Dalle “Insulae Diomedae” all’incontro con Dauno, nella regione “venuta su dal tormento della pietra”

Ora che possiamo toglierci la mascherina all’aperto, seguitemi in questo viaggio nelle Puglie, “la regione pietrosa” dei celebri versi di Giuseppe Ungaretti: “vittoria della forma sopra un immemorabile caos”. Uno scrigno di epos greco e bellezze paesaggistiche. Di ritorno da Troia, l’eroe omerico Diomede trovò sepoltura nelle Tremiti, oasi naturalistica, selvaggia e incontaminata, con splendidi fondali marini e coste punteggiate da grotte calcaree. Non lontano, si erge il promontorio del Gargano; col suo Parco nazionale, costituisce un eden faunistico ricco di flora variegata e vegetazione boschiva peculiare


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato speciale nella Magna Grecia

Isole Tremiti, la rocca di San Nicola con il monastero che domina il paesaggio costiero; sotto il titolo, le coste dell’Arcipelago con acque trasparenti e falesie calcaree

TOGLIETEVI PURE LA mascherina e lasciate in tasca il Green Pass, perché ho intenzione di portarvi per isole, scogliere, mulattiere e spazi, dove il virus cinese, con la sua variante della quindicesima lettera dell’alfabeto greco (Omicron), sono sicuro finirà per confondersi con tutte le altre lettere della “Koinè” elladica, che in queste terre era di casa e, smarrito, potrebbe anche precipitare in un anfratto. Chissà, poi, se i virologi sudafricani, nel chiamare questa variante Omicron, sapessero che con il simbolo “O”, omicron per l’appunto, i filologi alessandrini solevano indicare sia il quindicesimo libro dell’Iliade che quello dell’Odissea.

«Perché questa regione pietrosa non dovrebbe essere una madre d’architettura? È venuta su dal tormento della pietra: dalla pietra, vittoria della forma sopra un immemorabile caos. Prolifica d’ogni sorta di pietre: dura, macerata, terra della sete: ci vorrebbero forse altri eccitamenti per inventare una forma»? Con questo straordinario incipit di Giuseppe Ungaretti, nel suo Le Pietre di Puglia, è da qui, dal limitare nord della Magna Grecia, che voglio cominciare il viaggio.

Isole Tremiti, alba al Cretaccio (credit Edoardo Agresti)

In realtà, l’antico toponimo di «Puglie» è probabilmente il più indicato per questa regione, una e trina, sia sotto l’aspetto morfologico, che quello culturale e, perfino, quello turistico. Seppure complessivamente, nel paesaggio pugliese, prevalgano le linee sinuose, che solo di rado, assumono aspetti montuosi, geograficamente la Puglia può essere suddivisa in tre subregioni, la Daunia (promontorio Garganico, Tavoliere e subappennino pugliese), la Terra di Bari (Alta Murgia, Bassa Murgia e Cimosa litoranea pianeggiante) e la penisola Salentina (con la Pianura Messapica, la zona del tarantino e le Serre Salentine): tutte con caratteristiche dissimili sia nella flora sia nella fauna e, naturalmente, per quel che riguarda l’origine e l’etnia degli insediamenti antropologici.

E, allora, in questo nostro itinerario a tappe (forse lo stesso percorso più di otto secoli fa da Federico II) partiamo dal piccolo arcipelago delle isole Tremiti, e, poi, sempre più giù, passando per Rodi Garganico, Peschici, Vieste, Pugnochiuso, Manfredonia, fino a Molfetta, Trani, Bisceglie, Bari, Polignano e Monopoli, alla scoperta di tesori nascosti, sapori antichi e preziosissime testimonianze artistiche, culturali, storiche o archeologiche. Le tre piccole isole, più qualche isolotto e uno scoglio, che compongono quest’arcipelago, si trovano a circa dodici miglia marine dalla costa settentrionale della Puglia. S. Domino, S. Nicola e Capraia, costituiscono davvero uno scrigno di meraviglie, soprattutto sotto l’aspetto paesaggistico: una vera e propria oasi naturalistica. L’arcipelago, raggiungibile via mare da Rodi Garganico, da Vieste, Peschici e Manfredonia, da Foggia in elicottero, è stato abitato fin dal neolitico.

