Statua dell’imperatore Augusto sul Monte Solaro ad Anacapri; sotto il titolo, il paesaggio toscano modellato nei secoli dalla mano dell’uomo

Il pensiero ambientalista non può che fondarsi sulla difesa dell’uomo, che passa necessariamente per la difesa della cultura e «dell’humanitas» insita nei luoghi. A cosa servirebbe un ecosistema vivibile dove tutte le tracce della cultura e dell’umanità fossero state cancellate da un modello economico che governa e sottomette l’uomo? Un secolo fa Benedetto Croce impostò la prima legge per la protezione del paesaggio: «Oggi più che mai, si tratta di difendere codesta bellezza, fulcro della nostra tradizione antica e suscitatrice di humanitas, contro gli insulti d’una modernità materialista, meccanica e industriale». Un convegno a Capri ne traccia un bilancio e indica i rischi cui la bellezza del Paese è esposta, anche alla luce della modifica recente dell’articolo 9 della Costituzione


L’articolo di CARLO IANNELLO

«NELL’ARCHITETTURA PAESANA dell’isola affiora il pensiero del gigante arcaico Talete, per cui anche la pietra era animata. Liberate nel sogno eppure manifeste sono queste case cubiche, inserite nel dolce moto del piano e del monte. Cresciute esse sono, concrete e concresciute, al pari di creature vegetali». È quanto si legge nel “Manifesto della bellezza di Capri” scritto in occasione del primo convegno sul paesaggio modernamente considerato come natura adattata dall’uomo alle esigenze della vita quotidiana, espressione, pertanto, della cultura e della civiltà umana. Nel manifesto del 1922 è precisato anche il motivo di questa tendenza, tutta moderna, volta alla difesa del paesaggio: «oggi più che mai, si tratta di difendere codesta bellezza, fulcro della nostra tradizione antica e suscitatrice di humanitas, contro gli insulti d’una modernità materialista, meccanica e industriale».

Teatro di Taormina e, sullo sfondo, l’Etna innevata

Parole scolpite nella memoria degli studiosi e dei cultori del Bel Paese, cristallizzate nella magistrale relazione alla prima legge italiana per la protezione del paesaggio voluta da Benedetto Croce ed entrata in vigore nel luglio del ’22. In essa è chiarito che tutto l’ambiente in cui l’uomo «vive e respira» deve essere protetto, perché la cultura e l’identità nazionale sono il frutto, anche e soprattutto, del paesaggio in cui l’uomo è immerso. Concetti ribaditi dal filosofo napoletano nel primo «Convegno del Paesaggio» italiano, al quale parteciparono le più illustri personalità del tempo, che si svolse a Capri negli stessi giorni dell’entrata in vigore della legge, per iniziativa dell’allora sindaco dell’isola Edwin Cerio, noto ingegnere e raffinato intellettuale. Del convegno furono pubblicati gli atti, ristampati in una preziosa copia anastatica dalle Edizioni La Conchiglia nel 1993. E a quelle prime elaborazioni politiche e culturali è legato esplicitamente il convegno su «Il paesaggio: nozione, trasformazioni, tutele», svolto sempre a Capri un secolo dopo, il 30 e 31 maggio scorsi.

Le bellezze della natura sono state fonti ispiratrici delle più importanti opere culturali (dall’arte, alla musica, alla letteratura) che hanno contribuito a formare la nostra identità

Il concetto moderno di paesaggio è nato, quindi, come una nozione culturale. La stessa rilevanza estetica dei luoghi è sempre stata ricondotta a questa valenza, perché le bellezze della natura sono state fonti ispiratrici delle più importanti opere culturali (dall’arte, alla musica, alla letteratura) che hanno, al pari del paesaggio, contribuito a formare la nostra identità: il paesaggio espressione dei valori culturali è tutto ciò che ci circonda. Difendere il paesaggio dalle aggressioni significa, dunque, difendere la cultura umanistica e, con essa, l’uomo. Difesa che deve essere diretta, in primo luogo, contro il sistema economico dominante, «materialista, meccanico, industriale» ed oggi anche disumano, del tutto avulso cioè dalle esigenze proprie «dell’humanitas», tenuto in piedi solo da spirito speculativo di rapina del territorio, capace di cancellare ogni testimonianza di civiltà presente alla nostra vista. 

Una nozione che ha sempre dovuto fare i conti con una duplice resistenza messa in atto dalla cultura di questo paese, alla quale nel corso degli anni si è costantemente contrapposta: la difesa della proprietà borghese e il tentativo di attribuire la competenza sul paesaggio alle Regioni. Resistenze culturali che si sono entrambe tradotte in politiche che, preliminarmente, avevano entrambe bisogno di stravolgere il concetto originario di paesaggio. 

La prima, limitandolo fortemente, come se il paesaggio tutelasse solo le bellezze. Si veda a tale proposito la posizione di Aldo Mazzini Sandulli che nel 1967, in un famoso articolo, chiarisce il suo pensiero (difendere i «diritti che la coscienza sociale considera strutturalmente connaturati all’istituto della proprietà sì che il titolare non possa essere colpito in essi senza che la coscienza sociale lo consideri effettivamente colpito in ciò che è suo, e non già ab orgine della società»). Sandulli anticipa così il ragionamento che l’anno successivo lo porterà ad emanare, da presidente della Corte costituzionale, due note sentenze sui vincoli, urbanistici e pesistici. 

