
all’università di Pollenzo (archivio Slow Food)
Ha scritto, parlato, viaggiato, promosso iniziative, inventato eventi come il Salone del gusto e poi Terra Madre. Ha chiamato a raccolta tutti i contadini del mondo mettendoli in relazione fra loro e creando una rete solidale per fronteggiare le grandi multinazionali. Ma non si è mai allontanato davvero dalla sua Bra. Da Bra ha raggiunto ogni angolo del pianeta; a costo della salute, viste le conseguenze drammatiche di alcune sue “missioni”. Con Papa Francesco si sentivano di tanto in tanto e parlavano in piemontese. Re Carlo d’Inghilterra l’ha abbracciato platealmente ancora di recente davanti a Mattarella. Il ricordo di Beppe Rovera (braidese come lui) che diede voce, con Ambiente Italia su Rai 3, ai primi vagiti di un movimento per il cibo «buono, pulito e giusto» quando appariva una eccentrica stravaganza provinciale e non una risposta culturale possibile alla standardizzazione alimentare
◆ Il ricordo di BEPPE ROVERA
► Leader da subito, rivoluzionario già in pantaloni corti. Carlin Petrini non è mai stato da seconda fila. Sulle panchine sotto casa della nonna, a Bra, capeggiava i coetanei nelle imprese della “banda di piazza Giolitti”; più tardi deluderà don Bartolo Soppeno, a Sant’Andrea, rompendo con le consuetudini della San Vincenzo De Paoli giovanile in cui si era distinto per vivacità “perché i poveri non si aiutano con le elemosine”, ma dando loro vita dignitosa. Aveva carisma, c’era sempre chi lo seguiva, respirava novità e restituiva visioni affascinanti. Forte di un carattere deciso, di una dialettica avvolgente, di una simpatia innata.

inserto del quotidiano “il manifesto” di martedì 3 novembre 1987
Bra era il suo mondo. La cittadina cuneese che aveva dato i natali al Cottolengo, uno dei santi sociali piemontesi, è rimasta la sua base per la vita. Fucina di idee, teatro di battaglie, protagonista di eventi dirompenti, laboratorio di progetti e utopie. Studiava sociologia a Trento negli anni in cui cresceva la contestazione sessantottina, ma tornava a casa sempre in tempo a guidare i cortei degli studenti, sciarpone rosso e loden verde. Cuore aperto ai più deboli, alle classi meno abbienti, ai diritti degli operai. E tanta voglia di novità, di strade diverse, di emozioni cercate nei contatti con il resto dell’umanità: in fondo, non è che stare a Bra impedisse di alzare lo sguardo, di scoprire ciò che di interessante emergeva altrove.
È così che Carlo è diventato Carlin: ponendosi alla testa, sempre, ma sapendo che le radici non si tradiscono. Infatti non rinunciava neppure al dialetto: piemontese/braidese pronto uso sempre, in qualunque circostanza, in qualsiasi luogo, non fosse altro che per una sola battuta. Nel giorno della morte fiumi di testimonianze inondano social e mezzi di comunicazione; chi non ha conosciuto Petrini, verrebbe da dire. Del resto ha seminato tanto, avuto pochi amici intimi, nessuna relazione definitiva, l’apertura sempre a tutti, disponibile a prescindere. Non che gli mancassero spigolosità: trattare con lui per i collaboratori non deve essere stata solo una passeggiata. Pretendeva il rispetto della sua marcia, che gli si stesse al passo mentre tesseva il mosaico di una società più giusta, equa, solidale che l’avrebbe fatto apprezzare e amare dai dimenticati del Burkina Faso fino a Gianni Agnelli o Carlo d’Inghilterra, o al compianto papa Francesco. Il suo quartier generale a Bra era in via Mendicità Istruita, in pieno centro storico, dove c’è tutt’oggi il Boccon divino, meta di palati fini e cervelli attivi.
Anche in passato quelle strade strette tra chiese, case, ringhiere, cortili fioriti e piazzette hanno visto l’opera di Carlo: che fondava il circolo comunista Leonardo Cocito, che passava al Pdup (portandosi dietro molti altri), che fondava Radio Bra Onde Rosse, una delle prime radio libere che sfidavano il monopolio Rai e per questo plurisequestrata dalla magistratura. Anzi, proprio quella impresa lo spinse verso la notorietà: aveva mobilitato gli avvocati italiani più sensibili, coinvolto da Francesco Guccini a Dario Fo e Franca Rame, promosso kermesse, manifestazioni. Non si dava per vinto, spostando di continuo la base delle trasmissioni. Non che non venisse per questo criticato; la città benpensante e tradizionalista mal sopportava tanto clamore, preferiva il tran tran, la pacifica sonnolenza della provincia.

