Come in tutti i giornali, al “Messaggero” non mancavano litigi, rivalità, invidie, errori e problemi organizzativi. Ma c’era, complessivamente, un clima da “squadra”. Anche di pallone. Proprio quell’atmosfera, dentro e fuori il palazzo di via del Tritone, era alla base di un prodotto-giornale vivace, popolare e autorevole, con collaboratori prestigiosi, in attivo economicamente e competitivo: quarto per diffusione in Italia, leader nel Centro Italia e imbattibile a Roma (se ben ricordo, in quegli anni solo una volta Repubblica ci superò nelle vendite nella Capitale. Su quel giornale, dichiaratamente “laico, democratico e antifascista”, servizi e inchieste diventavano battaglie civili: era una linea politico-editoriale che si traduceva in un valore aggiunto, originale


➨ L’articolo di NANDO TASCIOTTI

🁢🁢 «Vitto’, abbiamo lavorato tanto ma ci siamo anche divertiti tanto».  Sono passati quasi 40 anni, ma Vittorio Emiliani ha ricordato anche poco tempo fa – quando con Fabio Martini sono andato a casa sua, trovandolo in gran forma – quel mio saluto, nella sua stanza, la sera del suo ultimo giorno alla direzione del Messaggero. Era il 26 gennaio 1987, e quelle parole di stima e di affetto restano ancora valide, per i suoi 90 anni. Quei sette anni – spesso “di piombo” nel Paese, di grande impegno civile nel giornale –  per molti di noi ex-Messaggero, ora in pensione, sono stati proprio così: di intenso ma soprattutto gratificante lavoro, di crescita umana e professionale sotto una direzione che comprendeva anche il condirettore Silvano Rizza, i vicedirettori Felice La Rocca e Giuseppe Columba, il fondamentale Pino Geraci come redattore capo centrale, e Vittorio Roidi capo della Cronaca, Sergio Turone capo del Politico, Gianni Melidoni dello Sport, Aldo Maffey dell’Economico, ecc.

Quasi ogni giorno si ripeteva una sorta di rito: la sera, chiusa la prima edizione del giornale, anziché scappare subito a casa, ci piaceva attardarci con Vittorio nel corridoio, davanti alla sua stanza d’angolo nel palazzo di via del Tritone, a…”cazzeggiare” amichevolmente, giovani redattori e attempati colleghi. E da lì, in un clima quasi goliardico, spesso nascevano idee di servizi, interviste e inchieste, anticipando la canonica e più seriosa riunione del mattino dopo. Non mancavano certo – come in tutti i giornali – litigi, rivalità, invidie, errori e problemi organizzativi. Ma c’era, complessivamente, un clima da “squadra”. Anche di pallone. E infatti il sabato mattina, anche d’inverno, ci ritrovavamo nel “fantozziano” campo parrocchiale in pozzolana a fianco del mio palazzo, a Settebagni (periferia nord di Roma), divenuto burlescamente “Tasciao Football Club”. Capitanati da Vittorio – che, nelle telefonate che ogni tanto ci scambiamo, vanta ancora giovanili prestazioni da “centromediano metodista” sui campi urbinati e prima ancora da portiere con le ginocchia scorticate nei dintorni del Palazzo Ducale – prendevamo sonore batoste dai nostri tipografi. Erano più forti tecnicamente, ma avevano anche certi tosti fabbri-picchiatori…! 

Fu memorabile anche un confronto con i colleghi di Playmen: dopo pochi minuti dall’inizio della partita proprio Vittorio (non ricordo come…) fece gol. E, proprio come dalla nuvola fantozziana, venne giù un temporale spaventoso. Noi subito invocammo l’impraticabilità per campo fangoso. Gli avversari protestavano, volevano continuare. Ma quella partita-lampo finì 1-0! Così temprati, qualche tempo dopo vincemmo, a calcetto, la prima, storica edizione del Torneo “Grandi firme” (durato quasi trent’anni) battendo altri giornali e radio-tv. Proprio quell’atmosfera, dentro e fuori il palazzo di via del Tritone, era alla base di un prodotto-giornale vivace, popolare e autorevole, con collaboratori prestigiosi, in attivo economicamente e competitivo: quarto per diffusione in Italia, leader nel Centro Italia e imbattibile a Roma (se ben ricordo, in quegli anni solo una volta Repubblica ci superò nelle vendite nella capitale: il giorno in cui allegarono alle copie del giornale la cassetta della prima lezione di inglese del Metodo Shenker).

