Terreni agricoli sempre più aridi per l’aumento delle temperature e la siccità

La desertificazione avanza anche in Italia. Secondo il Cnr, in Sicilia tocca il 70% del territorio, nel Molise il 58%, in Puglia il 57%, in Basilicata il 55%, mentre in Sardegna, Marche, Emilia-Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono comprese tra il 30% ed il 50% dei suoli disponibili. Che fare? «Piantare mille miliardi di alberi» in tutto il mondo, ha detto il G20 di fine ottobre a Roma. Sul piatto 12 miliardi di dollari di fondi pubblici per proteggere e ripristinare gli alberi abbattuti, più 7.2 miliardi di dollari di investimenti privati. In tutto 19.2 miliardi. Ai tavoli dove si assegneranno i fondi del Pnrr nuovi progetti scientifici elaborati da decine di ricercatori italiani impegnati nella difesa della biodiversità


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

UNA SETTIMANA FA il colpo di scena, clamoroso e scioccante. Dopo tredici giorni di negoziati, pochi minuti prima del voto, a Glasgow India e Cina “salvano” il carbone, il più inquinante dei combustibili fossili: non più “eliminazione graduale”, ma “riduzione graduale”. Crolla l’architrave della Cop26 e Alok Sharma che presiede la Conferenza Onu sul clima è quasi alle lacrime. L’accordo al ribasso siglato dai 197 Paesi partecipanti genera rabbia e frustrazione. Per invertire la rotta non basta avere mantenuto l’obiettivo di contenere il global warming entro 1.5 gradi. Per gli ambientalisti, già delusi, è un epilogo drammatico. Se i grandi chiamati ad agire per salvare il pianeta hanno siglato un patto tanto debole gli attivisti si chiedono che cosa resterà del vertice delle Nazioni Unite in Scozia. Tra i principali obiettivi da raggiungere ci sono il passaggio alle fonti rinnovabili e la riduzione delle emissioni di Co2 in campo energetico. 

Il legname, l’oro verde dell’Africa, è saccheggiato da attività illegali per 100 milioni di euro l’anno

Ma c’è anche l’urgenza di salvare le foreste, a cominciare da quelle pluviali in Amazzonia e nel Congo, dove continua il saccheggio. Nel Congo, per esempio, sono stati disboscati milioni di ettari e costruite strade per i camion che trasportano legname. Ferite aperte, segni tangibili delle speculazioni selvagge. L’oro verde da anni scatena appetiti. Grandi compagnie violano sistematicamente le leggi sulla deforestazione ricavando profitti enormi. Il legname in gran parte è diretto verso l’Europa. Si stima che il giro di affari delle attività illegali sfiori i cento milioni di euro l’anno, perché il disboscamento va ben oltre quanto previsto dalle concessioni. I rappresentanti corrotti del governo chiudono gli occhi su questo scempio e non ci sono controlli. I danni sono incalcolabili e saltano gli equilibri del pianeta. 

Le foreste, infatti, hanno un ruolo fondamentale: immagazzinano acqua, proteggono le coste, prevengono l’erosione del suolo e la desertificazione; e soprattutto assorbono miliardi di tonnellate di Co2, regolando il clima. Grazie alla fotosintesi, catturano l’anidride carbonica, aiutando a ridurre la temperatura globale. Dunque, più alberi, un freno al processo di desertificazione quanto mai allarmante e che non riguarda soltanto i Paesi africani o asiatici, ma tocca l’Europa e in particolare l’Italia. Il Consiglio nazionale delle ricerche due anni fa — dopo avere censito le aree a rischio — ha lanciato l’allarme: in Sicilia riguardano ormai il 70% dei suoli disponibili, nel Molise il 58%, in Puglia il 57%, in Basilicata il 55%, mentre in Sardegna, Marche, Emilia-Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania sono comprese tra il 30% ed il 50%. 

Avanza la deforestazione dell’Amazzonia; 19.2 miliardi di dollari per piantare mille miliardi di alberi nel mondo

Con l’aumento della temperatura le aree desertificate aumenteranno in tutto il mondo. Al G20 di Roma si era deciso di «piantare mille miliardi di alberi». Al vertice scozzese, oltre cento leader che guidano i paesi nei quali si trova l’85% delle foreste, si sono impegnati a porre fine alla deforestazione e a invertire la tendenza entro il 2030. Sul piatto 12 miliardi di dollari di fondi pubblici per proteggere e ripristinare gli alberi abbattuti, più 7.2 miliardi di dollari di investimenti privati. In tutto 19.2 miliardi. Una parte, pari a 1.5 miliardi di dollari, è stata destinata per la salvaguardia della foresta pluviale del bacino del Congo. 

Del Sahel e degli altopiani etiopici si è occupata alcuni anni fa una delle nostre università più attente nella difesa dell’ambiente. L’Ateneo della Tuscia, con sede a Viterbo, ha un primato storico e con il lavoro svolto dalla facoltà di Agraria (ora articolata in tre Dipartimenti) ha conquistato prestigio internazionale. «Dobbiamo dimostrare di invertire la rotta; se vogliamo dare un futuro al pianeta è necessario porre un freno alla distruzione dell’ambiente — osserva Gianluca Piovesan, professore ordinario di ecologia forestale e selvicoltura dell’Ateneo della Tuscia —. Le foreste vanno difese, mitigano il global warming e aiutano a rimuovere la Co2. Solo difendendo il ciclo naturale le foreste potranno rigenerarsi». Uno dei problemi cruciali è il cambiamento d’uso dei terreni. Se cancelliamo la foresta in maniera irreversibile mettiamo a rischio di estinzione specie animali e vegetali. 

Nuovi progetti scientifici contro il rischio di estinzione dei mammiferi su scala globale con i fondi del Pnrr

Una speranza in difesa della biodiversità viene dal lavoro di tanti ricercatori di decine di università italiane. Michela Pacifici, PhD al Dipartimento di Biologia e Biotecnologie “Charles Darwin” della Sapienza, studia con i colleghi il rischio di estinzione dei mammiferi su scala globale. E un mese fa con un gruppo di venti colleghi ha fondato una Società scientifica che sarà il chapter italiano della Society for Conservation biology. Coinvolte, oltre alla Sapienza, l’Alma Mater di Bologna, la Statale di Milano, le università di Napoli, Sassari e della Tuscia, alle quali se ne aggiungeranno altre. L’obiettivo è anche quello di portare rappresentanze di ricercatori universitari ai tavoli dove i politici decideranno le assegnazioni dei fondi del Pnrr per finanziare nuovi progetti scientifici. […] © RIPRODUZIONE RISERVATA


L’inchiesta integrale di Anna Maria Sersale è pubblicata per gli abbonati sul numero 14 del nostro magazine

Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.

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