Richiamato in patria dall’esilio politico in Francia, Enrico Letta prese in mano un partito diviso in tre correnti (veri protettorati autonomi) abituate a scegliere il segretario più anonimo e pacifico possibile. Personalità colta anche se non carismatica (i carismatici non sono mai degli intellettuali), si è dato una missione e l’ha perseguita con coraggio e continuità: sostenere la lotta contro il Covid, sostenere Draghi e sostenere l’Ucraina. Non ha capito cos’è oggi — in tempi di populismo — una campagna elettorale italiana. Un bazar di offerte, sconti, regali. Baby pensioni, redditi di cittadinanza, bonus edilizi. Esenzioni fiscali e flat tax. Letta ancora oggi non si capacita perché i suoi temi così alti, fondamentali e fondativi, non abbiano avuto la meglio


Il pensierino di GIANLUCA VERONESI

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DI SOLITO IN POLITICA quando si perde si fa finta di niente e si riparte immediatamente per recuperare il terreno perduto. Oppure ci si ferma a riflettere bene sui propri errori, soprattutto per non ripeterli o peggiorarli nel momento in cui si è in confusione mentale post trauma. Il Pd non sta facendo né l’uno né l’altro. Con un segretario (di fatto dimissionario) che ha ereditato tanti errori dal passato, a cui ha aggiunto i suoi e che in questo interregno aumenta la sua delegittimazione.

Letta, richiamato in patria dall’esilio politico in Francia, prese in mano un partito diviso in tre correnti (veri protettorati autonomi) abituate a scegliere il segretario più anonimo e pacifico possibile. Personalità colta anche se non carismatica (i carismatici non sono mai degli intellettuali), si è dato una missione e l’ha perseguita con coraggio e continuità: sostenere la lotta contro il Covid, sostenere Draghi e sostenere l’Ucraina. Tre partite per niente semplici perché chi lo faceva con te — i tuoi alleati — erano spesso poco convinti, in cerca di distinguo, pronti a qualche furberia pur di svicolare. 

Su Draghi ha persino esagerato, apparendo appiattito e scontato, non riuscendo a evidenziare nel lavori del governo un risultato specifico ed identitario del Pd. Purtroppo ha pensato che quelle tre battaglie — a cui ha aggiunto un ammonimento a vigilare sul post fascismo — bastassero ad assicurargli il consenso degli elettori. Non ha capito cos’è oggi — in tempi di populismo — una campagna elettorale italiana. Un bazar di offerte, sconti, regali. Baby pensioni, redditi di cittadinanza, bonus edilizi. Esenzioni fiscali e flat tax.

Stefano Bonaccini, presidente della Regione Emilia-Romagna, il primo a candidarsi alla nuova segreteria del Pd

Credo che Letta ancora oggi non riesca a capacitarsi del perché i suoi temi così alti, fondamentali e fondativi, non abbiano avuto la meglio. Forse, per trovare estimatori di tali cause, bisognerebbe cercare tra i milioni che non votano più. Sì, perché oggi l‘astensione ha cessato di essere la via di uscita unicamente dei disinformati, miscredenti o asociali per diventare un parcheggio di delusi informatissimi, snob, offesi.

I faraoni del Pd dovrebbero con umiltà decidere cosa vogliono essere, sapendo che è cambiato tutto e che la loro rendita di posizione non esiste più. È successo che ha vinto la destra-destra e non c’è più spazio politico, sociale e identitario per una decina di partiti. Partiti tutti di centro: centrosinistra, centrodestra, moderati, progressisti, nordisti, sudisti, tutti figli di qualche corrente della mitica Dc, partito-nazione. Nel gioco parlamentare si ponevano tutti come mediatori, arbitri, pontieri anche perché molti di loro, alle Camere, avevano rappresentanze a volte irrisorie. Il risultato era che gli elettori, annoiati o disperati (a seconda del reddito), votavano ogni volta per l’ultima novità, per la voce più radicale e provocatoria, che fosse Bossi, Renzi o Grillo.

Sarebbe così anche con la Meloni ma con una differenza. I suoi predecessori erano così gelosi della loro vittoria che non l’hanno condivisa con nessun altro. Lei ha accettato le alleanze e si è fatta sistema.

Letta ha perso quando ha messo in onda la sceneggiata del “campo largo”, quando ha trattato Calenda come Fratoianni, quando ha pensato che Fratoianni potesse essere il richiamo di una sinistra profondamente in crisi di identità ma orgogliosa e umiliata, nobile e autentica. Ringrazi che Calenda si è pentito altrimenti — da alleato — gli avrebbe portato via molti più voti. L’unico interesse del segretario del Pd era, in quei giorni, dimostrare che lui era il federatore, lui era il degno capo del partito “a vocazione maggioritaria”. Di tutto questo dovrebbero discutere i Democratici in questi giorni.  Mi pare di capire che per ora siano interessati solo alle candidature alla segreteria e se per vincere sia meglio stare con Conte o con Calenda. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Si laurea a Torino in Scienze Politiche e nel ’74 è assunto alla Programmazione Economica della neonata Regione Piemonte. Eletto consigliere comunale di Alessandria diventa assessore alla Cultura e, per una breve parentesi, anche sindaco. Nel 1988 entra in Rai dove negli anni ricopre vari incarichi: responsabile delle Pubbliche relazioni, direttore delle Relazioni esterne, presidente di Serra Creativa, amministratore delegato di RaiSat (società che forniva a Sky sei canali) infine responsabile della Promozione e sviluppo. È stato a lungo membro dell’Istituto di autodisciplina della pubblicità.