per la Difesa e il Diritto al Piacere. A destra di Petrini Folco Portinari (archivio Slow Food)
Ma lui, una ne faceva, mille ne inventava. E quelle relazioni intrecciate per il diritto alla libertà della Radio finirono per consolidarsi, allargarsi ulteriormente. Tanto che una goliardata nata ai tavolini del caffè Talamini, sotto i portici di via Principi, coi soliti quattro intimi amici (Giovanni Ravinale, Azio Citi, Ugo Minini e pochi altri) ha finito per anticipare una vera rivoluzione: da Cantè j’euv (cantare le uova, sotto Pasqua, di cascina in cascina nelle Langhe tra bevute, mangiate, sberleffi, dissacrazioni, scambi di auguri in omaggio a una perduta tradizione) a Slow Food. Arrivarono a Bra da mezza Europa gruppi folk, cantastorie, saltimbanchi, esponenti di movimenti alternativi e tra un corteo e un’esibizione, un racconto e uno scambio di esperienze si modellava una nuova visione delle cose del mondo, la riscoperta dei valori della terra, l’attenzione a chi la coltiva con fatica ricavandone spesso meno del dovuto.

Carlin “acchiappava” anche con il suo amore per i piaceri della vita; era un gaudente e ne andava fiero, anzi predicava il diritto al piacere. Nel rispetto della dignità altrui, beninteso. Era coraggioso per essere “un figlio di provincia”, realtà in cui il perbenismo spesso maschera e inganna. E solo la consapevolezza della bontà dei suoi convincimenti l’ha portato a sfide sempre più impegnative. Come quando approdò alla testa di Arcigola che presto trasformò in quel movimento divenuto mondiale di Slow Food. Una filosofia capace di incidere nelle abitudini delle persone, di cambiare modi di pensare, di guardare alle attività umane facendo i conti con il loro impatto sulla salute, sull’ambiente, sull’eredità da lasciare a chi verrà dopo.
Ha scritto, parlato, viaggiato, promosso iniziative, inventato eventi come il Salone del gusto e poi Terra Madre, chiamato a raccolta tutti i contadini del mondo mettendoli in relazione fra loro e creando una rete solidale capace di fronteggiare le grandi multinazionali. La collega Claudia Apostolo stupì la redazione di Ambiente Italia (Raitre) rientrando dall’Amazzonia e riferendo di aver trovato poster di Carlin Petrini nelle capanne di uno sperduto villaggio. Carlin da Bra ha raggiunto ogni angolo del pianeta; a costo della salute, viste le conseguenze drammatiche di alcune sue “missioni”. Ma il sorriso, la forza di volontà han sempre avuto la meglio in lui. Ha fondato l’università di scienze gastronomiche nel teatro sabaudo di Pollenzo perché senza conoscenza, studio, specializzazione non regge nessuna rivoluzione. Da lì sono già usciti gastronomi, critici, giornalisti, analisti, esperti del patrimonio della Terra. Altri ne usciranno per tanti anni ancora.
Un’impresa ardua quella dell’Università, compiuta anche per la capacità di Carlin di dialogare comunque con tutti, di mettere d’accordo — nel nome del giusto, equo e solidale — tutte le parti in causa, indipendentemente da partiti, ideologie, preferenze. Uomo di visione dai piedi ben piantati a terra, amico dell’ultimo dimenticato come del più potente. Papa Francesco gli ha voluto bene; lo chiamava di tanto in tanto, parlavano in piemontese, lo consultava per la Laudato sii, si scambiavano confidenze sulle origini familiari. Re Carlo l’ha abbracciato platealmente ancora di recente. L’ultimo saluto a Pollenzo, dove ha lavorato finché le forze l’hanno assistito. Nella sua Bra. © RIPRODUZIONE RISERVATA