Anghiari, Valtiberina in Toscana

La seconda politica è quella volta a eliminare ogni specificità al paesaggio con il preciso intento di diluire la nozione di paesaggio in quella di urbanistica. Il paesaggio diventa così un contenitore vuoto, ossia «la forma del paese» (Alberto Predieri). Forma cha l’urbanistica può riempire a suo piacimento. Ed è la Regione, guarda caso, da sempre titolare della competenza in materia urbanistica sin dall’originario articolo 117, cui spetterebbe questo compito. 

Un’idea di paesaggio, quindi, molto lontana sia da quella di John Ruskin,  che usava l’espressine «il volto amato della patria» (il volto esprime l’identità e il carattere della persona, come il paesaggio la cultura e l’identità del paese) ma anche da quella di Benedetto Croce, oggi trasfusa nel vigente codice del 2004, del paesaggio inteso come «rappresentazione materiale e visibile dell’identità nazionale».   

 Le politiche della cosiddetta transizione ecologica dovrebbero essere bilanciate con i valori del paesaggio

Queste osservazioni ci portano a guardare con diffidenza alla modifica dell’articolo 9 della Costituzione, che ha introdotto una specifica tutela per l’ambiente. Una modifica che non può essere compresa indipendentemente dalla partita politica di cui è chiara espressione: quella di contrapporre il concetto di ambiente a quello di paesaggio, nel cui alveo la Corte costituzionale lo aveva da sempre inserito (distinguendolo e armonizzandolo opportunamente con il primo). Ciò perché la politica della transizione ecologica (significativamente non esiste più un ministero per l’ambiente) vuole evitare qualsiasi ostacolo che possa frapporsi alla realizzazione dei suoi obiettivi, che sono determinati, a livello globale, da un settore economico in grande ascesa e tradotti, localmente, nelle politiche del Pnrr. 

Una modifica dei principi fondamentali, insomma, appiattita sulla contingenza politica. Le politiche della cosiddetta transizione ecologica dovrebbero invece essere bilanciate con altri valori, in primo luogo con il paesaggio (ma non solo), come sinora la giurisprudenza costituzionale è sempre riuscita a garantire. Il concetto di ambiente che sta alla base della nozione di transizione ecologica, tuttavia, perde la sua complessità per diventare riduttivo e unidimensionale: l’obiettivo da perseguire è quello di limitare la dipendenza da fonti energetiche fossili. Il problema ambientale, purtroppo, è tremendamente più ampio e complesso: inquinamento dell’aria, delle acque, del suolo, produzione di plastica che sta invadendo i mari, biodiversità, compromissione del ciclo alimentare, ecc. 

Credere che disseminando irrazionalmente il territorio nazionale di pale eoliche e pannelli fotovoltaici e sostituendo il parco auto a combustione con auto elettriche salveremo il pianeta è risibile

Un ambiente vittima di un modello di sviluppo disumano, che mira solo al profitto e alla rapina. Credere che disseminando irrazionalmente il territorio nazionale di pale eoliche e pannelli fotovoltaici e sostituendo il parco auto a combustione con auto elettriche salveremo il pianeta è risibile. Se attuate con lo spirito fondamentalistico che le sta accompagnando, queste politiche serviranno al contrario a perpetuare un modello disumano di sviluppo, senza risolvere in realtà nessun problema. Proprio come quando si agisce sugli effetti (le emissioni) e non sulla causa (un modello di sviluppo insostenibile, che ha come corollario non solo la compromissione dell’ambiente ma la stessa distruzione dell’uomo, della sua cultura e della sua identità). 

Il pensiero ambientalista non può che fondarsi sulla difesa dell’uomo, che passa necessariamente per la difesa della cultura e «dell’humanitas» insita nei luoghi; compito che è assolutamente sullo stesso piano di quello della difesa dei servizi ecologici che ci rende l’ambiente. A cosa servirebbe, del resto, un ecosistema vivibile dove tutte le tracce della cultura e dell’umanità fossero state cancellate da un modello economico che governa e sottomette l’uomo© RIPRODUZIONE RISERVATA

Aiutaci a restare liberi

Dona ora su Pay Pal

Napoletano, è professore di Istituzioni di Diritto pubblico presso l’Università della Campania Luigi Vanvitelli dove insegna Diritto dell’ambiente, Diritto pubblico dell’economia e Biodiritto. È stato visiting professor presso università francesi (Paris 2 Panthéon Assas, Università Du Maine, Università di Toulouse). È autore di ricerche sui servizi pubblici locali e nazionali, sul regionalismo differenziato, sui diritti fondamentali, sul tema «Salute e libertà. Il fondamentale diritto all’autodeterminazione individuale». Da sempre impegnato in battaglie civili a difesa del patrimonio storico, artistico e paesaggistico e contro l’assalto ai beni collettivi. Componente dell’Assise di Palazzo Marigliano dal 2004, tra il 2011 e 2016 è stato consigliere comunale a Napoli e presidente della Commissione urbanistica. Carica da cui si è dimesso, in polemica con la proposta dell’amministrazione di ricapitalizzare la società “Bagnoli Futura” con beni pubblici appartenenti al patrimonio indisponibile dell’ente. Di lì a poco la “Bagnoli Futura” fallì.