Il minuscolo arcipelago delle Tremiti: le isole San Domino, San Nicola e Capraia in una veduta aerea 

La loro storia, come molte località del nostro Sud, si confonde con la leggenda e, in particolare, con l’epos greco, tanto che, anticamente, il suo nome era «Insulae Diomedae», da Diomede, l’argivo eroe omerico, che si vuole qui sbarcato, reduce da Troia, e che, addirittura, vi avesse trovato la morte e fosse stato sepolto nell’isola di S. Domino. Si narra, a questo proposito, che Afrodite, impietosita dal tanto pellegrinare dell’eroe, alla sua morte, avesse trasformato i suoi compagni, in bellissime procellarie, che ancora vengono a nidificare sulle asperità di S. Domino. E qui, alle Tremiti, morì esule Giulia, nipote di Augusto, mentre Paolo Diacono, per ordine di Carlo Magno, vi soggiornò a lungo, finché il sovrano, mosso a pietà, non lo richiamò in patria.

Bisogna arrivare all’alto Medioevo per leggere, per la prima volta, su una mappa cartografica, il nome di «Tremitis». Ma è soltanto dopo il Mille e, esattamente, nel 1045, che le isole Tremiti cominciano ad entrare nelle rotte commerciali, soprattutto perché un gruppo di monaci Benedettini, dopo avervi fondato un monastero annesso alla chiesa di S. Maria del Mare, nell’isola di S. Nicola, lo fece prosperare talmente, da estendere i suoi possedimenti fino in Abruzzo e in molte zone della Terra di Bari. Dopo un periodo di appannamento, in epoca federiciana, coinciso con un’inchiesta papale su alcune irregolarità riscontrate nell’amministrazione del clero locale, nel XIII secolo, per disposizione del Vescovo di Dragonara — che, probabilmente, aveva potuto costatare la veridicità di tali irregolarità — l’abbazia, fu ceduta ai Cistercensi di San Bernardo, i quali vi apportarono notevoli migliorie anche sotto l’aspetto architettonico. Tuttavia, come molti altri religiosi che avevano la sfortuna di trovarsi in prossimità del mare, l’abbazia fu ripetutamente spogliata dai pirati, tanto da rimanere abbandonata per lungo tempo.

Il piccolo porto di San Nicola (credit Edoardo Agresti)

E dovranno passare quasi due secoli, all’inizio del 1400, allorché Papa Gregorio XII, nell’assegnarla ai Canonici Regolari Lateranensi, li aiutò ad apportarvi ulteriori migliorie, tanto da cambiarne addirittura gli stilemi (in un pretenzioso stile rinascimentale) e, perfino, la struttura architettonica, trasformandola in una poderosa fortezza, in grado di resistere alle scorrerie dei pirati e dei saraceni. E, questo, per oltre cinque secoli, fino al 1770, quando l’abbazia fu soppressa e l’isola diventò una colonia penale. Ora, l’intero arcipelago delle Tremiti conta meno di cinquecento abitanti (ma in estate la popolazione si decuplica), in massima parte pescatori che conservano ancora l’inflessione partenopea, per essere i discendenti di alcuni napoletani confinati, insieme a un centinaio di donne, nell’isola da Ferdinando II di Borbone, nel 1843.

Se, dunque, S. Nicola è l’isola che ha la maggiore pregnanza storica e culturale, e dove pulsa ancora il cuore amministrativo dell’arcipelago, è S. Domino l’isola più grande e, forse, anche la più bella: quella in ogni caso che, con i suoi 221 ettari, ospita quasi tutte le infrastrutture turistiche del minuscolo arcipelago, mentre l’altra isoletta, Capraia, d’inverno è totalmente disabitata e deve il suo toponimo alle piante di capperi che ne invadono letteralmente i crinali. Le tre isole, con la loro natura selvaggia, gli splendidi fondali marini (dal 1989 le Tremiti sono riserva naturale marina) e le coste punteggiate da suggestive grotte, costituiscono un richiamo irresistibile per i turisti. Anche perché si trovano ad un tiro di schioppo dalla costa, da un luogo di una bellezza mozzafiato, il promontorio del Gargano, lo sperone dello stivale.

Scorcio di falesie calcaree nel Parco nazionale del Gargano

Lungo sessantacinque chilometri e largo quaranta, il Gargano costituisce un unicum nel contesto geografico nazionale. Occupato quasi interamente da asperità collinari e talvolta anche montuose (vi si trovano rilievi montuosi di oltre mille metri, Monte Spigno, Calvo, Croce e Montenero), in questo promontorio, tuttavia, ai grandi altipiani si alternano anche profonde depressioni (doline), quasi a far da contrasto all’uniforme monotonia del Tavoliere. Anche la costa, talvolta a picco sul mare, talaltra dolcemente degradante, contribuisce a questa particolarità del Gargano e alla sua suggestiva bellezza, e dove alla scarsità dei corsi d’acqua superficiali, fanno da pendant i laghi di Lesina e di Varano. Una terra dai contrasti armonici potrei definirla e quest’ossimoro si sostanzia anche nei suoi aspetti faunistici e della flora, con la presenza di uccelli molto rari e vegetazione boschiva altrettanto caratteristica, tanto che il Parco nazionale del Gargano viene, a ragione, definito, come un eccezionale orto botanico e un altrettanto Eden faunistico, soprattutto perché conserva ancora luoghi inaccessibili, pressoché preclusi alle disastrose incursioni dei bracconieri.

Il Parco del Gargano, con i suoi 121.118 ettari di superficie, costituisce una specialissima concentrazione di habitat diversi, dove convive il plurisecolare Pino d’Aleppo, con il Faggio, il Cerro o il Leccio. Ammoni e ranuncoli, cardi e campanule, enule, e scabiose, in primavera ammantano di colori variopinti gli altipiani, mentre sono oltre cinquanta le specie di orchidee selvatiche che vi fioriscono. Gli stessi habitat che permettono la sopravvivenza del corvo imperiale o dell’airone cinerino. E, con loro, anche cince, pettirossi, merli, poiana, nibbio reale, gheppi, assioli, gufi o barbagianni. Qui è ancora possibile imbattersi nel gatto selvatico (altrove quasi scomparso). Una bellezza così sconvolgente non poteva sfuggire all’uomo, che, difatti, popolò il Gargano, già fin dal paleolitico, le cui testimonianze si trovano sparse un po’ dovunque. Dai graffiti di Grotta Paglicci (a Rignano Garganico), alla necropoli cristiana di Merinum (nei pressi di Vieste), dai reperti cavernicoli di Coppa Nevigata, Grotta Scaloria, di Varano o di Lesina, fino al tempio di Zeus, sul Monte Dodoneo (ora Monte Sacro).

Fenicotteri rosa stazionano e nidificano negli stagni del Parco nazionale del Gargano

E qui mi fermo, almeno per questa volta, anche perché ho il fiatone. Ho i virus? No. È perché mi pare di aver scorto, in lontananza, alcuni miei conoscenti. Proprio lui, Dauno, figlio del famigerato re dell’Arcadia, Licaone, fulminato da Zeus per la sua empietà, avendo il monarca servito al signore dell’Olimpo, suo ospite, le carni di un prigioniero. «Sapevo — interrogo Dauno — che Zeus avesse saettato tutti i figli di tuo padre e, invece, ti trovo qui, insieme ai tuoi fratelli, Iapige e Peucezio, con i quali, fra l’altro, darete il nome ai tre popoli della Puglia. Dimmi, come sei sfuggito ai fulmini?». «O filos mou, amico mio — risponde — tu che talora riesci a tirarci fuori dalle acque del Lete, dall’oblio, sappi che i miei due fratelli ed io eravamo già fuggiti dall’Arcadia, proprio per la crudeltà di chi diceva di averci dato i natali. E di quel Diomede, di cui hai parlato, sappi che è diventato mio genero, per aver sposato mia figlia Evippe». Un gatto selvatico? Il tempo di girare gli occhi, e l’epos è già bell’è svanito. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.