Emiliani alla ramazzata in Piazza Navona il 14 settembre 1986 in una foto dell’Ap

Con Vittorio ho condiviso soprattutto la passione per le inchieste e per il governo locale (quando non era più direttore del Messaggero abbiamo unito le nostre esperienze in quel settore, di quasi due generazioni diverse, in un libro, “La crisi dei Comuni”, edito da Laterza). E in quel Messaggero c’era davvero ampio spazio per inchieste (certo ora improponibili per dimensioni), anche di 5-8-10 puntate: intere pagine (allora “formato-lenzuolo”), ad esempio, sulle nuove periferie romane (“Laggiù, dove cresce Roma”, con le foto stupende di Ermando Di Quinzio), sulla Regione Lazio, sul “Condominio-ring”, sul caporalato, l’anagrafe patrimoniale degli eletti, gli appalti, gli stipendi dei sindaci, la riforma delle pensioni, gli statali, il difensore civico, ecc. 

Su quel giornale – dichiaratamente “laico, democratico e antifascista” – anche altri colleghi erano impegnati in servizi e inchieste che diventavano battaglie civili: era una linea politico-editoriale che si traduceva in un valore aggiunto, originale, per i lettori. Resta indimenticabile, per esempio, la campagna “Ridateci la Befana” con cui il Messaggero, con gli incisivi, martellanti articoli di Aldo De Luca e il sostegno dei lettori, riuscì a far ripristinare nel 1985 la festività che era stata abolita nel 1977. A quelle iniziative spesso partecipava lo stesso direttore. Tra le altre, quella sulla navigabilità del Tevere. Assieme al grande Giancarlo Del Re, a Fabrizio Ricci e a qualche altro collega, Vittorio discese per alcuni giorni il fiume dall’Umbria su un canotto, che a un certo punto si rovesciò. E si tramandano ancora esilaranti particolari sull’avventuroso ripescaggio, il ricovero quasi boccaccesco in un albergo, l’arrivo precipitoso da Roma dell’autista del giornale con abiti asciutti…

E le “ramazzate” a Roma?  Proprio per l’autorevolezza e il suo forte legame con i lettori, per alcune domeniche consecutive il Messaggero – con in testa Vittorio Emiliani e Fabio Martini (già allora valoroso cronista politico, poi editorialista alla Stampa) – riuscì a mobilitare migliaia di romani per raccogliere, con scope e bustoni, quintali di rifiuti nel fossato attorno al Pantheon o davanti alla Stazione Termini… Fu una delle tante scosse, in quegli anni,  per varie giunte comunali; anche per quelle di sinistra, che sostenevamo, ma in modo autonomo e anche critico.

Fu memorabile anche la campagna Wind of Rome, per favorire il ritorno dei turisti stranieri, specie americani, in quei terribili anni di piombo nelle strade. Ma di particolare valore fu la decisione autonoma di Vittorio – mentre la proprietà Montedison era contraria e noi della redazione eravamo “spaccati” in infuocate e anche notturne assemblee – di pubblicare sul giornale, nel gennaio 1981, un comunicato delle Brigate Rosse per ottenere la liberazione del giudice Giovanni D’Urso: una scelta coraggiosa e rischiosa, che salvò una vita umana, ma che avrebbe potuto risolversi in un enorme danno d’immagine per tutto il giornale e costare a lui la Direzione. La spiegò come «solo umanitaria, non politica» in un efficace editoriale, che portò a collaborare con il giornale anche Leonardo Sciascia.

Ora, per i suoi 90 anni, l’augurio è di poter continuare a “divertirci” ancora per tanto tempo, anche con i ricordi di “quel” Messaggero. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Per oltre vent'anni inviato speciale del "Messaggero", ha pubblicato con Vittorio Emiliani “La crisi dei Comuni”, editore Laterza.  Nel 2014, per l'editore Castelvecchi, "Montecassino 1944. Errori, menzogne e provocazioni".