“Fortunato come un cane in chiesa”, e stavolta senza ombra di ironia 

Forse è bastata una fuggevole carezza o forse è stato il cane che la carezza l’ha fatta lui al prete Gerardo Zatarain Garcia. In pochi giorni, forse poche ore, il cagnetto si è legato al suo salvatore in uno strano coniugio che, date le circostanze, non può che essere indissolubile. Così, in quello che probabilmente è il primo caso del genere da più di due millenni, un prete ha pronunciato la sua omelia restando seduto e con un cane in grembo. È avvenuto a Coahuila, uno dei 31 stati messicani. Ma anche a Roma, a San Giovanni dei Fiorentini, un altro prete, mons. Mario Canciani, fu un riferimento ante litteram per tutti gli animalisti, oltre che confessore di Giulio Andreotti


Il racconto di CARLO GIACOBBE

¶¶¶ Questa, cari lettori di italialibera.online, è una tipica storia yo-yo. È brutta, bella, di nuovo brutta, ma poi – salvo epiloghi imprevisti – finisce bene: in una non precisata località di Coahuila, uno dei 31 stati messicani, al confine con gli Usa, giorni fa vagava un cagnolino malato, evidentemente abbandonato. Ma più che nel corpo, a quanto pare, era malato nell’animo. La diagnosi non era difficile, sindrome da abbandono. Secondo la migliore iconografia di genere, nei pueblos messicani le chiese non mancano mai, e la zona dove si trovava il randagio non faceva eccezione. Se c’è una chiesa non può mancare il prete, ed è stato proprio il parroco Gerardo Zatarain Garcia che lo ha notato. Forse è bastata una fuggevole carezza o forse è stato il cane che, giocando il tutto per tutto, la carezza l’ha fatta lui al prete. Fatto è che nel giro di tre minuti è nato un sodalizio difficile da smontare, col cane che ha trovato un suo spazietto in canonica, una ciotola e, soprattutto, una presenza amorevole. In pochi giorni, forse poche ore, il cagnetto si è legato al suo salvatore in uno strano coniugio che, date le circostanze, non può che essere indissolubile. 

Il colpo di fulmine amoroso è stato così forte che, vista la sofferenza dell’animale ogni volta che lui si allontana, don Gerardo ha ceduto e se l’è portato dietro anche di domenica, quando doveva dire messa. Così, in quello che probabilmente è il primo caso del genere da più di due millenni, un prete ha pronunciato la sua omelia restando seduto e con un cane in grembo. Suppongo che durante le parti del rito che impongono di stare in piedi e usare mani e braccia il cagnetto sarà stato deposto a terra vicino all’altare. 

La terza parte, quella nuovamente brutta, c’è stata quando, vedendo su un immancabile social la foto del celebrante col cane, alcuni settori della Chiesa locale non particolarmente illuminati e spalleggiati da certi fedeli, molto meno fedeli di qualsiasi cane, hanno eccepito gridando allo scandalo e, forse, invocando la rimozione del “sacrilego” sacerdote. Il quale però, giocando intelligentemente d’anticipo, aveva spiegato alla congrega che il cagnolino da lui adottato era malato, stava provando a guarire e avrebbe sofferto troppo se fosse stato separato. Almeno fino a che la guarigione non sia completata. L’ultima parte della storia, che è finita sui giornali di mezzo mondo e che almeno per un po’ mi ha riconciliato col genere umano, è che una soverchiante maggioranza di persone si sono espresse a favore di don Gerardo. C’è stato chi ha dichiarato di aver ritrovato la fede grazie al generoso prete e chi addirittura lo ha proposto per una inedita beatificazione ante mortem. A qualcuno magari parrà eccessivo, ma in fin dei conti neanche troppo, se si pensa che a volere esagerare si sarebbe potuta invocare persino la beatificazione del quadrupede.

In merito a questa vicenda, alcuni articolisti hanno ricordato don João Paulo, un prete brasiliano che portava in chiesa cani abbandonati invitando i parrocchiani ad adottarli, nonché un altro messicano, Padre José, che su un suo canale YouTube ha lanciato una campagna contro qualsiasi forma di maltrattamento dei suoi cari “animalitos”, definendoli “personcine” destinate a un loro paradiso.

A me, questi sacerdoti generosi ed “empatici” verso gli animali, hanno fatto ricordare un altro prete, Mons. Mario Canciani, da me conosciuto quaranta anni fa a Roma. A quel tempo era parroco della basilica (oggi chiesa ortodossa) di San Teodoro al Palatino. Fu lui a celebrare il mio matrimonio. L’anno dopo, nel 1982, fu trasferito come parroco e rettore di un’altra famosa basilica romana, San Giovanni dei Fiorentini, dove è rimasto per un ventennio. Formatosi come cappellano dello storico carcere di Regina Coeli e parroco di quartieri popolari, divenne un biblista insigne e un riferimento ante litteram per tutti gli animalisti, oltre che confessore di Giulio Andreotti. Fu il primo parroco a permettere l’introduzione in chiesa di animali domestici, anche gatti e uccellini, ma soprattutto cani. Grazie a lui, il proverbio “fortunato come un cane in chiesa” perse ogni sottinteso ironico per diventare realtà. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Foto: sotto il titolo, il parroco Gerardo Zatarain Garcia pronuncia la sua omelia con in braccio il suo indissolubile amico; al centro, don Giuseppe Rizzo celebra messa nella chiesa di San Folco Pellegrino a Santopadre (provincia di Frosinone); in basso, la carezza di Papa Francesco al fido accompagnatore di un non vedente

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio