Serve abbandonare la scorciatoia delle riforme simboliche e lavorare, con serietà e pazienza. E la giustizia, più di ogni altro ambito, ha bisogno di essere terreno di condivisione, non di scontro. Solo così sarà possibile restituire forza e credibilità a uno dei pilastri fondamentali della nostra democrazia. Invece di partire dal bisogno di accorciare i tempi dei processi colmando i vuoti di organico nei tribunali, si è preferito forzare il quadro, inseguendo una riforma distante dai problemi reali
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

► C’è un tempo per decidere e un tempo per riflettere. Oggi è il tempo della riflessione. Riflessione su un errore che rischia di rimanere nella storia politica del Paese: aver affrontato un tema delicato come la giustizia con eccessiva fretta, senza quel confronto serio e approfondito che una materia così sensibile avrebbe richiesto. Si è scelta la strada più fragile: intervenire sulla Costituzione con una riforma dai limiti evidenti, sia sul piano tecnico sia su quello politico. Una scelta che appare ancora più discutibile se si considera che esiste, già oggi, un patrimonio vivo e operante fatto di professionalità e responsabilità condivise: avvocati, magistrati, forze dell’ordine, personale amministrativo e cittadini che, ogni giorno, rendono possibile il funzionamento della giustizia. Eppure, invece di partire da questa realtà concreta, si è preferito forzare il quadro, inseguendo una riforma percepita da molti come distante dai problemi reali. Il risultato è stato quello di alimentare una dinamica pericolosa: quella di una decisione maturata più “di pancia” che sulla base di una piena consapevolezza della posta in gioco.
Perché la posta in gioco era alta. Altissima. Non si trattava semplicemente di una scelta politica, ma di una questione che investe il cuore dell’ordinamento democratico: l’equilibrio tra i poteri dello Stato, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Quando questi equilibri vengono messi in discussione, anche solo nella percezione collettiva, il rischio è quello di incrinare i pilastri stessi della convivenza civile: l’uguaglianza davanti alla legge, il principio di separazione e bilanciamento dei poteri, la credibilità dello Stato. Sono principi che non appartengono a una parte politica. Non sono bandiere da sventolare, ma fondamenta da custodire. Rappresentano un patrimonio comune, costruito nel tempo, che non può essere esposto a interventi affrettati o a logiche di consenso immediato.
Per questo, oggi, è necessario fermarsi. Non per arretrare, ma per ripartire nel modo giusto. Serve riaprire uno spazio di confronto vero, nel quale il Parlamento torni a essere il luogo della sintesi e della responsabilità. Serve abbandonare la scorciatoia delle riforme simboliche e lavorare, con serietà e pazienza, su interventi ordinari, concreti, capaci di migliorare davvero il funzionamento della giustizia. Le riforme che contano non sono quelle che dividono, ma quelle che uniscono. E la giustizia, più di ogni altro ambito, ha bisogno di essere terreno di condivisione, non di scontro. Solo così sarà possibile restituire forza e credibilità a uno dei pilastri fondamentali della nostra democrazia. © RIPRODUZIONE RISERVATA
