Non è necessario essere uguali per governare insieme. È necessario sapere su cosa si è d’accordo, su cosa si può discutere e quali sono i principi sui quali non si può arretrare. Per questo occorre anche superare personalismi e narcisismi. Una politica che vuole ricostruire fiducia deve dimostrare di essere capace di una democrazia adulta, nella quale il confronto non diventi continuamente scontro ideologico. Il Mezzogiorno deve diventare una delle grandi piattaforme di sviluppo dell’Italia e dell’Europa: per la posizione nel Mediterraneo, le energie rinnovabili, i porti e la logistica, l’agricoltura, il turismo, la cultura, la ricerca e le nuove tecnologie. Questo significa investire nelle infrastrutture materiali e digitali, nella disponibilità e nella qualità dell’acqua, nella sicurezza del territorio, nella capacità amministrativa degli enti locali, nella formazione e soprattutto nella possibilità per i giovani di trovare lavoro qualificato senza essere costretti ad abbandonare la propria terra


◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

► Non basta sommare i voti. Per governare un Paese occorre condividere una visione. E prima ancora occorre avere la lealtà necessaria per costruire una coalizione capace di durare. Il vero banco di prova del cosiddetto campo largo non è soltanto capire se le diverse forze dell’opposizione riusciranno a stare insieme, ma perché vogliono farlo. Se nasce soltanto da una convenienza elettorale, rischia di essere una somma aritmetica destinata a entrare in crisi alla prima difficoltà. Se invece nasce da una comune idea del futuro dell’Italia e dell’Europa, può diventare un progetto politico e una credibile alternativa di governo. E qui entra in gioco una parola spesso dimenticata: lealtà. Senza lealtà reciproca nessuna coalizione può realmente prendere forma e resistere alla competizione tra alleati. 

Lealtà non significa cancellare le differenze, ma rispettare gli impegni, riconoscere le diverse culture politiche e non utilizzare l’alleanza come semplice strumento per conquistare il potere. La ricomposizione dell’opposizione dovrebbe quindi fondarsi su una visione comune del futuro del Paese e dell’Europa, su valori condivisi e su un denominatore comune sui contenuti essenziali del programma. Non è necessario essere uguali per governare insieme. È necessario sapere su cosa si è d’accordo, su cosa si può discutere e quali sono i principi sui quali non si può arretrare. Per questo occorre anche superare personalismi e narcisismi. Una politica che vuole ricostruire fiducia deve dimostrare di essere capace di una democrazia adulta, nella quale il confronto non diventi continuamente scontro ideologico.

Cinque priorità per governare

Non servono decine di promesse. Servono cinque priorità concrete, finanziabili e verificabili.

  • 1. Lavoro, salari e competitività. Più valore al lavoro, salari migliori, riduzione del costo del lavoro, contrasto alla precarietà e sostegno alle imprese che investono e innovano.
  • 2. Sanità, scuola e casa. Ridurre le liste d’attesa, rafforzare la sanità territoriale, investire in scuola, università e ricerca e affrontare il problema dell’abitare, soprattutto per giovani e famiglie.
  • 3. Energia, ambiente e innovazione. Fare della transizione energetica e dell’intelligenza artificiale una politica industriale: rinnovabili, reti, efficienza, ricerca e nuove tecnologie per ridurre la dipendenza energetica e creare nuove opportunità.
  • 4. Sicurezza, legalità e integrazione. Più prevenzione, presenza dello Stato nei territori, contrasto alla criminalità e una politica dell’immigrazione fondata su regole, canali regolari, formazione e integrazione attraverso il lavoro.
  • 5. Un’Italia protagonista di un’Europa più forte e capace di ridurre i divari territoriali. Energia, industria, tecnologia, ricerca, infrastrutture e sicurezza richiedono una dimensione europea. Ma una politica nazionale credibile deve affrontare anche la questione meridionale, che non può essere relegata a un capitolo assistenziale o a una promessa elettorale.

Il Mezzogiorno deve diventare una delle grandi piattaforme di sviluppo dell’Italia e dell’Europa: per la posizione nel Mediterraneo, le energie rinnovabili, i porti e la logistica, l’agricoltura, il turismo, la cultura, la ricerca e le nuove tecnologie. Questo significa investire nelle infrastrutture materiali e digitali, nella disponibilità e nella qualità dell’acqua, nella sicurezza del territorio, nella capacità amministrativa degli enti locali, nella formazione e soprattutto nella possibilità per i giovani di trovare lavoro qualificato senza essere costretti ad abbandonare la propria terra. La questione meridionale, dunque, non dovrebbe essere affrontata soltanto con trasferimenti e incentivi. Il vero obiettivo deve essere trasformare il divario in una leva di sviluppo nazionale. Se un giovane del Sud deve partire per trovare un lavoro qualificato, non è soltanto il Mezzogiorno a perdere: perde l’Italia.

Un vero patto di governo

Ma cinque priorità non bastano. Occorre trasformarle in un patto di legislatura, sottoscritto prima delle elezioni e verificabile dopo. Un patto semplice: obiettivi chiari, risorse definite, tempi certi e responsabilità precise. Ogni priorità dovrebbe avere pochi obiettivi misurabili e un cronoprogramma. Il governo dovrebbe rendere conto ogni anno di ciò che è stato realizzato e di ciò che non lo è stato. E dovrebbe esserci una regola fondamentale: prima il programma, poi le candidature; prima le regole della coalizione, poi gli incarichi. Le differenze rimarrebbero legittime, ma dovrebbero essere affrontate nelle sedi comuni e non trasformate continuamente in una competizione pubblica tra alleati.

La prova della politica estera

È soprattutto sulla politica estera che questa maturità dovrà essere dimostrata. Le divergenze sulla guerra in Ucraina tra Pd e Movimento 5 Stelle non possono essere rimosse in nome dell’unità, ma neppure trasformate in una guerra interna alla coalizione. La questione non riguarda soltanto la consegna delle armi. Riguarda l’idea che abbiamo dell’Europa, della democrazia, del diritto internazionale e della libertà dei popoli. La domanda è inevitabile: quale valore attribuiamo alla sovranità di un popolo quando viene aggredito militarmente? Una coalizione che aspira a governare deve chiarire quale rapporto intende stabilire tra pace, forza, diritto e libertà. La pace è un valore universale, ma non può diventare una parola vuota se viene confusa con la resa o con l’accettazione della legge del più forte. Il negoziato deve essere perseguito, ma la pace deve essere compatibile con il diritto, la libertà e la sovranità dei popoli. In gioco non c’è soltanto il destino dell’Ucraina. C’è anche l’idea stessa di Europa che vogliamo costruire.

Per questo il campo largo non può essere soltanto un accordo elettorale. Deve diventare un patto di responsabilità verso il Paese, nel quale anche il superamento della frattura territoriale tra Nord e Sud diventi una misura concreta della capacità di governo. Perché vincere un’elezione è un fatto politico. Sapere perché si vuole vincere, che cosa si vuole cambiare e come lo si vuole realizzare è una responsabilità democratica. Non basta stare insieme per vincere. Bisogna sapere per che cosa stare insieme. E soprattutto essere pronti a rispondere di ciò che si è promesso agli italiani.

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È presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa, Imprenditore agrigentino, si batte da anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.