniano è l’arciconservatore Ebrahim Raisi. Una volta, al tempo della carta stampata, quando una notizia era davvero clamorosa oppure marginale o scontata, nelle redazioni circolava questa esortazione. La sua interpretazione dipendeva dal grado di allarme o di ironia che si coglieva nel tono di voce di chi la pronunciava. Qui, di clamoroso, c’è solo un numero, la percentuale dei consensi raggiunta da Raisi, che ufficialmente è stata dichiarata del 62 per cento. Numero − dato il luogo e le circostanze − neanche troppo “bulgaro” (si sarebbe detto sempre una volta, al tempo del bipolarismo) ma nondimeno sorprendente perché è stato diffuso dalle due agenzie guardiane dell’informazione generalista, l’Irna e la Fna, prima che si conoscesse il numero dei votanti. Un dato positivo, comunque, è stato raggiunto: che a nessun portavoce ufficiale, guardiano della rivoluzione, mullah, ayatollah, hojatoleslam, ecc. ecc. è venuto in mente di riferire un numero superiore a cento. Forse nel ricordo di quando in Persia c’erano celebri matematici (e filosofi) del calibro di Umar Khayyam, Al-Kashi o Avicenna, il più grande di tutti.

Raisi, 61 anni a dicembre prossimo, è affiliato all’Associazione dei Chierici Militanti, un movimento eminentemente politico, come si arguisce dallo stesso nome. Per i pochi che non abbiano familiarità con la sua biografia, Raisi è il più alto magistrato della repubblica, attualmente presidente della Corte suprema. Come studi giuridici ha una laurea in legge all’università Motahari. È opinione degli osservatori di cose iraniane che al centro dei suoi interessi non ci sia il diritto comparato. L’aspetto più incisivo della sua preparazione, tuttavia, sono i maestri di teologia islamica, che lo hanno avuto come allievo a Qom, città considerata il faro della fede sciita, così come Al Azhar, al Cairo, è il massimo centro del sapere sunnita. Parliamo di studiosi che sono (o dovrebbero essere) conosciuti ai più: l’ayatollah Sayyed Moussavi, l’ayatollah Seyyed  Borujerdi o altri, forse meno noti, come Morteza Motahhari, Abolghasem Khazali, Hossein Hamedani, Ali Meshkini o Morteza Pasandideh.  

Tra il 1988 e 1989 Seyyed Ebrahim Raisi ha fatto eseguire migliaia di pene capitali di detenuti politici

Nella doppia veste di magistrato e leader religioso, Raisi tra il 1988 e il 1989 si è distinto per avere ordinato o confermato le esecuzioni di molte migliaia di detenuti politici, imprigionati dai pasdaran (guardiani della rivoluzione) durante la durissima repressione dei moti popolari che 30 anni fa tentarono di imprimere al paese una svolta in senso democratico, nonché di attenuare le drastiche discriminazioni nei confronti delle donne. A quel tempo, si calcola, i morti per mano dei tribunali speciali guidati da Raisi furono tra 10.000 e 30.000. Eletto al primo turno, Raisi ha battuto una terna di avversari comprendenti un altro strenuo conservatore, l’ex capo dei pasdaran Mohsen Rezai, piazzatosi secondo; il moderato Abdolnasser Hemmati, ex capo della Banca centrale, è giunto terzo; quarto e ultimo è risultato il deputato conservatore (ma forse non abbastanza) Amirhossein Hashemi-Ghazizadeh.  

Unanimi le espressioni di soddisfazione fatte registrare nel Paese. Notevole, per l’eccezionale tempismo, il commento del presidente uscente Hassan Rohani, che era succeduto al grezzo e intransigente Mahmud Ahmadinejad. Rohani, che sei anni fa aveva firmato col presidente Usa Barack Obama un accordo per la limitazione del nucleare a usi civili, poi denunciato dal successore di Obama, Donald Trump, ha auspicato una ripresa del dialogo con gli Stati Uniti, dimenticando che nel 2019 Washington ha sanzionato l’Iran per violazioni gravi dei diritti umani e per l’esecuzione di minori. Rohani ha avuto subito parole di profondo compiacimento per la vittoria del nuovo presidente. Soltanto che, nell’attesa che il nome fosse comunicato ufficialmente, ha omesso di precisare per la vittoria di chi fosse da esternare tanta contentezza.

Ali Khamenei, guida suprema della rivoluzione teocratica iraniana

Chi è parso molto soddisfatto per l’esito della votazione è l’unica figura che l’esito del voto avrebbe dovuto lasciare indifferente, l’ayatollah Ali Khamenei, Guida suprema della rivoluzione teocratica, illustre successore del primo leader rivoluzionario Ruhollah Khomeyni, il principale artefice della caduta dello scià, sloggiato nel 1979 dal trono del Pavone. Khamenei, che non ha mai amato il presidente uscente Rohani, ha lodato la partecipazione al voto di tanti patrioti iraniani, che «andando ai seggi hanno sconfitto la propaganda per il boicottaggio dei media mercenari del nemico e di altri individui manipolabili e ingenui». È bene ricordare che è lo stesso Khamanei che aveva scelto Raisi a capo dell’apparato di giustizia e che ha insindacabile diritto di veto sulle decisioni del governo, decisioni che per avere forza di legge sono soggette al placet della Guida suprema.

Malgrado l’affluenza elettorale abbia fatto toccare un record negativo, la televisione di stato, nell’anticipare il nome del vincitore, ha enfatizzato la massiccia partecipazione popolare alla consultazione. Gli unici a ignorare queste elezioni sono state le emittenti private. Forse perché, a ben guardare, in Iran non sono ammesse televisioni private indipendenti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio